Tra le ombre e i fantasmi di Salonicco, la “Gerusalemme dei Balcani”

Eventi

di Andrea Finzi e Sonia Schoonejans

Un crocevia di genti, un esempio unico di convivenza tra etnie e fedi diverse. Lo skyline di minareti, campanili, sinagoghe con i suoi ebrei romanioti, sefarditi, ashkenaziti, italiani in pacifica convivenza con musulmani, cristiani ortodossi, cattolici… Vicoli e mercati brulicanti di commercianti, medici, artigiani… Viaggio fotografico in una città-mito che rivive al Museo Ebraico di Parigi.

Se Vilna, la “Gerusalemme del Nord” è il riferimento iconico del “mondo scomparso” dell’Ebraismo dell’Europa centrale, Salonicco, la “Gerusalemme dei Balcani”, lo è altrettanto per l’Ebraismo dell’Europa sudorientale mediterranea, anch’essa perduta e irrimediabilmente annientata nella Shoah con la deportazione di tutta la sua Comunità nel 1943. Purtroppo, visitando la Salonicco attuale, definita “tsimentopolis” dai critici del suo tumultuoso sviluppo urbanistico, sono poche le vestigia di quella che fu una delle più fiorenti e cosmopolite città dell’Impero Ottomano ed è impossibile ritrovarne lo straordinario charme del passato, già stravolto dai due terribili incendi del 1890 e del 1917.

Conosciuta come Tessalonica (“vittoria dei Tessali”) dall’epoca classica fino alla fine della dominazione turca, città portuale e commerciale strategicamente posta fra le rotte del Mediterraneo e le vie di terra dirette ai territori greci e macedoni dell’impero, e più su verso la Bulgaria e la Romania, fino alla Russia e alla Polonia, Salonicco ha rappresentato un esempio unico di convivenza tra etnie e fedi diverse. La popolazione ebraica, a lungo la più numerosa, era anch’essa variegata per la coesistenza di Romanioti, ebrei originari della Grecia deportati da Costantinopoli per ripopolare la città, Sefarditi, in numero crescente dopo l’espulsione dalla Spagna, ma anche Italiani e Ashkenaziti: tutti in (quasi) sempre pacifica convivenza con i musulmani e i cristiani delle diverse confessioni.

 

Sullo scorcio dell’Ottocento, la presenza ebraica a Salonicco era diffusa in tutti gli strati sociali: imprenditori, commercianti, medici, impiegati, insegnanti, artigiani, ma anche pescatori e perfino scaricatori di porto, come notarono con sorpresa i pochi viaggiatori francesi, inglesi e italiani che vi sbarcavano.

Ma non fu questo il solo motivo che ne fece la città “meno turca” dell’Impero, dove i giorni di riposo ufficiali erano il Sabato e le Feste ebraiche: tra i musulmani, vi era una numerosa rappresentanza di Sabbatiani, discendenti dei seguaci di Sabbatai Zvi, il “falso messia”, con lui convertitisi all’Islam nel 1666 e caratterizzati da una religiosità assai tiepida, tanto da essere guardati con sospetto dai “veri credenti”, che ovunque li chiamavano “Convertiti” e, appunto, “Salonicchesi”. Il rilievo sociale ed economico dei Sabbiatiani, che non a caso davano grande importanza all’istruzione e alla cultura, si riflette nella loro Nuova Moschea, costruita nel 1902.

Salonicco, dal suo apogeo al declino, rivive nella straordinaria mostra Salonique, Jerusalem des Balkans, 1870-1920, aperta fino al 21 aprile 2024 al Musée d’Art et d’Histoire du Judaisme di Parigi con una selezione di 150 delle oltre 400 fotografie donate al Museo da Pierre de Gigord, grande collezionista e studioso dell’Impero Ottomano. Oltre ad esse, molte cartoline postali, brochures e pagine di riviste descrivono la vita della città in quei decenni. La mostra è accompagnata da un prezioso catalogo con testo della curatrice Catherine Pinguet, Edizioni CNRS.

Le prime fotografie, su carta all’albumina, sono opera di Paul Zepdji, un intraprendente armeno già allievo dei fratelli Abdullah, primi fotografi ufficiali della corte imperiale ottomana, il quale, dopo aver europeizzato il suo vero nome, Boghos Zibdijian, aprì il primo grande studio fotografico professionale a Salonicco. Donne e uomini della borghesia ebraica in costumi tradizionali o abiti alla moda figurano fra quanti si misero in posa nel suo atelier, da dove usciva a ritrarre le diverse componenti della popolazione, i mestieri minori, la vita quotidiana. La sua abbondante produzione “outdoor” è anche dedicata ai panorami della città col suo profilo costiero costantemente dominato dalla Torre Bianca costruita nel 1535, le sue mura, i cimiteri e vedute dell’interno della Macedonia del nord e del Kosovo.

 

Paul Zepdji – Giovani della comunità ebraica

 

 

Molte fotografie, stampate da negativi su lastre di vetro ritrovate quarant’anni dopo la morte del loro autore avvenuta nel 1948, sono opera di Ali Eniss, il cui grande autoritratto domina una sala della mostra: originario di Istanbul, allievo dilettante di due fotografi professionisti, esercitava la funzione di dragomanno, cioè di interprete e consigliere presso il consolato di Germania, ma era anche commerciante di tessuti. Autore di ritratti dei maggiorenti e della buona borghesia, appassionato testimone dello sviluppo urbano e sociale della città, fu un uomo dell’establishment ottomano e ciò spiega perché la sua produzione fotografica a Salonicco, iniziata a cavallo del secolo, si interruppe bruscamente col passaggio della città alla Grecia nel 1912 con la sconfitta turca nella prima Guerra Balcanica.

La vita familiare, pubblica, l’attività culturale e sociale della Comunità ebraica di Salonicco rivive, oltre che nelle fotografie di Zepdji e Eniss, in quelle di altri fotografi, alcuni di essi appartenenti alla Comunità stessa, come Gamliel, fotografo ufficiale di matrimoni, bar-mizvà e brit-milà. Molte immagini documentano la straordinaria attività imprenditoriale di famiglie ebraiche di origine italiana, come i banchieri Modiano e gli industriali Allatini: questi ultimi contribuirono allo sviluppo produttivo della città con una grande fornace, un mulino con grande magazzino di granaglie; altri ebrei avviarono fabbriche di tessuti e perfino un birrificio.

 

Al’ Eniss – L’ Hotel Splendid costruito nel 1908. Al piano terra il coiffeur Raphael Barouch

La borghesia ebraica si distinse per generosi contributi alla modernizzazione della città al benessere della Comunità e non solo di essa, finanziando la costruzione di scuole, ospedali, asili per i poveri, luoghi di culto come la Grande Sinagoga fatta costruire dalla vedova del banchiere Modiano, distrutta dai Tedeschi nel 1943; e poi l’illuminazione pubblica, la tramvia a cavalli, l’accoglienza alberghiera con il Grand Hotel e l’Hotel Olympos. Sono stupefacenti le immagini di questa piccola e vivacissima Ville Lumière sbocciata in un angolo sperduto dell’Impero Ottomano.

La fine del periodo aureo di Salonicco è documentata dalle immagini, molte delle quali scattate da Alì Eniss, del periodo della rivoluzione dei Giovani Turchi del 1908, che mostrano folle agitate, armi e bandiere in quegli stessi luoghi già teatro di una vita tranquilla e laboriosa. E poi quelle dell’occupazione da parte dell’esercito greco e della spedizione franco-inglese durante la Grande Guerra, ritratta da fotografi, alcuni anonimi, altri conosciuti come Paul Thompson, Francine Saint Ramond, Leon Abastado. È del 1917 il secondo terribile incendio della città che ne stravolse la struttura urbana colpendo soprattutto la comunità ebraica con ben trenta sinagoghe distrutte. Questo tragico evento accelerò il declino della città multietnica e della grande epopea ebraica, già avviato con la rottura del fragile equilibrio miracolosamente preservato nell’ultimo scorcio dell’Impero Ottomano, un’epoca ormai finita per sempre.