La nascita della “diplomazia umanitaria” in risposta ai pogrom antiebraici di inizio ‘900

Libri

di Ugo Volli

[Scintille. Letture e riletture]  L’aggressione russa contro l’Ucraina ha riportato in evidenza l’antisemitismo dell’Europa orientale e i suoi crimini. Da parte russa si è spesso richiamata la celebrazione, diffusa in Ucraina, di un leader nazionalista, Stepan Andrijovic Bandera, che durante la Seconda guerra mondiale collaborò coi nazisti contro l’esercito sovietico e si rese complice anche dei crimini tedeschi contro gli ebrei (benché nel momento decisivo della Shoah in Ucraina, fra il ‘41 e il ‘44 egli fosse tenuto prigioniero dai tedeschi).

Il problema dell’antisemitismo orientale però è molto più antico, risalendo alle posizioni tradizionali della Chiesa Ortodossa. Le stragi più terribili furono compiute dai cosacchi fra il XVI e il XVII secolo in accordo con l’Impero russo. I sovrani della Russia tentarono spesso di espellere completamente gli ebrei, senza riuscirci, e alla fine fu Caterina II nel 1791 a istituire la “Zona di residenza”, una fascia ristretta che andava dalla Lituania e la Polonia fino all’Ucraina e alla Romania, dove gli ebrei erano tollerati, mentre era loro severamente proibito spingersi più a est, nella Russia vera e propria. In questo spazio si concentrarono fino a 5 milioni di ebrei, soggetti a costanti angherie ufficiali e soprattutto ai pogrom, le sommosse omicide di massa che il governo russo stesso promuoveva.

È una storia tragica. Vi furono grandi pogrom a Odessa (1821, 1859, 1871), poi dopo la morte dello zar Alessandro II in tutta la zona meridionale dell’Impero (1821-1871, 1881-1884). Dopo la sconfitta della prima rivoluzione russa (1905), circa seicento fra villaggi e città furono teatro di pogrom; un terribile massacro ai danni della popolazione ebraica era avvenuto nel 1903 a Kišinev (oggi Chisinãu, in Moldavia). Le conseguenze internazionali furono notevoli. L’affermazione del sionismo, ancor più che dal processo Deryfus, come si usa dire, fu una reazione alle stragi russe, e proprio dalla “zona di residenza” arrivò la maggior parte degli immigrati su cui si fondò l’inizio del reinsediamento ebraico in Terra di Israele.

La reazione statale più dura venne dagli Stati Uniti, anch’essi terra di immigrazione ebraica: in seguito alle violenze e alle prepotenze poliziesche, che investirono anche dei cittadini americani, ci fu una rottura delle relazioni diplomatiche e un annullamento del trattato che legava Usa e Russia dal 1830. È un episodio poco noto, che è ricostruito molto bene in un bel libro molto ricco di documentazione (In America non ci sono zar, Le Lettere Editore) scritto da Antonio Donno, Giuliana Iurlano (entrambi professori dell’Università di Lecce) e Vassili Schedrin, che insegna alla Queen’s University dell’Ontario. Il duro scontro fra Russia e America inizia nel 1880 e prosegue fino all’inizio della Prima Guerra Mondiale, alimentato anche da campagne delle organizzazioni ebraiche. Esso è il primo esempio di un atteggiamento di protezione dei diritti umani e di intervento a favore dei perseguitati e delle minoranze oppresse che, sia pur con tante eccezioni, è stata una linea politica centrale nella presenza internazionale degli Stati Uniti, ma secondo gli autori segna anche la nascita di quel fenomeno oggi importantissimo che è la “diplomazia umanitaria”.

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