Lo stetoscopio, il tricolore e il Maghen David

di Francesca Modiano

Dal Risorgimento all’Unità d’Italia e oltre. Popolo di medici -e commercianti-, gli ebrei italiani lo sono da sempre. A tal punto che tantissimi sono i nomi dei medici ricordarti al Museo del Risorgimento di Milano al convegno Medici ebrei nell’Italia unita organizzato dall’AME, Associazione Medica Ebraica, e dal CDEC, nell’ambito del 150° anniversario dell’Unità. Più andiamo indietro con gli anni, maggiore è il riconoscimento che i medici ebrei godettero da parte delle autorità. Figure a volte di eccellenza e veri luminari, altre volte personaggi capaci di esprimere un grande afflato e pietas umani, altre volte onesti e coscienziosi professionisti. Citiamone solo alcuni: Giacomo Castelnuovo, medico onorario del re che nel 1868 fu insignito da casa Savoia del titolo di barone; Oscar Luzzatto, dotato di tale spirito patriottico da dire “Fatta l’Italia, bisogna far sani gli italiani”; Beniamino Sadun, primo ebreo nominato professore universitario nell’Italia unita;  Ezechia Lombroso i cui studi furono fonte per la legislazione sanitaria italiana. A partire dal ‘900 abbiamo Donato Ottolenghi e Guido Mendes grandi studiosi della tubercolosi; i fratelli chirurghi Manlio e Benedetto Formiggini, combattenti nella Prima Guerra Mondiale e fuggiaschi nella Seconda; Arrigo Piperno, dentista del Duce; Mario Donati, illustre chirurgo; Giuseppe Jona, che si ritirò dall’ospedale veneziano per evitare l’umiliazione di esserne cacciato e che, diventato presidente della comunità, si suicidò per non dare in mano ai tedeschi l’elenco degli ebrei di Venezia.Tutti medici apprezzati e ben inseriti nella società del regime ma che dal giorno all’indomani si trovarono espulsi dalla vita civile.

Dice Michele Sarfatti, direttore del CDEC “I medici ebrei vengono traditi nella loro fede in Mussolini. Fascisti, sposati a cattoliche, anche convertiti, ma soprattutto italiani che ritenevano impossibile non poter più lavorare”. Un Decreto Legge del 1935 sanciva che bisognasse avere la cittadinanza italiana per poter esercitare la professione medica. Nel 1938 furono fatti censimenti per individuare studenti e docenti ebrei; e nella richiesta di esercizio della libera docenza, bisognava sempre dichiarare la religione. Nell’agosto del ‘38 fu scatenata una campagna antiebraica sul Corriere della Sera e su La Stampa: comparvero frasi come “la medicina italiana può fare a meno dell’innesto nocivo”, intendendo con tali parole i medici ebrei. Dice il professor Ugo Garbarini, Presidente dell’Ordine dei Medici di Milano. “Con gran disappunto, ho personalmente visto negli elenchi dei medici di quegli anni, le righe rosse tirate su decine e decine di nomi con la scritta cancellato perché ebreo, nomi illustri e sconosciuti, medici che non facevano male a nessuno, anzi. Su altri nomi era scritto irreperibile: voglio sperare che siano riusciti a mettersi in salvo”. Cancellati dall’Albo dei Medici, inseriti in elenchi speciali, ebbero tuttavia il diritto di esercitare solo tra i propri correligionari; e con le Leggi razziali gli ebrei furono cacciati dagli enti pubblici e quindi anche dagli ospedali e dalle università. Da notare, amaro ricordo, che la metà dei firmatari di allora erano giovani assistenti universitari che così trovarono il modo di liberare posti già occupati e fare quindi carriera. Alcuni medici ebrei continuarono a prestare servizio di nascosto, altri sfollarono all’estero e in parte rientrarono in Italia alla fine della Guerra, altri furono deportati nei campi di sterminio. Carriere stroncate, umiliati e traditi: come accadde a Rinaldo Laudi, medico ebreo nella Resistenza, direttore dell’unico ospedale al quale approdavano i militanti feriti delle brigate partigiane. Storicamente, da sempre la figura del medico ebreo si identifica in quella del buon medico. Racconta Giorgio Cosmacini, professore di Storia della Medicina all’Università Vita Salute San Raffaele di Milano. “Pur tenuti in grande considerazione e al servizio di papi e re, soffrirono sempre di restrizioni e persecuzioni; ma il fatto che nonostante i divieti, essi continuassero a professare indisturbati a corte e a palazzo, la dice lunga sulla loro elevata qualità. Oltre a essere sapienti e abili, erano premurosi e prodi, considerando da sempre il loro mestiere come un’attività anti-spirituale esercitata al di sopra delle differenze sociali e delle diversità religiose. D’altra parte, medici fascisti e nazisti, formati per curare, si sono trasformati in aguzzini e carnefici: crudeli esperimenti furono considerati scienza e giustizia (!), mentre si trattava di ingiuria al genere umano”.

Il rapporto medico-paziente

E per i prossimi 150 anni? Tutti d’accordo nell’auspicare -nel corso della tavola rotonda moderata da David Sacerdoti-, un futuro positivo grazie alla medicina personalizzata (Marco Soria). Ma anche meno burocratizzazione e più fiducia nel curante (Amos Luzzato); grande attenzione alla relazione col paziente (Giorgio Mortara); una visione d’insieme del paziente e procurare le risorse per poter curare tutti allo stesso livello (Sergio Harari). “Il tutto -sottolinea Maria Silvera, organizzatrice del convegno-,senza mai perdere di vista la conoscenza e la cultura dell’etica ebraica, principio fondante dell’AME”. “Più andiamo indietro nella storia e più troviamo medici ebrei influenzati dalla tradizione medica e umana tipica della nostra religione. Ma ci sono sicuramente ancora oggi medici che prima di fare una diagnosi o dare una terapia, verificano che non sia in conflitto con la tradizione ebraica, anche se è vero che trattandosi del pericolo di vita, si passa sopra tutte le osservanze”, ha detto Rav Giuseppe Laras, massimo studioso di Maimonide. “Marcello Cantoni ha vissuto per 89 dei 150 anni che siam qui oggi a ricordare. La sua carriera iniziò proprio negli anni in cui i medici ebrei venivano messi alla porta dalla sanità fascista: prestò quindi assistenza negli ambulatori per milanesi poveri ed ebrei di Porta Venezia, fino a quando fu costretto a sfollare. Si arruolò fra i partigiani perché in quanto ebreo italiano sento il dovere di prendere parte alla lotta di popolo per avere il diritto di prendere parte a pieno titolo a quello che si farà nell’Italia liberata”. Alla fine della guerra Cantoni diventa Direttore sanitario e amministratore di Via Unione 5, centro dal quale passano tutti gli ex deportati, 200 al giorno. Assunto nel 1946 come medico scolastico del Comune di Milano, si specializza in pediatria nel ’48 dando un fondamentale apporto alla nascita della Medicina Scolastica a livello nazionale.Il tutto mai trascurando la vita della Comunità ebraica come amorevole pediatra, come moèl di quasi mille bambini; come consigliere e presidente della Comunità; come Fondatore dell’AME e come uomo di cultura ideatore del nuovo Convegno; e infine, come marito, padre e nonno premuroso. In due parole: un uomo probo, retto e semplice. Con commozione ne ha ripercorso la vita Andrea Finzi, cardiologo al quale chiediamo in quale modo il medico Cantoni abbia vissuto la propria identità profonda, la sua interiorità ebraica: “Non era un osservante, se non in modo tradizionale; ma le Leggi razziali, la discriminazione, la guerra, gli eventi di cui è divenuto testimone e protagonista sono stati il motore esterno dell’azione in ambito ebraico. Il motore interno? L’etica e l’amore per gli altri”.

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