Memoria: 1945, da via Unione il primo minian

La rinascita della Comunità milanese. I matrimoni, il Tempio, il Centro raccolta profughi. È da Milano che riprese la vita: dei dispersi di tutta Europa e dei primi holim hadashim. Un’eredità raccolta dal Tempio Beth Schlomo. Che oggi però rischia di chiudere

Milano, 1945, via Unione. Un evento di portata storica si dipana in quella viuzza alle spalle del Duomo: qui, in quei primi giorni dopo la Liberazione, stremati e ancora sotto choc, gli ebrei d’Europa stanno approdando alla spicciolata, il passo malfermo, lo sguardo incerto e ancora ignaro della sorte dei propri cari. Qui, in via Unione, i soldati della Divisione Palestina sono alle prese con un intrico di operazioni segrete finalizzate all’arrivo dei sopravvissuti dispersi, tutta gente che i compagni della Brigata Ebraica sta convogliando verso il capoluogo lombardo: difatti, in quei mesi, Milano si sta trasformando nel cuore logistico europeo dell’emigrazione clandestina in Eretz Israel. L’attività in incognito di questi soldati si intreccia così a quella della rinascente Comunità Ebraica milanese che, dopo il 25 aprile, ritornava timidamente alla vita, ospitando in via Unione 5, nei locali di Palazzo Erba-Odescalchi, i numerosi ebrei italiani costretti a fuggire nonchè i sopravvissuti e i profughi stranieri.
Sede per tutto il Ventennio della brigata fascista “Amatore Sciesa”, l’edificio di via Unione era stato dato in uso dal Cln alla Comunità. Nei due piani della palazzina furono allestiti un Tempio, una mensa e un dormitorio. All’interno dell’oratorio, trovò posto un Aron HaKodesh donato dai militari agli ebrei milanesi.

“La storia della nostra Comunità – racconta Eugenio Schek, figlio di Ariel Schek, soldato della Divisione Palestina della Quinta Armata delle Forze Alleate -, parte proprio da questo Aron HaKodesh, oggi conservato nella sinagoga Beth Shlomo She’erit Haplità, situata nell’ottagono della Galleria Vittorio Emanuele II. Un oggetto piccolo, vetusto, ma dal grande valore storico e simbolico”. Seguendo il filo del tempo, ritroviamo l’Aron nella sinagoga del Campo di internamento di Ferramonti, vicino a Cosenza. La struttura detentiva era stata appositamente costruita dai fascisti perché vi fossero imprigionati gli ebrei che, emigrati in Italia dall’Europa orientale in cerca di riparo, non erano in possesso della cittadinanza italiana.

“Sul finire della guerra – ha continuato Schek-, il campo fu liberato e successivamente occupato dai soldati volontari della Brigata Ebraica, provenienti dalla Palestina, allora sottoposta al Mandato britannico e aggregati alle truppe del Generale Alexander. I militari si stabilirono nel campo e utilizzarono l’oratorio come sinagoga militare. Al momento di riprendere la risalita della Penisola, la brigata portò con sé l’Aron e alcuni arredi che furono successivamente donati al primo nucleo della Comunità israelitica milanese”. La storia di questi soldati, dell’Aron HaKodesh di Ferramonti e della nuova vita della Comunità si intreccia a quella dei militari ebrei, appartenenti alla Divisione Palestina che, giunti nella città lombarda, dopo avere risalito con la Quinta Armata la costa tirrenica, stabilirono il loro quartier generale al secondo piano di un altro palazzo, quello di via Cantù. Fra questi soldati, si trovava il poco più che ventenne Ariel Schek, arruolatosi a Tel Aviv.

“Mio padre – ha raccontato Schek – giunse a Milano di venerdì e, il sabato mattina, si recò al Tempio di via Unione. Lì incontrò mia madre, Renata Caneda, da poco liberata dai partigiani dopo essere stata a lungo rinchiusa a San Vittore, affinché rivelasse il nascondiglio dei propri familiari. Si innamorarono. Il matrimonio fu poi celebrato nel febbraio del ‘46, nella sinagoga militare di via Cantù, davanti all’Aron HaKodesh di Ferramonti, prima che fosse donato al Tempio di via Unione”. Eugenio Schek possiede le fotografie della cerimonia nuziale celebrata dal rabbino militare e diverse immagini del padre in divisa, sulle cui mostrine è possibile leggere la scritta “Palestine”.
In alcuni scatti, Ariel Schek è ritratto accanto al camion militare inglese con impresso il Magen David, unico riconoscimento che l’esercito britannico aveva concesso ai soldati ebrei volontari. Le belle immagini di altri matrimoni conservate da figli e nipoti raccontano la nuova, fervente vita della rinata Comunità di via Unione. In via Cantù invece, accanto alla base dei militari della Divisione Palestina, aveva trovato sede quello che Annie Sacerdoti nel suo Guida all’Italia Ebraica definisce “l’ufficio (fantasma) dell’emigrazione clandestina verso la Palestina”.

“I militari di via Cantù – ha aggiunto Schek -, aiutarono moltissimi ebrei sopravvissuti ai campi e profughi dell’Europa centrale a partire alla volta di Israele, trasportandoli in incognito da Milano ai porti italiani”. La Divisione Palestina, coordinata con la Brigata Ebraica, aveva messo in piedi un’organizzazione segreta speciale: l’attività dei militari non si fermava ai trasporti, ma sconfinava anche nella preparazione dei profughi alla loro futura vita in Israele. In alcune cascine fuori Milano, semidistrutte dai bombardamenti, i soldati allestirono corsi di addestramento alla vita nei campi e all’uso delle armi. “Accanto agli insegnamenti pratici – ha proseguito Schek -, in via Unione si tenevano lezioni di Ebraico e venivano insegnate la storia del sionismo e del movimento operaio ebraico. L’organizzazione, quindi, era pianificata nei minimi dettagli”.

A Palazzo Odescalchi, oltre al Centro Raccolta per i profughi, aprì i battenti un Ufficio Cultura, un Ufficio Statistica e un Ufficio Stampa, guidato da Gualtiero Morpurgo che, nel giugno del 1945, pubblicò il primo numero del Bollettino della Comunità. Con il permesso del Comune, fu riaperto l’ambulatorio medico nell’ex casello daziario di Porta Venezia, in funzione già prima della guerra. Le persone curate furono molte, come molte furono quelle che ricevettero, presso la segreteria del Centro Raccolta profughi di via Unione, vestiti, scarpe, lenzuola, coperte e perfino materassi, oltre a pasti caldi. Di importanza vitale per la Comunità fu l’Ufficio Messaggi e Ricerche. Nei mesi successivi alla Liberazione, furono redatti molti elenchi che contenevano i nomi delle persone, sopravvissute o scomparse, che testimoni rientrati a Milano avevano riconosciuto nei campi o in luoghi di fortuna lungo l’Europa. In breve tempo, la Comunità si spese per riaprire le scuole di via Eupili e per trovare un alloggio confortevole agli anziani che avevano perso la propria famiglia negli anni di Guerra. “Questa è una storia di fondamentale importanza – conclude Eugenio Schek – non soltanto per la nostra Comunità, ma per Milano stessa.

Una storia che ancora oggi è testimoniata dall’Aron HaKodesh, dagli arredi e dai libri di studio del campo di Ferramonti conservati nel Tempio Beth Shlomo. Alla chiusura di via Unione, attorno al 1952, la sinagoga di palazzo Odescalchi fu trasferita in un locale nei pressi di Corso di Porta Romana. Nel 1997, il Comune di Milano e l’allora sindaco Marco Formentini, riconosciuta l’importanza storica e culturale del Tempio, concessero in affitto al Beth Shlomo l’attuale prestigiosa sede nell’Ottagono della Galleria, che noi abbiamo ristrutturato e reso vivibile. Oggi, però, il futuro della sinagoga è incerto. Scaduto il contratto d’affitto, abbiamo perso le sovvenzioni che ci permettevano di pagarne la spesa, e non sappiamo se il Comune stipulerà un nuovo contratto o se saremo obbligati a trovare un’altra sede.
Dall’Amministrazione non riceviamo alcuna risposta, né la disponibilità ad aprire un tavolo di confronto. Ringraziamo quanti si sono adoperati a favore di una soluzione che, nell’interesse di tutti, tuteli il patrimonio storico, religioso e umano che è rappresentato e racchiuso nel Tempio Beth Shlomo She’erit Haplità”.

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