Intervista / Ettore Mo e gli ebrei di Salonicco, un ricordo indelebile

di Miriam Bendayan

Nella Salonicco devastata dall’occupazione nazista che aveva già rinchiuso gli ebrei nei ghetti e preparava la loro imminente deportazione, il tredicenne Andreas Sefinha, una mattina, all’insaputa dei genitori, si recò con coraggio alla stazione, comprò un biglietto di sola andata per Atene e partì salvando così se stesso e successivamente, convincendola a distanza, la sua famiglia.

Nella capitale greca, infatti, si erano già insediate, a partire dal 1941, le truppe italiane che mostrarono subito verso gli ebrei un atteggiamento molto più tollerante, proteggendo, nel periodo delle deportazioni, moltissime vite umane (almeno settecento) con aiuti e passaporti falsi.

È questa la storia di Andreas Sefiha, dal 1993 al 2001 rabbino capo di Salonicco,  narrata con rara maestria da Ettore Mo.

Nel 2004 il celebre giornalista de Il Corriere della Sera incontrò il ragazzino coraggioso di allora ripercorrendo in treno con lui quel viaggio della salvezza e traendone uno splendido reportage, dove la vita del singolo si fonde con la rappresentazione storica dello sterminio della comunità ebraica di Salonicco.

Negli anni Trenta la città ospitava infatti 56 mila ebrei su 200 mila abitanti, un numero talmente elevato da essere soprannominata “la Gerusalemme dei Balcani”. La furia nazista si abbattè senza pietà: soltanto 1950 persone si salvarono e un patrimonio culturale incommensurabile andò perduto per sempre, visto che oggi  la comunità non arriva neanche a mille iscritti.

L’articolo di Ettore Mo costituisce un documento di rara bellezza e proprio per questo, anche a distanza di tempo, abbiamo voluto ricordarlo parlandone con lui:

A distanza di anni, cosa ti è più rimasto impresso di quel viaggio?

Devo premettere che la vicenda di Salonicco che, nella primavera del 1941, era stata invasa dai Nazisti, non mi era del tutto estranea in quanto l’avevo vissuta a modo mio nei giorni dell’infanzia e adolescenza, quando abitavo sulla sponda piemontese del Ticino e del Lago Maggiore.

Avevo 12 anni quando, nell’autunno del 1943, vennero uccisi all’Hotel Meina dalle SS 16 ebrei: la prima di una strage che si sarebbe estesa ai comuni vicini e avrebbe fatto in pochi mesi 57 vittime.

Io ero un Balilla e ricordo che sulla parete della mia scuola erano appesi i ritratti del Duce, di Italo Balbo e di Muti, capo della X MAS. È stato perciò commovente per me imbattermi e scambiare quattro chiacchiere con Andreas Sefinha che aveva solo 13 anni quando, nell’aprile del 1943, balzò solo e zitto sul treno diretto ad Atene, evitando di finire sui carri bestiame che portavano la sua gente (più di 50.000 ebrei) nei campi di sterminio di Auschwitz e Birkenau.

“Hai corso un bel rischio davvero” gli ho detto. E mi sono vergognato non poco ricordando che in quei giorni noi Figli della Lupa stavamo applaudendo Mussolini che era venuto a Borgo Ticino per inaugurare la nuova diga.

A Salonicco, prima dell’orrore della Shoah, più di un quarto della popolazione  era di religione ebraica. Ora non ce ne sono neanche mille e solo un piccolo monumento ricorda la grandezza e la ricchezza culturale di quella comunità spazzata via. Durante il tuo soggiorno in Grecia,  che impressione hai avuto sulla percezione di questa tragedia da parte della popolazione?

Questa è una di quelle domande che mi mettono lievemente in imbarazzo, ma intendo risponderti con sincerità. La fuga degli Ebrei da Salonicco è stata certamente un grande, doloroso avvenimento che merita di essere ricordato: cosa che avviene regolarmente nelle manifestazioni ufficiali.

Ma il giornalista che voglia indagare in profondità o quantomeno scoprire quali emozioni certi eventi abbiano lasciato nel cuore della gente si trova spesso in difficoltà. I più si scansano dicendo che se ne è già parlato e scritto in abbondanza, quindi mettiamoci una pietra sopra. Succede più o meno in tutti quei paesi che siano stati teatro di grandi tragedie o dove continuano ad agitarsi i fantasmi dei martiri e degli eroi, come Massud in Afghanistan o Che Guevara in Sudamerica.

Nella primavera del 1941 i Nazisti distrussero 14 sinagoghe su un totale di 32 dove ora pregano meno di un migliaio di sefarditi: una voce molto sommessa per quella che negli Anni Trenta era considerata la più grande Comunità Ebraica d’Europa e vantava il titolo di Gerusalemme dei Balcani.

L’immagine di copertina fa parte della mostra allestita nel 2008  presso il Museo Ebraico di Bologna, “Ebrei di Salonicco, 1492-1943. La diplomazia italiana e l’opera di rimpatrio”.

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