Da Dnipro a Odessa, sotto i razzi russi: storie di fuga, solidarietà e speranza

Mondo

di Anna Lesnevskaya

La sinagoga di Kharkiv che non smette di fornire pasti ai profughi. Gli orfani di Zhitomir portati tutti in salvo in Israele. A Mariupol, mentre è già tutto pronto per il Seder di Pesach, 3000 ebrei bloccati nella città assediata. E poi, la dedizione dei rabbini e l’abnegazione dei ragazzi dei movimenti giovanili e dell’Hashomer Hatzair. Un réportage in esclusiva.

«Quando ero piccolo, mia mamma mi cullava con la canzone della Seconda guerra mondiale che recita “Il 22 di giugno, esattamente alle 4 del mattino Kiev fu bombardata, ci hanno avvisato che la guerra era iniziata”», si ricorda Mikhail Frenkel, 78 anni, un veterano del giornalismo ucraino e direttore dell’ultima testata ebraica cartacea del Paese, Evrejskij obozrevatel, oltre che presidente dell’Associazione della stampa ebraica dell’Ucraina. Il 24 febbraio scorso Mikhail Aronovich Frenkel è stato svegliato alle 6 del mattino nella sua casa di Kiev dai boati, solo per realizzare nelle successive ore che la sua città veniva nuovamente bombardata, questa volta non dai nazisti, ma dall’esercito del presidente russo Vladimir Putin che ha lanciato un’autentica guerra contro l’Ucraina presentata dal Cremlino come “un’operazione speciale per de-nazificare e de-militarizzare” il Paese “usurpato dai neonazisti”.
Il giorno dopo l’inizio dell’assalto russo, Frenkel ha lasciato Kiev con pochi effetti personali a bordo di una macchina di amici. Durante un viaggio della speranza durato diversi giorni ha visto cose che l’hanno colpito profondamento: bambini che nel buio attraversavano correndo la frontiera con la Polonia – erano stati caricati dai genitori sui bus per essere portati in salvo; residenti del villaggio del confine che offrivano generosamente alle persone in coda pietanze locali.
Mikhail Aronovich parla a Bet Magazine dalla casa di sua moglie in Germania e riflette sui veri motivi dell’invasione russa. «Putin ha usato per la sua propaganda la strategia della ‘grande menzogna’ descritta da Hitler» dice Frenkel.

I nazionalisti ucraini e la grande bugia di Putin
«I nazionalisti radicali in Ucraina ci sono, come in ogni Paese, ma da tanti anni alle elezioni non ottengono più del’1-2% di voti. Come avrebbero mai potuto dei nazisti eleggere a grande maggioranza un presidente ebreo?», si chiede il giornalista parlando di Volodimir Zelenskij, diventato il leader simbolo della resistenza ucraina. È vero che nella storia degli ebrei ucraini ci sono state delle pagine sanguinose, dice Frenkel, la cui madre da bambina sopravvisse per miracolo al terribile pogrom di Proskurov del 1919 scatenato da un comandante dell’esercito della Repubblica popolare ucraina capeggiata da Simon Petljura. Il giornalista condanna la tendenza degli ultimi anni da parte delle minoritarie – ma rumorose – forze nazionaliste di elevare ad eroi tutti i personaggi storici che lottavano per l’Ucraina indipendente, in particolare la figura del leader dell’Organizzazione dei nazionalisti ucraini, Stepan Bandera, che collaborava con i nazisti. Anche se il reale personaggio storico è stato offuscato da una sua rappresentazione mitizzata, «credo che solo degli imperi o Paesi totalitari abbiano bisogno di miti, mentre una democrazia ha bisogno di verità storiche – ritiene Frenkel. – Ma queste discussioni non possono giustificare «quell’orrore che hanno scatenato i russi», conclude. «Per Putin è stato solo un pretesto, mentre il suo vero movente è stato il desiderio di ricreare l’Urss, o piuttosto l’impero russo».
«I russi sono venuti per privare l’Ucraina dell’indipendenza e per ripristinare l’Unione Sovietica», ci dice Iosif Zisels, presidente del Vaad (Associazione delle organizzazioni e comunità ebraiche dell’Ucraina) e leader del movimento ebraico ai tempi dell’Urss, rimasto a Kiev dopo l’invasione. L’anziano dissidente e prigioniero politico sostiene di essere stato tra i pochi a non aver mai dubitato dell’imminente attacco. «Mi sono sempre aspettato che la Russia imperialista potesse essere capace di una cosa del genere -, spiega. – La denazificazione è una menzogna dall’inizio alla fine -, dice, indignato. – È la Russia che va denazificata perché in Ucraina i russi si stanno comportando come dei veri e propri nazisti. Gli ebrei ucraini – conclude Zisels – stanno vivendo la stessa tragedia del popolo ucraino».

Ucraina, ebrei e Israele: un legame storico
Per l’ebraismo, per lo Stato di Israele e per la cultura ebraica in generale ci sono pochi posti sulla terra così carichi di significato come l’Ucraina, terra che ha dato i natali all’autore simbolo della letteratura yiddish Sholem Aleichem, alla prima donna primo ministro di Israele Golda Meir, ai sionisti Leon Pinsker e Vladimir Jabotinskij. Qui, a Medzhibozh, visse e sviluppò il suo pensiero il fondatore del chassidismo Baal Shem Tov, mentre a Uman si trova la tomba di Nachman di Breslov, centro del pellegrinaggio ebraico per Rosh Ha-Shana.
Dopo la catastrofe della Shoah, nella quale furono uccise in Ucraina 1 milione e 500mila persone, dopo l’oppressione dell’antisemitismo di Stato sovietico e dopo un’ondata di Alyiot seguite al crollo dell’Urss, gli ultimi tre decenni della storia ebraica in Ucraina sono stati segnati da una rinascita: sono arrivati i rabbini, si sono create comunità e organizzazioni ebraiche, si sono aperte diverse scuole. Prima della guerra, secondo i dati dell’Agenzia Ebraica, nel Paese c’erano 43mila persone con entrambi i genitori ebrei e che si identificavano come tali, mentre 200mila persone avevano i titoli per beneficiare della Legge del Ritorno.
L’invasione russa ha messo in forse tutto quello che è stato costruito in questi anni; intere comunità sono state evacuate, mentre dalle sinagoghe venivano portati via i Sefer Torah per salvarli dalla distruzione della guerra. Un razzo russo ha colpito l’area adiacente al memoriale di Babij Jar a Kiev, il sito del più atroce massacro degli ebrei compiuto durante l’occupazione nazista del Paese.
I sopravvissuti alla Shoah sono stati costretti a nascondersi nei rifugi antiaerei, mentre i rabbini si sono messi in prima linea per salvare le persone.

Il lavoro dei rabbini sul campo

Rav Moshe Asman_credit Facebook Chief Rabbi of Ukraine

Fin dai primi giorni della guerra, il rabbino capo di Kiev e dell’Ucraina Moshe Asman si è occupato dell’evacuazione dei profughi, come lui stesso ha raccontato in un’intervista a Bet Magazine. «Non ho paura di morire, ma non avrei mai immaginato di poter morire sotto i razzi della Russia, il Paese in cui sono nato, dove ho frequentato la scuola e dove ho tanti amici che tacciono e quasi nessuno mi ha chiamato», ha detto amareggiato rav Asman, originario dell’allora Leningrado, in un video messaggio diffuso sul web. Il rabbino ha implorato sulla Torah tutti i russi e gli ebrei russi in particolare di svegliarsi e opporsi alla guerra, lanciando parole pesanti contro «gli indifferenti, complici di un crimine contro l’umanità».
Il messaggio da Kiev non è rimasto inascoltato e il rabbino capo della Russia Berl Lazar ha rilasciato una dichiarazione in cui ha esortato tutti i leader religiosi del mondo a pronunciarsi insieme a favore della pace in Ucraina. «Io stesso sono pronto per qualsiasi mediazione, a fare tutto quello che posso e anche di più perché le armi tacciano e le bombe non esplodano più», ha scritto il rabbino, originario di Milano, noto per i suoi buoni rapporti con Vladimir Putin. Ma in questo caso la propaganda russa non ha retto di fronte alle testimonianze degli emissari del Rebbe di Lubavitch in Ucraina.

A Kherson, la città portuale di 250mila abitanti nel sud dell’Ucraina, che è stata la prima a cadere nelle mani dell’esercito russo, è rimasto il rabbino Yossef Itzhak Wolff che ci ha raccontato le difficoltà nel reperire generi alimentari e medicine in una città dove non arrivavano approvvigionamenti. Mentre da Israele il rabbino capo di Mariupol, Aharon Menachem Mendel Cohen, cercava di aiutare con gli acquisti di alimenti la sua comunità di 3mila persone intrappolata in una città assediata, sotto continuo bombardamento, con acqua, luce e comunicazioni saltate e senza cibo né acqua. Era già tutto pronto per la celebrazione di Pesach, ma dopo 17 anni a Mariupol, rav Cohen ha dovuto lasciare la città senza sapere quando potrà tornare.

Rav Yossef Itzhak Wolff, rabbino di Khershon
Rav Yossef Itzhak Wolff, rabbino di Khershon


Il salvataggio dei bambini orfani, da Odessa a Zhitomir

A Odessa, il porto che riveste un ruolo speciale per l’ebraismo ucraino e che tra la seconda metà dell’Ottocento e il primo quarto del Novecento era la terza città al mondo per popolazione ebraica, il rabbino capo della Città e del Sud dell’Ucraina, Avraham Wolff, si è dedicato all’evacuazione dell’orfanotrofio Mishpachà. Ha portato 120 bambini a Berlino, dove è andato a salutarli il presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier. Dopo il compimento della sua missione, il rabbino Wolff è tornato a Odessa. Dalla Germania aveva dichiarato ad AFP: «È uno dei periodi più difficili della mia vita, è terribile vedere questo disfacimento della comunità ebraica. È successo proprio quando la comunità stava cominciando a crescere nuovamente, con asili, scuole, orfanatrofi, università».
Sempre a Odessa, il Rabbino capo Shlomo Baksht ha violato lo Shabbat per salvare le vite di circa 300 bambini dell’orfanotrofio Tikva e portarli in Romania. «Hanno sentito delle esplosioni e si sono spaventati-, ci ha raccontato rav Baksht, mentre stava salendo con i suoi alunni sui bus per lasciare la città -. Abbiamo dei bambini qui con una storia molto difficile. Un bambino gettato dalla madre nella spazzatura o un altro con i genitori tossicodipendenti. Le storie sono scioccanti e sono tutte nei nostri cuori», ha spiegato il rabbino.
Anche il Rabbino capo Chabad di Zhitomir, Shlomo Wilhelm, ha portato in salvo a Tel Aviv 90 bambini dell’orfanatrofio Alumim, accolti dal premier israeliano Naftali Bennett.

Il rabbino Shlomo Whilhelm con 90 orfani sbarcano in Israele accolti dal premier Bennett


La guerra, tra verità e fake news

Anche la storia dei piccoli orfani è diventata oggetto di fake news, un’altra arma della guerra combattuta in Ucraina. Il sito israeliano 0404 ha scritto che gli ebrei di Zhitomir, la città a nord-ovest dell’Ucraina, sono fuggiti in Israele perché minacciati e picchiati dalla gente locale. Notizia ripresa dalla stampa anglofona e amplificata dai social per sostenere la narrazione russa sull’Ucraina “controllata dai nazionalisti”. La bufala è stata subito smascherata dallo stesso rabbino che ha scritto su Facebook: “Il nazismo ucraino, l’antisemitismo e le persecuzioni degli ebrei esistono solo nella mente malata degli autori” di questa fake news. Parlando dal moshav Nes Harim, vicino a Gerusalemme, rav Wilhelm ci ha detto che lui e la sua comunità sono stati costretti a fuggire dalla guerra. «In Ucraina, noi, emissari del Rebbe, abbiamo visto solo cose buone», ha aggiunto il rabbino attivo a Zhitomir dal 1994.

Anche Uman, luogo di pellegrinaggio ebraico, è stata colpita da un razzo russo nel primo giorno della guerra, una persona è stata uccisa, mentre un fumo molto denso si è alzato dietro la tomba di Rabbi Nachman, come ha testimoniato in un’intervista ai nostri media Peretz Krahan, presidente della comunità ebraica locale. «Tutti i lavoratori sono fuggiti a casa dal panico. Chi poteva andarsene, lo ha fatto. Per chi non poteva, cerchiamo di fornire una risposta umanitaria e di prenderci cura di loro», ha detto rav Krahan. Presso la sinagoga dei chassidim Breslov è stato predisposto un rifugio dove hanno potuto nascondersi persone del luogo ai quali venivano offerte bevande e cibo.

La solidarietà e la dedizione

In mezzo allo sfacelo, alla morte e al pericolo, in Ucraina ci sono state tante storie di abnegazione e di solidarietà. Kharkiv, la seconda città più grande dell’Ucraina, che prima della guerra contava circa 20mila ebrei, fin dall’inizio del conflitto è stata sotto continui bombardamenti. Il seminterrato della sinagoga della città è diventato un rifugio per tantissime persone di varie nazionalità e religioni. La cucina del Tempio non ha mai smesso di funzionare e servire i pasti ai bisognosi. Dopo che un razzo russo ha colpito un centro commerciale adiacente, nella sinagoga si sono frantumati i vetri. Nella città è stata danneggiata anche la scuola ebraica che un giorno prima dell’inizio della guerra aveva festeggiato trent’anni dalla fondazione. «Sono arrivato qua a Kharkiv con mia moglie nel 1990 e non avrei mai immaginato che una cosa del genere sarebbe potuta accadere nella nostra città», ha raccontato a Bet Magazine rav Moshe Moskovitz, che ha coordinato gli aiuti alla comunità sul posto finché è stato possibile, ma dopo ha dovuto lasciare la città con la sua famiglia, continuando anche da lontano a prendersi cura di chi non è potuto partire, procurando cibo e sostenendo le persone.

Lo Shabbat del 25 febbraio nella sinagoga di Kharkiv


L’impegno dell’Hashomer Hatzair

Sempre a Kharkiv, si è messo in moto il ken dell’organizzazione giovanile ebraica Hashomer Hatzair, che conta 40 ragazzi, mentre tantissimi ex membri sono sparsi in giro per il Paese. La coordinatrice dell’organizzazione nei Paesi russofoni, Anna Grachevskaja, ci ha raccontato che uno dei partecipanti del movimento ha attrezzato, in uno scantinato, un rifugio con tanto di lucine di Natale per rallegrarlo, dove poteva nascondersi chi aveva bisogno. Tanti membri del movimento, loro stessi in fuga, si sono offerti di aiutare altre persone, soprattutto gli anziani, assistendoli e portando loro cibo e medicine. Il movimento ha affittato anche appartamenti, uno in Polonia e diversi a Leopoli, da utilizzare come rifugi per i profughi.

Grande è stato il sostegno e il coinvolgimento dei kenim dell’Hashomer Hatzair di tutto il mondo, ma in particolare dell’Europa, Italia compresa, dice ancora Anna Grachevskaja. Hanno lanciato diverse campagne di raccolta fondi e di informazione a sostegno dell’Ucraina. Inoltre, i vari kenim hanno raccolto cibo, medicine, vestiti, generatori e altri beni di prima necessità e li hanno trasportati in Ucraina dove sono stati distribuiti dai coordinatori locali.

Qui il servizio di Sorgente di Vita sulla Rai sull’aiuto dell’Hashomer Hatzair Italia

Una delegazione di Hashomer Hatzair guidata dal segretario generale Oren Zukierkorn è andata nella città polacca di Pshemysl, al confine dell’Ucraina, per prestare aiuto nella casa dei profughi. Lì hanno attrezzato, in particolare, uno spazio per bambini con tanti giochi e libri per permettere ai piccoli di distrarsi.

Area gioco allestita dall’Hashomer Hatzair

Quando manca il terreno sotto i piedi, aiutare gli altri diventa un motivo per andare avanti. Così è successo a Roksana Gamarnik-Monastyrska, presidente della Fondazione ebraica dell’Ucraina, con sede a Kiev. Stava pianificando per la primavera dei festival teatrali e musicali, ma da un giorno all’altro è diventata una profuga, ospitata in un villaggio nella regione di Ivano-Frankivsk, nell’ovest del Paese. «Nella casa della madre dell’amico che ci ospita e che dispone di sole quattro stanze continuano ad arrivare le persone, ogni giorno ci ritroviamo in 40-50, andiamo a prendere la gente alla stazione, diamo loro da mangiare e cerchiamo per tutti una sistemazione-, ci racconta Roksana -. Abbiamo accolto una famiglia di Kharkiv, una donna incinta, sua sorella e un ragazzo di 13 anni che si erano rifugiati per 12 giorni in un parcheggio sotterraneo. Quando abbiamo servito loro un piatto di minestrone, il modo in cui il ragazzo lo guardava e ci ringraziava ha fatto scoppiare in lacrime mia figlia».
Alla guida della Fondazione ebraica dell’Ucraina, Roksana ha preso il testimone da suo marito Arkadij Monsatyrskij, scomparso prematuramente nel 2017. Monastyrskij è stato il promotore della rinascita culturale ebraica in Ucraina, alla fine degli anni Ottanta, e ha anche presieduto il Consiglio civico presso il Ministero dell’Istruzione ucraina. Proprio sotto la sua presidenza, nelle scuole del Paese è stata introdotta la didattica della Shoah. «Ogni anno quando commemoriamo le vittime della Shoah ci diciamo che una cosa del genere non deve succedere mai più-, ha detto Roksana. – Ma ora c’è la guerra, siamo stati attaccati da Putin alle 4 del mattino…».

 

Foto in alto: Rav Shlomo Wilhelm durante l’evacuazione (credit Facebook Esther Wilhelm)

 

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