L’IDF sospetta che l’artiglieria di Hamas abbia provocato il fuoco mortale di Rafah. Le prove in una conversazione tra due abitanti di Gaza. Indagini in corso

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di Redazione
Il sospetto, confermato dall’audio, è che delle munizioni o altre sostanze combustibili abbiano causato un’esplosione secondaria e un incendio in un complesso che ospitava sfollati a Rafah, dopo l’attacco aereo mortale che ha ucciso decine di civili di Gaza mentre prendeva di mira due terroristi di Hamas.

Deborah Lipstadt: l’antisemitismo attuale è una minaccia per la democrazia

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di Redazione
La modalità con cui si propaga oggi l’antisemitismo è molto più pericolosa a causa dei social media, ma paragonare l’attuale situazione a quella del 1938 è una considerazione un po’ estrema. Come ha riportato il Times of Israel, questo è il pensiero esposto da Deborah Lipstadt, storica, inviata speciale degli Stati Uniti per la lotta contro l’antisemitismo.

Ebrahim Raisi alla Duma il 20.1.2022 (foto Wikimedia)

La morte di Raisi non fermerà l’ostilità del regime iraniano contro Israele

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di Francesco Paolo La Bionda
Già nei giorni immediatamente successivi all’incidente, in cui è morto il presidente iraniano Raisi, si sono visti elementi di sostanziale continuità con quanto accaduto negli ultimi mesi. Si sono avute le consuete dimostrazioni pubbliche di odio antisraeliano, con le migliaia di partecipanti ai funerali di Raisi, al grido di “morte a Israele”, alla presenza di leader di Hamas e Hezbollah.

«Gli ebrei, bersaglio ideale nelle università USA, dove domina il pensiero antioccidentale e woke»

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di Ilaria Myr
Manifestazioni pro Palestina in cui si inneggia a Hamas. Studenti e docenti ebrei che vengono insultati come “colonizzatori”, “razzisti”, “sfruttatori”. È un’atmosfera inquietante quella che si respira nei campus americani da dopo il 7 ottobre, ma in realtà non è niente di nuovo: da decenni il lavaggio del cervello in senso antioccidentale è una prassi. E Israele e gli ebrei pagano il conto. Intervista al giornalista Federico Rampini

La Corte Internazionale di Giustizia ordina a Israele lo stop alla sua offensiva militare a Rafah

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di Redazione
Venerdì 24 maggio la Corte internazionale di giustizia (ICJ) – il più altro Tribunale delle Nazioni Unite – ha emesso nuove misure provvisorie che ordinano a Israele di terminare immediatamente le operazioni militari a Rafah, nel sud di Gaza, e di aprire il valico di frontiera del governatorato per le consegne urgenti di aiuti.

Le nuove misure sono arrivate in risposta alla richiesta del Sudafrica avanzata il 10 maggio in relazione alle accuse iniziali di dicembre secondo cui Israele stava violando i suoi obblighi ai sensi della Convenzione sul genocidio durante la guerra a Gaza, scoppiata dopo gli attacchi terroristici di Hamas contro Israele in ottobre che uccise più di 1.200 persone e ne lasciò altre 250 prese in ostaggio.

Leggendo le nuove misure provvisorie in una sessione aperta alla Corte dell’Aja, il giudice della Corte Internazionale di Giustizia, Nawaf Salam, ha annunciato che Israele deve rispettare i suoi obblighi ai sensi della Convenzione sul Genocidio di «fermare immediatamente la sua offensiva militare e qualsiasi altra azione nel governatorato di Rafah che possa infliggere sul gruppo palestinese di Gaza condizioni di vita che porterebbero alla sua distruzione fisica totale e parziale».

 

 

In un articolo lungo e dettagliato  The Times of Israel riporta che si tratta di un significativo ma alquanto ambiguo irrigidimento nel trattamento riservato alle accuse di genocidio contro Israele; un trattamento che la Corte Internazionale di Giustizia ha adottato ordinando venerdì a Israele di interrompere le operazioni militari nella città di Rafah, nel sud di Gaza, per evitare il rischio di distruzione della popolazione civile che vi si rifugia.

«Israele deve fermare immediatamente la sua offensiva militare e qualsiasi altra azione nel governatorato di Rafah, che possa infliggere al gruppo palestinese di Gaza condizioni di vita che potrebbero portare alla sua distruzione fisica totale o parziale», afferma la sentenza. Una decisione di grande rilevanza politica che incrementerà le pressioni internazionali per una tregua, dopo oltre sette mesi di guerra; pressioni che verranno esercitate soprattutto su Israele. Il Governo però ha già detto che non la rispetterà. Le richieste della Corte sono infatti vincolanti ma solo in teoria, non avendo davvero i mezzi per metterle in pratica.

L’ordinanza, scrive ancora il quotidiano israeliano, è stata approvata con 13 voti contro 2 dai giudici della Corte, con il dissenziente vicepresidente Julia Sebutinde dell’Uganda e il giudice ad hoc Aharon Barak di Israele.

Secondo l’interpretazione di Sebutinde, Barak e  altri due giudici della Corte, la sentenza non era un ordine diretto a fermare l’operazione di Rafah, ma piuttosto un ordine limitato che istruiva Israele a non violare la Convenzione sul genocidio in quella campagna militare. Il quinto dei cinque giudici che hanno scritto opinioni o dichiarazioni separate, il sudafricano Dire Tladi, ha tuttavia espresso il punto di vista opposto, sostenendo che la sentenza, in «termini espliciti, ordinava allo Stato di Israele di fermare la sua offensiva a Rafah».

Mentre alcuni interpretano la decisione come un ordine generale di fermare l’offensiva, la formulazione sembra includere alcune condizionalità che permetterebbero a Israele di continuare le operazioni a Rafah fintanto che si garantisca che le condizioni dei palestinesi che vi trovano rifugio non si deteriorino tanto da rischiare la loro distruzione di massa. In particolare, quasi un milione degli 1,4 milioni di palestinesi rifugiati a Rafah, sono già stati evacuati.

Tale interpretazione è stata resa esplicita dal giudice tedesco Georg Nolte che ha scritto che «La misura che obbliga Israele a fermare l’attuale offensiva militare a Rafah è condizionata dalla necessità di prevenire condizioni di vita che potrebbero provocare la distruzione fisica dell’intero o in parte del gruppo palestinese a Gaza».

 

Nella decisione di venerdì, i giudici della Corte Internazionale di Giustizia hanno espresso ancora una volta che la loro principale preoccupazione riguardo agli obblighi di Israele ai sensi della Convenzione sul genocidio, in base alla quale il Sudafrica ha portato Israele in tribunale, è che Israele non crei le condizioni di vita progettate per distruggere la popolazione palestinese a Gaza.

In tutte e quattro le sentenze emesse dalla Corte contro Israele a partire dal 26 gennaio, è stato chiarito che la principale esposizione per Israele alle accuse di genocidio ai sensi della Convenzione sul genocidio è la clausola esplicita dell’articolo due. Questa afferma che una forma di genocidio è «l’infliggere deliberatamente al gruppo (nazionale, etnico, razziale o religioso) condizioni di vita calcolate per provocarne la distruzione fisica totale o parziale».

La sentenza della Corte di venerdì ha affermato che le preoccupazioni espresse nella sua decisione di febbraio, quando il Sud Africa aveva chiesto per la prima volta che la Corte ordinasse a Israele di non invadere Rafah, «si sono materializzate, e che la situazione umanitaria deve ora essere definita disastrosa».

Ha affermato che gli sviluppi a Rafah, con l’evacuazione di centinaia di migliaia di palestinesi dalla città, sono stati «eccezionalmente gravi» e che «non è convinta» che gli sforzi di evacuazione di Israele e altre misure per proteggere i civili di Gaza «siano sufficienti a alleviare l’immenso rischio al quale è esposta la popolazione palestinese a causa dell’offensiva militare a Rafah».

Insieme agli ordini riguardanti l’operazione militare israeliana a Rafah, la Corte ha anche ordinato a Israele di «mantenere aperto» il valico di frontiera di Rafah tra Egitto e Gaza per consentire la «fornitura senza ostacoli su vasta scala» di aiuti umanitari alla regione.

Il valico di Rafah è stato chiuso da quando l’IDF ha lanciato un’operazione all’inizio di questo mese per prendere il controllo del lato di Gaza del passaggio.

Israele accusa l’Egitto di essersi rifiutato di riaprire il valico poiché il Cairo non vuole riaprirlo finché l’IDF gestisce effettivamente l’altro lato, e Israele ha faticato a reclutare un altro organismo per gestire il valico.

La Corte ha inoltre ordinato a Israele di consentire «l’accesso senza ostacoli alla Striscia di Gaza» alle commissioni d’inchiesta, alle missioni di accertamento dei fatti o ad altri organi investigativi incaricati dalle Nazioni Unite di indagare sulle accuse di genocidio.

Questo ordine potrebbe spingere le agenzie delle Nazioni Unite a inviare delegazioni per avviare indagini sulle accuse di genocidio mosse dal Sud Africa e da altre nazioni contro Israele in tribunale.

La Corte ha ordinato a Israele di riferire entro un mese su come ha eseguito gli ordini.

Se la Corte dovesse ritenere che Israele abbia violato gli ordini, potrebbe riferire tali violazioni al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che potrebbe poi decidere se adottare o meno misure punitive contro Israele di conseguenza.

Inoltre, la Corte ha osservato di aver precedentemente chiesto il rilascio degli ostaggi presi durante l’attacco guidato da Hamas il 7 ottobre e ha ripetuto tale appello. «La Corte è profondamente turbata dal fatto che molti ostaggi sono ancora in cattività e ordina il loro rilascio immediato e senza condizioni», ha dichiarato.

Intanto, il Primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha riunito alcuni ministri del suo governo per «consultazioni».

A sua volta il Segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres ha dichiarato: «Le decisioni dell’Aja sono vincolanti, siano rispettate e confida che siano debitamente rispettate dalle parti». Lo ha affermato il portavoce del Palazzo di Vetro in una nota.

La sentenza in questi giorni è oggetto di continue analisi da parte di giuristi, politici e media.

 

 

Irlanda, Norvegia e Spagna riconoscono lo stato palestinese: Israele richiama gli ambasciatori

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di Anna Balestrieri
Il Ministero degli Esteri israeliano Israel Katz ha annunciato il richiamo immediato dei suoi ambasciatori in Irlanda e Norvegia in risposta alla decisione di questi paesi di riconoscere uno Stato palestinese. Il riconoscimento formale di uno Stato palestinese da parte di Irlanda e Norvegia avverrà il 28 maggio. La Norvegia è stata la prima ad annunciare la sua decisione.

La Corte penale internazionale equipara Israele a Hamas

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di Anna Balestrieri
Il pubblico ministero presso la Corte penale internazionale (CPI) chiede mandati di arresto per esponenti di spicco di Hamas e israeliani con l’accusa di crimini di guerra e crimini contro l’umanità per gli attacchi del 7 ottobre contro Israele e la successiva guerra a Gaza.

Iran: rimandata l’esecuzione del giovane ebreo condannato a morte

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di Redazione
Secondo l’organizzazione Iran Human Rights, Arvin Ghahremani, 20 anni, avrebbe dovuto essere giustiziato prima sabato e poi lunedì per il suo ruolo in un omicidio durante una rissa in strada due anni fa. La sospensione dell’esecuzione ha fatto seguito a una frenetica attività di advocacy a favore di Ghahremani da parte delle comunità ebraiche di tutto il mondo.