Lettere per la prossima generazione – 5/10

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Lettera n. 5: Essere Ebrei

Sara, David,

Di tanto in tanto vi chiederete perché, per vostra madre e per me, conti tanto essere Ebrei. E’ una domanda giusta, e questa è la mia risposta onesta: in qualche modo, molto tempo fa, gli Ebrei furono toccati e trasformati da una verità più grande di loro.

Essi furono i primi ad incontrare D-o come una presenza dentro e sopra l’universo. Ciò cambiò tutto, poiché, se c’è un solo D-o e ogni essere umano è stato fatto a Sua immagine, significa che ogni essere umano ha una dignità non negoziabile. Significa che la vita umana è sacra. Significa che, in definitiva, siamo tutti uguali. E, se l’universo è una libera creazione di un libero Dio, allora anche noi, fatti a Sua immagine, siamo liberi. Da ciò è derivato il sistema che chiamiamo moralità, che comporta responsabilità personale e collettiva.

Gli Ebrei sono stati il primo popolo a capire la portata della responsabilità e della libertà umane, i primi a concepire una società di uguale dignità, i primi a comprendere che il diritto  conta più del potere e tutta una serie di altre percezioni che, alla fine, hanno rivoluzionato la civiltà occidentale. L’ebraismo ha ispirato due altre religioni, ovvero il cristianesimo e l’islam che, complessivamente, oggi contano tra i loro fedeli  più della metà dei sei miliardi di abitanti della terra. E, persino quando gli Ebrei si sono ribellati contro l’ebraismo, lo hanno fatto in modo tale da cambiare il mondo: Spinoza, il fondatore del liberalismo politico, Karl Marx, il rivoluzionario e Sigmund Freud, il dottore dell’anima. Penso che tutti e tre avessero profondamente torto, ma erano tutti profondi.

E l’ebraismo, oggi, è rilevante più che mai. I non-Ebrei ci ammirano per la forza delle nostre famiglie e delle nostre comunità, per il nostro impegno nello studio e l’eccellente grado delle nostre scuole, per l’importanza che attribuiamo al chesed e alla tzedakà, agli atti pratici di bontà e di generosità. Si cerca l’opinione ebraica su questioni di etica medica, sociale e commerciale. La gente rispetta l’ebraismo per la saggezza e la profondità delle sue intuizioni. L’ebraismo ha integrità senza fanatismo; ha forti principi che non cerca di imporre agli altri; ha umorismo e umanità.

Naturalmente, l’ebraismo è esigente. Vi sono tante leggi, tanti dettagli che, a volte, si può perdere di vista il quadro generale. E’ come l’impressionismo francese: all’inizio, la gente vedeva solo pennellate e confusione. Ci volle tempo prima che ci si rendesse conto che Monet, Renoir, Pissarro e gli altri stavano catturando il gioco di luce sulle superfici e producendo tutto un nuovo modo di vedere. L’ebraismo può sembrare come un gioco di leggi e usanze offuscato, finché non si comprende che si tratta di un modo completamente nuovo di vivere. La halakhà, la legge ebraica, significa tradurre gli ideali alti nei fatti più semplici.

Ed ecco il paradosso: la maggior parte della gente ritiene che l’ebraismo sarebbe osservato da più persone se solo fosse più semplice, meno esigente. Perché tutti questi precetti, 613? Non sarebbe  meglio se rendessimo l’ebraismo più semplice?

Vediamo: pensiamo a Pesach, Shavuot e Sukkot. Quale di queste tre festività, in media, gli Ebrei osservano di più?  La gente osserva Pesach più di  Sukkot, e più  Sukkot rispetto a Shavuot. Questo vale in qualunque parte del mondo ebraico.

Ora chiediamoci: quale delle tre feste è la più impegnativa? Pesach è di gran lunga la più difficile: comporta la pulizia della casa, la kasherizzazione della cucina, l’uso di utensili speciali e molto altro ancora. Poi viene Sukkot: si devono comprare un lulav e un etrog, si deve fare una succà. La più facile di tutti è senz’altro Shavuot, che non comporta nessuna mitzvà particolare, se non si considera la veglia della prima notte per il Tikkun. Quindi, più una festa è difficile da osservare, più gente la osserverà.

Ora, pensiamo al giorno più difficile: quello in cui non si mangia e non si beve, non vi sono gioia ne’ celebrazioni, il giorno in cui si passa tutto il giorno in sinagoga, pensando a tutto ciò che abbiamo fatto di male. Una formula perfetta – si potrebbe pensare – per assicurarsi che nessuno l’osservi.

Ma, naturalmente, è vero il contrario: Yom Kippur, in cui accade tutto ciò, è il giorno in cui vengono in sinagoga più Ebrei che in ogni altro giorno dell’anno.

Va contro ad ogni logica, ma è vero: le cose a cui teniamo maggiormente sono quelle che richiedono più sforzo. Questo vale anche per lo studio, vale per il lavoro, vale per lo sport, e vale per le questioni spirituali. Ciò che ci costa poco, conta poco. Ciò che conta maggiormente per noi è ciò per cui facciamo sacrifici. Se l’ebraismo fosse stato più facile, si sarebbe estinto molto tempo fa.

Non dubitiamo mai che essere Ebrei sia un privilegio. In fin dei conti, il nostro popolo ha fatto più di qualunque altro per trasformare il mondo. Vi sono modi più facili per vivere, ma nessuno è altrettanto stimolante. Dio chiede cose grandi al nostro popolo: ecco ciò che rende grande il nostro popolo.

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