Mai mi pentirò

Libri

di Fiona Diwan

Manuela Dviri
Manuela Dviri

«Era scoppiata la Guerra di Gaza, l’estate scorsa, e io ero in Italia, piena di angoscia. Tutti ci accusavano, noi israeliani, di non morire abbastanza mentre dall’altra parte morivano come mosche. Ma io di morire ne avrei fatto volentieri a meno e meno male che il mio Paese, Israele, era in grado di difenderci dalla pioggia di razzi… Persino un amico italiano, medico, una persona mite e perbene, mi accusò di essere un’assassina di bambini palestinesi, e mi è sembrato di leggergli nel pensiero: che un mondo senza noi, tutto sommato, non sarebbe stato una cattiva cosa».
A parlare è Manuela Dviri, scrittrice, giornalista, classe 1949, che oggi manda alle stampe Un mondo senza noi (Piemme, pp. 380, euro 17,50), un memoir appassionante, un secolo e mezzo di storia ebraico-italiana raccontata a 360 gradi, episodi storici, aneddoti, emozioni, ricordi familiari, ricette di cucina giudaico-italiana, storielle e poi le guerre d’Israele, i lutti, la nostalgia, la gioia e la tristezza. I piani narrativi si intrecciano senza mai inciampare l’uno nell’altro, lo stile diaristico è fremente e incrocia il presente più vivo e l’attualità di oggi.
C’è il Secondo conflitto mondiale e il Dopoguerra a cui si mescolano le storie delle famiglie Russi di Ancona e dei Vitali Norsa di Padova (è il cognome di Manuela da ragazza), e poi le vicende delle famiglie Ascoli, Salmoni, Servadio, Liuzzi, Morpurgo, Modigliani, Moscato, Camerini, Marzola, Senigaglia, Basevi, Gesses…, un intero nominario dell’ebraismo italiano. «Se Hitler avesse vinto oggi non ci sarebbe più un ebreo al mondo, non un rom, non un disabile, non un omosessuale. Se Hitler avesse vinto non sarei mai nata, non sarebbero nati i miei figli né i miei nipoti. Non esisterebbe lo Stato d’Israele e ai più sembrerebbe del tutto normale, logico, perfetto. Ma che mondo sarebbe un mondo senza noi?», scrive Dviri.
Passato e presente. Pace e guerra. Fino al racconto della tragedia privata e del giorno funesto in cui il tempo si ferma e va in frantumi: è la notizia della morte del figlio Ioni, 21 anni, nel 1998, sul fronte della guerra del Libano, e quei quattro soldati che una sera l’aspettano in soggiorno ma che prima di aprire bocca si mettono davanti alle finestre, come da protocollo, per impedire che il dolore sfoci in un gesto inconsulto, in un padre o una madre che si gettano dalla finestra…
«Non amo le guerre. Sono disobbediente di natura e il patriottismo, che un letterato inglese del ‘700 definì “l’ultimo rifugio dei mascalzoni”, mi spaventa». E come può essere diversamente per una madre orfana di un figlio? Per poter sopravvivere, Manuela Dviri, deciderà di battersi, di mobilitare l’opinione pubblica e fondare con altre donne il “Movimento delle quattro madri” per far cessare la guerra in Libano.
Dviri non è mai dogmatica. Si esprime con pacata veemenza, una sommessa passionalità. Il suo, non è quel tipo di pacifismo salottiero e vagamente ipocrita che fa a meno della realtà, in nome della scintillante purezza dei grandi ideali. Non se lo può permettere. Dviri non flirta con le utopie e gli slogan dei radical e preferisce l’impatto urticante della realtà, non importa di che colore politico essa sia.
Questo che scrive oggi non è un memoir come gli altri. A tratti, assume i toni di una meditazione, di un’elegia: sulla condizione ebraica, sull’essere israeliani oggi, su un destino di fughe, morti e rinascite senza fine. Il racconto si snoda nei decenni. Ci sono le peregrinazioni e le avventure di Jacob Russi, l’avo che veniva dalla ridente Dubrovnik, due secoli fa. C’è l’incendio della sinagoga di Padova a opera dei fascisti e c’è il centro di raccolta degli scampati dai lager in via Unione a Milano, c’è Roma liberata e la Brigata Ebraica, il Rabbino di Venezia Giuseppe Jona che si suicida pur di non consegnare ai tedeschi gli elenchi degli ebrei, la liberazione di Ancona e Padova ormai senza più un ebreo… E poi c’è questo spaccato unico dell’ebraismo italiano, delle sue traversie, dei suoi traguardi, delle sue peripezie, un’italianità ebraica profondamente innervata con la storia di questa Nazione. Ecco perché le Leggi razziali del 1938 giunsero come un fulmine a ciel sereno per quasi tutti gli ebrei.
Manuela Dviri dedica ampio spazio a questa pagina criminale di storia patria, la Grande Vergogna, la negrigura come la chiamano i Vitali Norsa, da una parola spagnola usata dalle famiglie ebraiche di allora che indicava una cosa fatta male, una cretinata: «Il fascismo fu una colossale, monumentale negrigura, tutti totalmente anestetizzati dalla dittatura, immersi nel brodo della retorica…», scrive Dviri. Una colpa mai emendata e con cui gli italiani non hanno fatto i conti.
Questo libro è anche un impietoso atto di accusa. «Da parte nostra, intendo noi ebrei italiani, è mancata una campagna seria, abbiamo mancato di mettere sotto accusa gli italiani», dice Dviri. «Chi si ricorda oggi le Leggi razziali e il nome del ministro che le emanò? È più facile parlare di Shoah che di quella lista abominevole di divieti, Leggi scritte da italiani per gli italiani contro ebrei italiani. Anche se sono nata nel 1949, in verità sono cresciuta in un mondo ancora pieno di sopravvivenze fasciste. La gente non era mica cambiata, da un giorno all’altro… Da bambina, alle elementari, in pieni anni Cinquanta, un giorno mi ritrovai con una croce uncinata disegnata sul mio banco».
E prosegue: «In questo libro ho messo tutto quello che ho e tutto quello che sono. Scrivendo, ho capito le ragioni profonde di alcune decisioni che ho preso: venire a vivere in Israele, non accettare quelle che per me sono delle ingiustizie, rifiutare di vivere passivamente le cose, smascherare le ipocrisie e il mondo del politically correct che vuole che le vittime siano sempre tutte buone solo per il semplice fatto di essere delle vittime. Soprattutto, non riesco ad ammettere le ingiustizie nel mio stesso Paese: sono venuta qui proprio per sfuggire a un’Italia che aveva rimosso l’ignominia dell’antisemitismo; e scenderò in piazza sempre e ovunque se qualcosa del genere si ripresentasse. Io non mi arrendo. Per questo il mio libro è anche una protesta contro gli “italiani brava gente” che accettarono le Leggi razziali senza proferire verbo».
Non un memoir passatista, tuttavia. «Ho sempre preferito il presente e il futuro. Il passato non mi ha mai interessato e difatti il libro non nasce da una forma di narcisismo storico ma da una richiesta dell’editore e da un articolo che scrissi per Vanity Fair. Inizialmente non volevo inserire anche il presente, la guerra di Gaza e quel 26 febbraio di 17 anni fa, quando il mio Ioni ci ha lasciato… ma evidentemente non si può sfuggire alle proprie ferite», spiega Dviri durante l’intervista.
«Essere ottimisti è un dovere morale, e ho sempre pensato che il pessimismo fosse il nostro peggior nemico. Tutti abbiamo figli e nipoti e dobbiamo lottare per un Israele migliore, per un futuro che abbia un avvenire. Il mondo sta cambiando e Israele fa parte di questo cambiamento. Credo che il futuro degli ebrei europei non sarà facile, i livelli di rischio sono alti. Gli europei sono tornati a maledirci. Un mio amico italiano, poco tempo fa, mi ha detto: “che bello che è Israele!, peccato che io mi sia innamorato del Paese sbagliato”. Sbagliato?, ma scherziamo?, gli ho risposto, come ti permetti, questo è un grandissimo Paese, sbagliati sarete voi!».
Malgrado episodi come questi, Dviri non cede, è una combattente nata. «Questo libro ha riconciliato le mie due anime, la mia italianità con la mia israelianità. Ho fatto l’alyià a 19 anni, nel 1968, la mia famiglia era molto sionista e io non volevo che mi succedesse nulla di simile a quanto avevano patito, volevo smarcarmi dal destino dei miei genitori e prendere parte a un progetto incredibile e unico, la nascita dello Stato d’Israele. Vederlo crescere e diventare ciò che è oggi è stata un’emozione straordinaria e non mi sono mai pentita, neppure nei momenti più bui e dolorosi, di essere venuta qui. Il giorno di Yom Hazikaron e quello di Yom HaAzmaut, ad esempio, sono dolorosissimi per me e per mio marito Avraham, non riusciamo letteralmente a stare in Israele, dobbiamo partire: ad essere inostenibile è il passaggio dal dolore del ricordo di Ioni all’esultanza per l’esistenza dello Stato d’Israele, un passaggio  troppo brusco e violento, che non riusciamo a reggere emotivamente».
E queste ultime elezioni? Dviri commenta che «c’è stato qualcosa di totalmente irrazionale nel voto. La parte più ricca della popolazione, e la città di Tel Aviv, hanno votato per il Welfare State, per il riavvio del processo di pace, per la risoluzione dei gravi problemi sociali. I meno abbienti e disagiati hanno invece espresso un voto a favore di chi ha promosso finora la diseguaglianza economica.
Netanyahu è un genio della comunicazione, ha la retorica nel sangue… ma in Israele ridiamo sul fatto che, in contrasto con questa immagine muscolare, Netanyahu è terrorizzato dalla moglie e che la paura di perdere il potere per Bibi non è stato altro che la paura di ritrovarsi a casa in via Balfour, faccia a faccia con quella erinni di Sara, una prospettiva che lo atterrisce. Non avete notato che quando c’è lei, lui si fa piccolo piccolo? Lei incombe su tutto e ha un potere enorme, si intromette ovunque e se decide di odiarti sei rovinato…, come ha cercato di fare col Presidente Reuven Rivlin…
Come vedo Israele oggi? Con il costo della vita così alto e la povertà, gli israeliani rischiano di non poter più viaggiare, di chiudersi, di non confrontarsi più col mondo esterno. Sarebbe un peccato, perché il futuro è nelle nostre menti non nelle nostre braccia. Quale messaggio in bottiglia per i miei sette nipoti? Dico loro di non rinunciare mai a pensare con la propria testa, di aiutare gli altri e vivere in allegria la vita, di lottare contro l’ipocrisia e l’inautenticità, di non fare il Male: perché coltivare una coscienza morale allunga la vita».

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