La nostra storia, come un filo di Arianna

di Manuela Dviri

Lo Stato d’Israele è il mio presente. L’Italia, il mio passato.

Del passato più remoto, quello dei miei genitori, e di ciò che era successo prima della mia nascita e durante la Seconda guerra mondiale, sapevo solo quello che loro stessi mi avevano voluto raccontare e quello che avevo letto. Non un granché. Un gran buco nero, tutto sommato.

Così quando l’anno scorso per il Giorno della Memoria mi chiesero dal settimanale Vanity Fair di scrivere un articolo sulla storia della mia famiglia durante la “Shoah”, mi trovai ad attingere ai ricordi un po’ striminziti dei miei genitori che finivano sempre con “e poi arrivò il momento della liberazione e fu il più bel giorno della mia vita”, e ad alcune bellissime foto di famiglia.

Raccontai dei Vitali Norsa, la famiglia di mio padre, che veniva da Ferrara e viveva a Padova, e dei Russi, la famiglia della mia nonna materna, che proveniva da Dubrovnik e viveva in Ancona. E di quello che successe loro dal 1938 in avanti. Purtroppo le mie sorelle Laura e Eva e io stessa siamo le ultime Vitali Norsa al mondo, così nessuno ebbe da ridire su quello che raccontai della nostra storia.

Ma i discendenti Russi si dimostrarono oltre che numerosi anche molto vigili: cominciarono a farsi vivi subito dopo l’uscita dell’articolo per sgridarmi, informandomi che avevo scambiato uno zio per una zia, e una data per un’altra, e mi ero persino sbagliata sul numero dei fratelli. Poi, incredibilmente, continuarono a farsi vivi, prima per posta elettronica, poi con Facebook. Iniziarono a spedire foto, documenti, a cercarsi, a scoprirsi a vicenda, a sentirsi per Skype. Mia zia, che vive in Israele, si sentì con due cugine che aveva perso di vista settant’anni fa.

Lentamente, grazie al cugino Alessandro Bedarida, si riempirono i vuoti di conoscenza e quelli dell’albero genealogico: dal trisavolo Yakov di Dubrovnik al bisnonno Davide Russi, industriale farmaceutico anconetano che sposò Sara Moscato e mise al mondo undici figli: Vito, Anna, Estella, Raffaele, Giacomo, Rodolfo, Wanda, Olga (mia nonna), Valentina, Franco, Enrica. Nessuno dei fratelli è ancora in vita (la più giovane, Enrica era del 1899!) ma alcune delle prime cugine e un primo cugino sono ancora vivi e vegeti e in ottima salute e hanno messo al mondo molti discendenti. Abbiamo deciso di incontrarci. Siamo arrivati in Ancona in sessanta, giunti da tutt’Italia, Parigi, Stati Uniti, Germania, Israele.

Forse succede a tutte le grandi famiglie. Di certo la famiglia iniziò a disperdersi nel primo dopoguerra e l’elemento scatenante fu la deportazione di Giacomo (si dice dovuta alla delazione di un concorrente), il capo indiscusso della ditta farmaceutica Russi, geniale industriale che aveva portato la ditta creata dal bisnonno nel Settecento ad altissimi livelli industriali, fino a diventare la seconda industria farmaceutica italiana. Sparì nel campo tedesco di Meppen, insieme al figlio Sergio, ventenne. Nessuno dei due tornò.

Dopo, ci furono vari tentativi di riportare la ditta agli antichi splendori, ma con nessun successo. Negli anni Settanta l’azienda fu venduta e sparì. In pochi rimasero in Ancona e Ancona se li dimenticò.

Nel nostro incontro abbiamo passeggiato insieme sotto la pioggia, chiacchierato, discusso, scambiato ricordi, ci siamo fatti domande. Per molti è stata la prima visita in Ancona. E Ancona ha risposto con entusiasmo. Ci hanno fotografati, intervistati, cercati, citati.

L’ultima notte, mia sorella Eva ha sognato che nostra madre (che è mancata sedici anni fa), chiedeva di partecipare. Secondo me c’era, era lì con noi. E si è divertita moltissimo.

UN TESORO RITROVATO

«Tutti ci chiedono com’è iniziato, com’è potuto succedere tutto così rapidamente, dopo settant’anni di separazione. In effetti mi stupisco anch’io, pur avvezzo ai social network e alle tecnologie informatiche. Una reazione a catena esplosa esponenzialmente, da quel giorno di febbraio in cui mia cugina Manuela Russi chiedeva aiuto ai pochi parenti già in contatto su FB (Facebook) per riconoscere le facce dei nostri antenati nella foto ingiallita dal tempo che l’altra mia cugina Manuela (Dviri) aveva pubblicato su Vanity Fair. Iniziammo così il gruppo della famiglia Russi in FB», racconta commosso Alessandro Bedarida, e prosegue: «Non sapevamo di essere così tanti. Venti, trenta, settanta?! Ma chi sono, questi sconosciuti, chi li ha invitati? Guardiamo un po’ sull’albero genealogico ah sì, giusto, figlia di una biscugina di mia madre… come, ha anche dei figli?

Facciamo un passo indietro e torniamo all’albero, quello originale, a forma di albero vero, che mia nonna Lilla (z”l) e mio zio Rodolfo (z”l) disegnarono vent’anni fa con cura meticolosa e distribuirono a tutti i familiari conosciuti. Quello fu il punto di partenza, ma adesso, con FB, c’erano molti più parenti, e poi mancavano dei nomi, alcuni erano approssimati o sbagliati. Decido di inserire questi dati nel computer ed inizio la ricerca dei nomi mancanti. Ci vuole tempo per raccogliere i nomi, le date di nascita. “Non so, non mi ricordo (ma tu chi sei, e poi perché devo raccontarti i fatti miei?)”. Così, piano piano, la diffidenza evapora, l’interesse per le proprie radici si fa strada, l’orgoglio di vedere il nome dell’ultimo nipotino, come una fogliolina di quell’albero maestoso, convince anche i più diffidenti. Ma con i nomi che piovono nella mia inbox, iniziano altri problemi. Ma come, il nome non era diverso? Credevo che i figli fossero tre, ma mi dici che erano solo due? Si fanno due passi avanti e uno indietro, ma alla fine l’albero è completo. Beh, a dir la verità non lo è, ma quasi. Questo ramo sull’albero è carico di foglie, ma dove sono tutte queste persone? Aspetta che cerco su Google…, come una caccia al tesoro… Sì, questo potrebbe essere… professore all’università… la data di nascita sul curriculum vitae del sito del dipartimento corrisponde… Gentile professoressa, mi permetto di chiederLe se per caso Sua madre si chiamasse… e sua nonna… in tal caso saremmo cugini, altrimenti mi scusi… Bling! Un nuovo messaggio nella mia inbox! Come, sei davvero mia cugina? (Seguono baci e abbracci virtuali per email e subito a ruota inserimento nella pagina di famiglia su FB ed altri abbracci virtuali con tutti gli altri).

Adesso siamo tanti, e tutti diversi uno dall’altra. Ebrei, non ebrei, ebrei secondo l’halachà senza sapere di esserlo, non ebrei che si sentono più ebrei degli ebrei. Ma come faremo a sapere se abbiamo minyan per dire il kaddish in Ancona? Che confusione! Ma forse sono proprio le radici ebraiche che nutrono questo albero, perché per noi ebrei è importante sapere da dove veniamo e dove stiamo andando. Il percorso non è solo individuale, è familiare, è storico, è un destino.

Gli stessi nomi, Yakov, David, Rachele, Sara, Anna, Vito, si ripetono nell’infinito frattale dell’albero, che ormai conta più di 600 persone.

Come stamparlo? Giovanna, la premurosa cugina architetto, lo stampa su una delle sue stampanti enormi, da cui esce un rotolo più lungo della meghillà di Ester! Ci investo un paio di notti insonni e scrivo un programmino al computer per stampare l’albero a pezzi e comporlo in un enorme collage. Ma i nomi sono sempre tanti e continuano a crescere. Proprio come la storia della nostra famiglia, una famiglia ebraica che si perde e si ritrova e si riconnette con le proprie radici ebraiche. Quelle dell’etz chaim, l’albero della vita, appunto».

DI GENERAZIONE
IN GENERAZIONE…

«Vorrei solo aggiungere due righe,  – dice Paola Sereni, in occasione del megaincontro di Ancona – dopo gli interventi di Manuela Dviri e di Alex Bedarida che hanno già raccontato come è nato questo straordinario incontro tra i discendenti di Davide Russi e Sara Moscato. Anche mia nonna era una degli undici fratelli loro figli, mia nonna Annina, la più vecchia delle sorelle… Questo incontro è stato un momento magico, di gioia e di commozione. È stato inaspettato il modo in cui ci siamo riconosciuti, conosciuti, ritrovati, parlando la stessa lingua e riscoprendo affetti sopiti, creandone di nuovi, e con un’affinità e capacità di capirsi e di scambiarsi ricordi che non avevamo immaginato prima.

Un ritorno alle radici, ma anche la promessa di una continuità di rapporti che vogliamo proseguano nel futuro.

È proprio vero che nelle famiglie ebraiche, di generazione in generazione, si crea un legame speciale, si mantengono vivi tradizioni ed affetti».

Ancona: foto di gruppo di fronte alla Fontana delle 13 Cannelle (© Patrizia Brunetti)
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