Le rose di Damasco e il profumo di un Oriente perduto

di Margherita Salom

“Amare è l’unica ricchezza che aumenta con la prodigalità. Più diamo, più ci resta qualcosa in mano”. E’ con questa citazione del francese Romain Gary che inizia la vicenda narrata in Mille mabrouk, Monsieur Blanga! – Storia di un ebreo errante da Damasco a Beirut, da Tel Aviv a Lisbona a Milano. Scritto da Fiona Diwan, giornalista, collaboratrice de Il Foglio, Io Donna e direttore de Il Bollettino, è l’avventura di una generazione di ebrei sefarditi ma anche l’agile affresco di un’epoca, filtrata dall’affettività e dai ricordi del patriarca Fouad Blanga.

Una biografia emozionale che, al di là della cronaca degli eventi, cerca di dare conto del sentimento del tempo e del senso di appartenenza a un mondo -quello degli ebrei siriani e libanesi-, quasi scomparso nei paesi di origine ma che sopravvive tenacemente in diaspora. Il racconto si srotola lasciando filtrare l’esuberanza del protagonista e una personalità a cui gli stessi figli riconoscono la stoffa del pioniere. E che il protagonista sia stato un autentico apripista dotato di fiuto per gli affari e audacia commerciale, è fuor di dubbio.

Al di là della ricostruzione storica di quel piccolo angolo di mondo, quello che emerge fortissimo è un racconto il cui senso sta nel legame generazionale, quel lascito di valori, quel voler consegnare il testimone a chi verrà dopo di noi che è una delle pietre angolari dell’identità ebraica. “Questo libro narra non solo della vita di mio padre ma è soprattutto la testimonianza di un esistenza ricca e complessa che è giusto venga ricordata dai nipoti, affinché non si perda quel ricamo di memorie familiari che ci unisce tutti”, dice Joe Blanga, il più giovane dei cinque figli.

Al centro dell’intera vicenda c’è dunque Fouad, sua è difatti la voce narrante. L’adolescenza riottosa agli studi, la testardaggine e la sete di avventura, i vagabondaggi picareschi tra la Palestina mandataria, le alture del Libano e la Siria, le ripetute fughe da casa. E ancora, il sapore di una vita spesa a costruire testardamente un futuro migliore per se e per i figli, la caparbia fedeltà alle tradizioni e alla religiosità sefardita, fino allo humour di Fouad che si sostanzia, ancora oggi, con quel diluvio di barzellette con cui sommerge i nipoti ogni venerdì di erev shabbat. E poi il suo legame verso l’amatissimo fratello Jacques che, sebbene più grande, Fouad dà l’impressione di aver voluto proteggere come fosse stato più piccolo o semplicemente più fragile.

Oggi Fouad ha 85 anni, e malgrado gli stent e il by-pass continua a lavorare e ad andare ogni giorno alla fabbrica di budello a Tribiano. Lo sguardo vivace e il suo buon umore sono contagiosi, la grinta e il sorriso ironico per nulla scalfiti dagli acciacchi e dagli anni. Con poche pennellate, Diwan riesce a restituire il profumo di quel Medioriente perduto, il colore di una generazione, il chiacchiericcio delle burrose comari affondate nelle poltrone del matroneo della Sinagoga Maghen Avraham di Beirut, le vacanze sulle montagne del Libano; e poi la sfilata delle ragazze da marito, quelle più ribelli e recalcitranti, quelle più tranquille e pacificate, ma tutte a rincorrere quel nasib, quel destino -d’amore e di matrimonio- che all’epoca si produceva con la bazrà, il combino, lo shidduch, con un gran trafficare di mezzane e intermediari.

Nel libro non mancano le voci dei nipoti, dei cinque figli David, Shouly, Betty, Tuna e Joe, della moglie Bida, come si conviene a qualsiasi narrazione familiare. Verrebbe da dirgli mabrouk, come nel titolo, mazal tov, congratulazioni per la pienezza di vita che trapela dalle sue parole. E del resto, non è forse che per ogni vita di ebreo in fuga ci sarebbero almeno tre romanzi da scrivere? Fouad racconta, attraverso le parole di Diwan, la sua concezione del nasib arabo: qualcosa di più vicino al Fato greco che non alla Provvidenza cristiana. Dotato di una vena burlona e scherzosa, Fouad è anche un ebreo devoto, che ama citare la Torà e che non manca mai uno shabbat al Tempio di via Guastalla. Non so perché ma, forse in virtù di una forma di saggezza o del suo serafico distacco, parlando di lui viene voglia di scomodare un filosofo, il grande Michel de Montaigne che fece dell’arte di vivere il sommo perseguimento della propria età matura, applicandosi a coltivare l’attitudine allo stupore e alla meraviglia, e imparando a godere di ogni cosa vivente, dallo stormo di uccelli tra le cime degli alberi al gorgoglio delle acque di un ruscello, alle emozioni che i ricordi ci procurano. Pieno di curiosità umana, (cito a questo proposito una biografia-capolavoro, fresca di libreria, Montaigne, l’arte di vivere, di Sarah Bakwell, edizioni Campo dei Fiori), Montaigne sarebbe certamente piaciuto a Blanga.

Oggi, Fouad non si guarda indietro: di sicuro non coltiva nessun rimpianto per quella Dolce Vita libanese di cui tutti favoleggiano, quel senso di gaia apocalisse in cui Beirut vive da decenni. Di sicuro, se c’è qualcosa che gli manca, dopo 50 anni, e che forse oggi vorrebbe rivedere, è la tomba di suo padre in Siria, è la casa dove è cresciuto, con il liwan, il patio interno tipico delle case damascene. Di sicuro, è il profumo vellutato e intenso delle rose di Damasco.

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