di R.I.
Maria Cristina Marconi Bezzi-Scali, vedova del Premio Nobel Guglielmo Marconi, e Domingo Las Bàrcenas Y Lopez-Mollinedo, l’ambasciatore spagnolo presso la Santa Sede durante gli anni delle deportazioni dall’Italia, si opposero alle politiche nazifasciste e, senza mai ricevere un compenso, garantirono la salvezza della famiglia Pollitzer.
L’Ambasciata di Israele e l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane (UCEI) hanno organizzato la cerimonia per l’attribuzione della più alta onorificenza civile dello Stato d’Israele. L’evento si è svolto questo pomeriggio presso la Biblioteca Nazionale dell’Ebraismo Italiano di Roma davanti alle autorità e alla cittadinanza.
Quando le leggi razziali del 1938 cambiarono per sempre la vita degli ebrei italiani, Maria Cristina Bezzi Scali, vedova del Premio Nobel Guglielmo Marconi, scelse da che parte stare. La sua storia si intreccia con quella della famiglia Pollitzer, salvata grazie al coraggio di una nobildonna romana.
Renato Pollitzer e la moglie Nora erano nati a Trieste e avevano ottenuto la cittadinanza italiana nel 1918. Trasferitisi a Roma, dove nacque la figlia Chiarella, Renato si era affermato come medico stimato. Tra i suoi pazienti figuravano i componenti della famiglia Bezzi Scali, con cui si era instaurato un legame che andava oltre il rapporto professionale: Maria Cristina e sua figlia Elettra erano amiche dei Pollitzer. Dopo la promulgazione delle leggi razziali, la famiglia riuscì a procurarsi certificati di battesimo che permisero al dottor Pollitzer di continuare a esercitare. Ma l’8 settembre 1943, con l’ingresso dell’esercito tedesco a Roma, la situazione precipitò. All’alba del 16 ottobre, all’inizio del rastrellamento del ghetto, un’amica li svegliò appena in tempo: i Pollitzer fuggirono immediatamente da casa. Chiarella fu affidata alla famiglia dell’ambasciatore spagnolo presso la Santa Sede, Domingo de las Barcenas, i cui figli erano pazienti del dottor Pollitzer. Vi rimase nascosta per due mesi, segnati dalla solitudine, dalla nostalgia per i genitori e dal peso della consapevolezza che quella famiglia rischiava la vita per lei. Renato e Nora trovarono invece rifugio nel palazzo della marchesa Maria Cristina Bezzi Scali. Nel dicembre 1943 decisero di rientrare nella loro abitazione di Viale Liegi 42, per ricongiungersi a Chiarella. A proteggerli, due figure rimaste anonime: il portiere dello stabile, che aveva installato un campanello d’allarme per avvisarli in caso di pericolo, e un ufficiale di polizia – il cui figlio era paziente del dottore – che li avvertiva in anticipo di eventuali perquisizioni. I mesi successivi furono durissimi: poca luce, freddo, fame e la radio come unico filo con il mondo. La liberazione giunse il 4 giugno 1944. Dopo la guerra, tra salvatori e salvati rimase un legame d’amicizia che resistette al tempo.
È per questi fatti che lo Yad Vashem ha riconosciuto Maria Cristina Marconi Bezzi-Scali e Domingo Las Bàrcenas Y Lopez-Mollinedo il titolo di “Giusta fra le Nazioni”. Mettendo a rischio la propria vita, infatti,
Maria Cristina Marconi Bezzi-Scali e Domingo Las Bàrcenas Y Lopez-Mollinedo si opposero alle politiche nazifasciste e, senza mai ricevere un compenso, garantirono la salvezza della famiglia Pollitzer.
A ricevere l’onorificenza in rappresentanza delle famiglie sono stati Guglielmo Giovanelli Marconi, Elettra Marconi (al centro) e Bruno Barcenas. I fatti storici sono stati rievocati, nell’emozione collettiva dei presenti, dal Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane (UCEI) Livia Ottolenghi, dalla vice- presidente della Comunità ebraica di Roma Carola Funaro e dall’Ambasciatore dello Stato di Israele in Italia Jonathan Peled. L’evento è stato moderato dal giornalista Tommaso Giuntella. In sala è stato presente anche il Senatore Maurizio Gasparri, presidente della Commissione affari esteri del Senato.
Come ha sottolineato Livia Ottolenghi, Presidente UCEI, nel suo intervento: «Le storie dei Giusti tra le Nazioni che quasi 90 anni fa aiutarono le famiglie ebree a salvarsi dalle persecuzioni nazifasciste rappresentano, oggi più che mai, un esempio di straordinario coraggio civile e umano. Ebbero la forza di opporsi, di scegliere responsabilmente e di dire no alla violenza. Per questo il loro ricordo deve continuare a essere custodito e trasmesso, soprattutto alle le nuove generazioni, come patrimonio condiviso di memoria e responsabilità.»
«Sulla medaglia dei Giusti è incisa una frase della tradizione ebraica: “Chi salva una vita salva il mondo intero.” Ma questa storia non parla solo del buio della persecuzione. Parla anche della scelta della luce. I Giusti ci insegnano proprio questo: davanti al male non basta non condividerlo. Non basta pensare, in silenzio, che ciò che accade sia ingiusto. L’indifferenza non è mai neutra. È già una presa di posizione. Durante la Shoah molti videro e tacquero. Molti seppero ma preferirono fingere di non sapere. I Giusti ci insegnano che era, ed è, possibile scegliere diversamente. Per questo la Memoria non può essere soltanto ricordo. La Memoria è responsabilità di non essere spettatori indifferenti. E il riconoscimento che oggi viene conferito non è solo un atto dovuto verso il passato. È un richiamo preciso a un presente in cui l’odio antiebraico torna a manifestarsi con rinnovata forza.», ha dichiarato la vice-presidente della Comunità ebraica di Roma Carola Funaro.
«L’antisemitismo di oggi non può essere sottovalutato. Quello che vediamo crescere in Europa e nel mondo non riguarda soltanto gli ebrei. Riguarda tutti. La storia ci ha insegnato che l’odio verso gli ebrei è sempre il primo segnale di qualcosa di più grande e più pericoloso. Oggi, quando tante persone nel mondo non conoscono nemmeno cosa sia stata la Shoah, abbiamo il dovere di continuare a raccontare. Di testimoniare. Di educare. Sei milioni di ebrei furono uccisi dal nazismo e dai suoi complici. Tra loro c’erano anche tanti ebrei italiani: cittadini italiani che hanno perso tutto solo perché erano ebrei. Ma accanto a questa oscurità esiste anche un’altra storia. La storia di uomini e donne che non sono rimasti indifferenti. Persone che hanno avuto il coraggio di scegliere il bene quando era più facile voltarsi dall’altra parte», ha dichiarato l’Ambasciatore di Israele Jonathan Peled.
Dalla testimonianza di Chiarella Poliitzer
Nel 1938 con le leggi razziali ci fu grande turbamento dei “grandi” che io non comprendevo fino in fondo ma ne afferravo solo la tensione. Ancora oggi mi è difficile parlarne.
Da bambina non ho capito e da adolescente non capivo… o meglio, non volevo capire perché non potevo considerarmi diversa e discriminata dagli altri anche se gli altri, i veri amici, non mi facevano sentire diversa.
Devo dire che in questo i miei genitori furono eccezionali, proteggendo la mia serenità, mia madre Nora specialmente, con il suo equilibrio e buonsenso. Papà Renato senza la mamma si sarebbe lasciato prendere dal panico, dal senso di rivalsa e di offesa.
E mentre io giocavo serena e spensierata, loro soffrivano e combattevano per tenersi a galla.
Mio padre Renato Pollitzer era medico molto stimato e ha curato ben 4 generazioni della famiglia Bezzi–Scali: la Contessa Anna Bezzi-Scali nata Sacchetti; la Marchesa Maria Cristina Marconi nata Bezzi-Scali, sua figlia; la Marchesa Elettra Marconi coniugata con il Principe Carlo Giovanelli e nipote della Contessa Anna, il Principe Guglielmo Giovanelli Marconi, il pronipote, l’ultima generazione prima della morte di mio padre.
Ricordo che i miei genitori pagarono intrallazzatori per tentare invano di ottenere falsi certificati di battesimo da parrocchie di provincia semisconosciute, solo per proteggersi, dato il futuro incerto che avevamo davanti.
Dopo essere stata espulsa dalla scuola che frequentavo, nel 1938, fui iscritta subito in una Scuola privata. Lì per lì non compresi, ma ho capito tutto ciò molti anni dopo.
Ho trascorso la prima parte della mia vita serenamente: tante amicizie, discussioni adolescenziali sui problemi della vita, tante letture. Ricordo l’adolescenza come un periodo bello per me.
Poi scoppiò la guerra (10 giugno 1940): la dichiarazione di Mussolini appresa in treno tornando da Ostia.
Mia madre era molto preoccupata e alcuni dei nostri parenti e conoscenti fuggirono all’estero. Mia madre Nora cercò di tranquillizzare papà. Si sentivano costanti notizie della guerra in corso. Ascoltavamo Radio Londra di nascosto.
Poi ci fu il luglio 1943 con la caduta e l’arresto di Mussolini. E dopo l’8 settembre arrivarono i tedeschi a Roma. Con l’occupazione tutte le strade si trovarono sotto bombardamento, c’era poco cibo e razionamenti. Si sentivano in giro voci allarmanti sulle intenzioni dei tedeschi verso noi ebrei.
E dopo i 50 Kg. d’oro da consegnare in pochi giorni da parte degli ebrei di Roma arrivò il giorno più drammatico: il 16 ottobre 1943 e la razzia nazista del ghetto e delle case ebraiche di tutta Roma.
Un’amica che abitava vicino a noi si precipitò di prima mattina ad avvisare mia madre. Fuggimmo e ci rifugiammo da amici generosi. C’era la pena di morte per chi ospitava ebrei.
Papà corse a prendermi a scuola e mi portò all’Ambasciata di Spagna presso la Santa Sede, dall’Ambasciatore Domingo de las Bárcenas in quanto era il medico di fiducia che curava i suoi figli. Io fui nascosta in una camera e lasciata lì, sola tra sconosciuti, quasi senza contatti con i miei.
Restai nascosta due mesi, un tempo di grande solitudine e rischio per la vita dei miei Salvatori, lontana dai miei genitori. Si sapeva e si diceva poco di cosa succedesse a chi veniva catturato dai tedeschi.
Invece mamma e papà trovarono rifugio a Palazzo Bezzi–Scali in Via Condotti, vicino all’Ambasciata di Spagna presso la Santa Sede dove mi trovavo io.
Vennero nascosti in casa della Marchesa Maria Cristina Marconi. Mamma e papà vi restarono nascosti fino a dicembre e poi decisero di venire a prendermi per provare a tornare a casa.
E fu così che, d’accordo con il portiere del condominio, fu creato un campanello d’allarme per poter scappare in tempo se qualcuno ci avesse cercato. E poi un Brigadiere di polizia, a cui papà aveva salvato il figlio malato, garantì di avvisarci e proteggerci in caso di retate dei nazifascisti. Purtroppo non ricordo più i nomi di queste due persone coraggiose. Uscivamo poco, ci si faceva coraggio ascoltando trepidanti radio Londra. Sentivamo dei progressi degli Alleati, l’avanzata in Sicilia e ad Anzio. Avevamo fame, buio, freddo, ma per lo meno eravamo di nuovo tutti insieme.
Io leggevo tanto e studiavo. Non frequentavo la scuola e mi preparavo al salto della terza liceo.
Festeggiai così i miei 17 anni: mi sentivo grande!
Tutto procedette bene, per nostra fortuna nessuno ci cercò.
La guerra a Roma finì il 4 giugno 1944. Peccato che non ho mai tenuto un diario, o annotato tanti fatti ed impressioni. Purtroppo invecchiando si dimentica tanto.
Questo è tutto ciò che ricordo: dobbiamo la nostra vita all’Ambasciatore di Spagna presso la Santa Sede Domingo de las Bárcenas e alla Marchesa Maria Cristina Marconi Bezzi-Scali con la sua famiglia, che per anni dopo la guerra rimasero in affettuoso rapporto di amicizia con noi.
Ecco perché chiedo dunque a questo spettabile Memoriale che venga riconosciuta l’onorificenza di “Giusti Tra le Nazioni” ai nostri Salvatori.
Chiarella Pollitzer 4 aprile 2023



