Roma Pride, esclusa Keshet Italia: “Non c’è Pride se si escludono le minoranze”

Italia

Di Anna Balestrieri

L’esclusione di Keshet Italia dal Roma Pride riapre una frattura sempre più  profondafrattura sempre più  profonda all’interno del movimento LGBTQ+ italiano: quella tra identità queer ed ebraica, conflitto israelo-palestinese e accuse reciproche di antisemitismo e discriminazione politica.

Nel comunicato stampa diffuso il 26 maggio 2026, Keshet Italia denuncia apertamente quella che definisce un’esclusione basata sull’identità ebraica. L’associazione — che si presenta come “l’unica organizzazione italiana ebraica LGBTQIA+” impegnata nella promozione della piena inclusione delle persone ebree queer sia nelle comunità ebraiche sia negli spazi LGBTQ+ — sostiene di essere stata esclusa prima dal coordinamento e poi persino dalla possibilità di sfilare con un proprio carro.

Il Roma Pride ha gettato la maschera”, scrive Keshet Italia

“Con un atto di esclusione senza precedenti, a Keshet Italia è stato negato prima l’accesso al coordinamento e poi persino la possibilità di sfilare con un proprio carro. La nostra colpa? ESSERE EBREX.”

L’antisemitismo mascherato da posizionamento politico”

Secondo l’associazione, la decisione rappresenterebbe il culmine di un clima di ostilità maturato negli ultimi anni all’interno di alcune realtà del movimento Pride.

Nel comunicato, Keshet ricorda gli episodi verificatisi durante i Pride del 2025, quando membri dell’associazione erano stati insultati con slogan come “assassini” e “terroristi” mentre esponevano bandiere rainbow con la Stella di Davide.

“L’anno scorso, durante la parata, abbiamo subito attacchi antisemiti espliciti. Attacchi davanti ai quali il Roma Pride ha scelto il silenzio, rifiutandosi di condannarli”, afferma il testo.

E ancora: “Oggi quel silenzio si trasforma in complicità attiva: veniamo ufficialmente cacciati.”

Per Keshet Italia, il nodo centrale è la sovrapposizione tra identità ebraica e sostegno politico allo Stato di Israele o al governo Netanyahu. Una confusione che l’associazione considera discriminatoria.

“L’antisemitismo mascherato da posizionamento politico rimane antisemitismo”, si legge nel comunicato.

Il post di Daniel Regard: “Solo agli ebrei gay viene chiesto un esame politico”

A rilanciare la polemica è stato anche un duro post Facebook di Daniel Regard, che ha definito la scelta del Roma Pride una contraddizione insanabile.

Secondo Regard, il Pride sostiene formalmente di distinguere tra governo israeliano e comunità ebraica, salvo poi escludere un’associazione di ebrei LGBTQ+ perché non considerata sufficientemente critica verso Israele.

“Solo agli ebrei gay viene chiesto di firmare una dichiarazione politica per guadagnarsi il diritto di sfilare”, scrive Regard (https://www.facebook.com/billyregard/).

Nel suo intervento, l’autore ricorda inoltre come in numerosi paesi del Medio Oriente e del mondo arabo l’omosessualità sia ancora perseguita penalmente, sostenendo che analoghe richieste di dissociazione politica non vengano rivolte ad altri gruppi presenti ai Pride.

“Questa non è una posizione identitaria. È discriminazione con una bandiera arcobaleno sopra”, conclude.

I precedenti: dalle rinunce ai Pride alle contestazioni di Napoli

Le tensioni non nascono oggi. Già nel 2024 Keshet Italia aveva scelto di non partecipare ai Pride nazionali denunciando un clima diventato “invivibile” e il rischio concreto di aggressioni fisiche contro i propri membri per l’esposizione della bandiera rainbow con la Stella di Davide.

Nel 2025 l’associazione era tornata a sfilare in alcune piazze italiane, ma gli episodi di ostilità non si sono fermati. A luglio, durante il Napoli Pride, il presidente di Keshet Italia Raffaele Sabbadini era stato contestato dal pubblico mentre cercava di parlare dal palco.

In un’intervista, Sabbadini aveva parlato apertamente di antisemitismo: “Ci hanno gridato ‘assassini’ — a noi, non ad altri. Non mi pare abbiamo ucciso qualcuno.”

Secondo il presidente di Keshet, la presenza di simboli ebraici all’interno del movimento queer verrebbe sempre più spesso associata automaticamente allo Stato di Israele e al governo Netanyahu, cancellando ogni distinzione identitaria e culturale.

Non siamo il carro di Israele”

Uno dei punti centrali della polemica riguarda proprio la confusione tra identità ebraica e rappresentanza politica israeliana. Keshet Italia insiste da tempo sul fatto di non rappresentare alcun governo.

Nell’intervista, Sabbadini ricordava: “Non siamo il carro di alcuna nazione né rappresentiamo in alcun modo il governo israeliano.”

L’associazione si definisce nel proprio statuto “ebraica LGBTQ+, femminista, transfemminista, pacifista, ecologista, antirazzista, antitotalitaria, antifascista, antiabilista e libertaria” e rivendica una posizione favorevole alla pace e alla soluzione dei due Stati.

Durante il suo intervento preparato per il Napoli Pride — interrotto dalle contestazioni — Sabbadini aveva dichiarato: “Le sofferenze non sono in competizionesofferenze non sono in competizione: non esistono Olimpiadi del dolore.”

E ancora: “Siamo persone. Abbiamo il diritto di esistere come ebrei queer. Il diritto di essere visibili. Il diritto a spazi sicuri.”

Il nodo dell’antisemitismo nei movimenti progressisti

La vicenda riapre anche il dibattito sull’antisemitismo contemporaneo e sulle sue manifestazioni negli ambienti progressisti e della sinistra radicale.

Secondo Keshet Italia, la richiesta rivolta agli ebrei LGBTQ+ di prendere continuamente posizione sul conflitto israelo-palestinese costituirebbe una forma di discriminazione che non viene applicata ad altri gruppi identitari presenti nei Pride.

Nel corso dell’intervista a Gay.it, Sabbadini aveva affermato: “Antisemitismo significa odio verso gli ebrei, punto.”

L’associazione denuncia inoltre un clima sempre più polarizzato, nel quale le identità ebraiche queer vengono sottoposte a continui “esami di legittimità” per poter partecipare agli spazi del movimento.

L’appello alle istituzioni

Nel comunicato diffuso dopo l’esclusione dal Roma Pride, Keshet Italia chiama direttamente in causa le istituzioni romane e nazionali.

L’associazione invita “realtà associative, attivistx, partiti politici e società civile” a prendere posizione contro quella che definisce una “deriva razzista” e chiede esplicitamente al Roberto Gualtieri e al Comune di Roma di non partecipare alla manifestazione.

“Roma, città simbolo della Resistenza e della memoria, non può legare il proprio nome a un evento che esclude le cittadinx queer ebree”, si legge nel testo.

Il comunicato si chiude con una frase destinata a diventare uno degli slogan della polemica: “La salute delle democrazie si vede da come vengono trattate le minoranze.” (https://www.instagram.com/p/DYzA3MXiDpq/?igsh=MXYyNG54MGdqZGNvbQ==)

E ancora: “Non si può essere complici della discriminazione e sfilare accanto a chi caccia una minoranza.”

La decisione del Roma Pride rischia ora di approfondire ulteriormente una frattura già evidente nel movimento LGBTQ+ italiano: da una parte chi ritiene impossibile separare oggi il tema dell’identità ebraica dal conflitto mediorientale; dall’altra chi denuncia un criterio applicato esclusivamente agli ebrei queer, costretti — secondo Keshet — a continui “esami politici” per poter partecipare a spazi che dovrebbero essere inclusivi per definizione.