1973-2013: la guerra del Kippur, lunga 40 anni

di Luciano Assin

È stato in assoluto il trauma più grande vissuto da Israele in tutta la sua giovane storia. Soltanto sei anni dopo la trionfale vittoria del 1967, la Guerra del Kippur coglierà completamente di sorpresa sia l’esercito che la classe politica israeliana e rimescolerà drammaticamente le carte in tavola del complesso gioco di equilibri mediorientale. Quarant’anni dopo, nell’anniversario di oggi, quella terribile guerra merita una riflessione.

A monte dello scoppio delle ostilità vi fu l’incapacità della classe politica israeliana di saper interpretare correttamente le esplicite dichiarazioni da parte di Anwar Sadat di voler intraprendere una nuova guerra con Israele nel caso non si arrivasse ad una situazione diplomatica che comprendesse la restituzione della penisola del Sinai. Ancora ebbri della fulminante vittoria nella Guerra dei Sei Giorni, sia la leadership politica che quella militare giudicavano praticamente impossibile l’avvicinarsi di un nuovo conflitto. La base principale di tanta sicumera era dovuta principalmente a un pre-concetto, un’errata analisi della situazione politico-militare della regione che escludeva in maniera categorica l’eventualità di un conflitto bellico per almeno un anno.

Il punto debole del pre-concetto consisteva nella mancanza di informazioni adeguate riguardo ai nuovi sistemi di missili antiaerei Sam 7 in possesso di Egitto e Siria, armamenti che annullavano completamente la superiorità aerea dell’aviazione israeliana. Un altro fatale errore di valutazione dei servizi di informazione dell’esercito fu quello di ostinarsi ad interpretare il massiccio ammassamento di truppe alla frontiera fra Egitto e Israele come una regolare esercitazione svolta dagli egiziani con cadenza semestrale. Al di là della sorpresa quasi totale, la situazione politica era tale che la possibilità di un attacco preventivo da parte israeliana non era da prendere in considerazione. Una simile mossa avrebbe trasformato lo Stato ebraico in Paese aggressore con risultati nefasti soprattutto nei rapporti fra USA e Israele. Al di là dello shock e della sorpresa, al di là delle ingenti perdite umane e delle lotte intestine sia fra i politici sia fra i militari, la Guerra del Kippur segnò l’inizio di una nuova epoca: il declino del Mapai, il partito laburista ininterrottamente al potere dal 1948, era ormai segnato e raggiunse il culmine nel ‘77 con l’avvento delle destre alla guida del Paese. Ma altri cambiamenti, non meno significativi, erano già alle porte: il movimento Gush Emunim cominciò a costruire i primi insediamenti nel 1975 e il fenomeno del “ritorno alla religione” cominciò ad assumere proporzioni ben più grandi di prima della guerra; la società israeliana si avvicinava a passi da gigante ad uno scontro ideologico denso di tensione e violenza fra falchi e colombe.

Ancora oggi, a quarant’anni di distanza le polemiche sulle responsabilità della guerra continuano instancabilmente, in particolar modo quando, di volta in volta, gli archivi dello Stato pubblicano nuovi stralci di conversazioni o documenti all’epoca classificati come top secret, materiali che confermano una volta di più quanto fossero grandi la sorpresa, l’impreparazione e l’assenza di percezione di un pericolo esistenziale in grado di minacciare l’esistenza stessa del Paese. Ciò che è certo è che la superbia israeliana pagò un caro prezzo per una serie di errori militari e politici, ma soprattutto perché incapace di riconoscere i nuovi equilibri di forza creatisi nell’intervallo fra le due guerre. Nonostante siano già passati quarant’anni dallo scoppio di quella guerra, Israele non sembra ancora in grado di metabolizzarne le conseguenze, e probabilmente non lo sarà mai. Ma la fiducia è l’ultima a morire.

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