Musica | Leonard Cohen: “Popular problems”

Taccuino

di Roberto Zadik

Ha 80 anni ma, come i monumenti, non invecchia mai e col passare del tempo acquista valore. Non riesce a smettere di creare e di cercare dentro e fuori da sé stesso come Bob Dylan, Woody Allen o Neil Diamond – tutti grandi inarrestabili e inossidabili ebrei americani di ieri, di oggi e di domani e magari dopodomani.

Stiamo parlando non di una pendola da salotto o di un quadro antico ma di uno dei più grandi e imbronciati cantautori del Novecento: Leonard Cohen. Arriva così dopo i suoi soliti silenzi e i suoi proverbiali ritorni -un po’ come il suo collega Dylan, anche lui ebreo ashkenazita dal passato complesso e dal presente sempre attivo- con il suo nuovo album “Popular problems”. Il titolo sembra quello di una trasmissione sociologica inglese ma è un nuovo gioiellino ormai su internet come tutto, da ascoltare nelle lunghe e diluvianti giornate invernali.

Con la sua voce sempre più rauca (ma l’ispirazione che non conosce crisi, magari anche l’economia italiana fosse così) questo cantautore canadese schivo e sornione da brava Vergine ascendente Vergine, nato il 21 settembre un giorno prima di me, ma di qualche annetto prima, non smette mai di stupire, di incantare, di creare atmosfere. Come aveva fatto ai tempi di “I am your man” una delle sue perle più o meno recenti (era il 1989) e di “Take this waltz”. Con quell’aria nostalgica e ironica che lo segnava già dagli inizi, quando quel ragazzzo sognatore e timido sembrava un mix fra un ispettore e un agente di commercio, con quell’impermeabile beige e i capelli all’indietro, la sagoma magrissima, seduto con la chitarra sulle ginocchia al Festival hippie e scalmanato dell’Isola di Wight.

Eppure di quella generazione si sente ancora parlare, mentre la mia non sembra così ispirata salvo rare eccezioni, e Cohen in questo album – uscito lo scorso settembre – non risparmia l’America, la politica o la guerra e non mancano i suoi tipici riferimenti ebraici e biblici, come nel brano “Samson in New York” in un Cd che sembra una continuazione del suo lavoro precedente “Old ideas”. Ma lui non si ripete mai e sa essere irripetibile, sembra un po’ De Andrè nel suo sguardo agli umili e agli oppressi tanto cari al buon Faber (che  incise una sua versione del capolavoro di Cohen “Susanne”) e con la sua immancabile eleganza e qualche lungaggine di troppo evoca emozioni, ricordi e analizza la vita con la saggezza e la fatica dell’età. Con lo sguardo lucido e disincantato di sempre.

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