Francia, la nuova paura degli ebrei: «Non è più un Paese per noi»

Mondo

di Ilaria Myr, Simona Nessim, Ilaria Ester Ramazzotti

Minacce, aggressioni verbali e fisiche e, nei casi più estremi, anche omicidi: dal 2000 a oggi, gli atti contro gli ebrei in Francia sono diventati la quotidianità, sotto gli occhi di una società che ammutolisce e che per anni li ha sottovalutati. Un antisemitismo che le è nato in grembo. Ma di cui ancora si continua a negare la prevalente matrice islamica

 

È un antisemitismo ormai quotidiano il nuovo male che da più di un decennio colpisce gli ebrei ovunque in Francia, senza distinzioni di età, genere o classe sociale, e che si esprime, nei casi più eclatanti, in omicidi di persone solo perché ebree: in tutto dieci dal 2000 – anno dell’inizio della seconda Intifada palestinese – a oggi, sinistro bilancio che fa della Francia il Paese, fuori da Israele, in cui gli ebrei hanno pagato con la loro vita il tributo più alto all’antisemitismo. Parliamo del giovane Ilan Halimi nel 2006, torturato per tre settimane e lasciato morire; parliamo delle quattro vittime – di cui due bambini – dell’attentato alla scuola Ozar Torah a Tolosa (marzo 2012); dei quattro uccisi all’Hypér Cacher (gennaio 2015), della sessantenne Sarah Halimi, torturata nel suo appartamento di Parigi e infine gettata dal balcone (aprile 2017) e, la più recente, di Mireille Knoll, la 85enne sopravvissuta alla Shoah, sgozzata nel suo appartamento e bruciata viva nel marzo di quest’anno (entrambe abitavano nell’undicesimo arrondissement, entrambe trucidate dal vicino di casa musulmano). Un odio che non si ferma neppure davanti ai bambini, come dimostrano l’episodio dell’acido di cui è stato intriso il passeggino di una neonata, figlia di un rabbino, a Lione, e le sempre più frequenti aggressioni a ragazzini ebrei che tornano da scuola. Ma che si concretizza anche in violenze inflitte a famiglie ebraiche, colpite nelle proprie case da chi è convinto che vi siano delle ricchezze da rubare “perché sono ebrei”; o al pestaggio di due ragazzi, solo perché visti portare la kippà mentre erano in auto.

E poi ci sono tutti gli altri atti antisemiti che, sebbene meno violenti, avvelenano giorno dopo giorno la vita degli ebrei francesi: sono gli sguardi sospettosi nella tromba delle scale, i tag antisemiti sulle cassette della posta o sui muri delle sinagoghe, sulle vetrine dei negozi o sui vetri della macchina; le lettere anonime con proiettili, la posta rubata dalle caselle e molto altro. Il pericolo ormai si identifica con il vicino della porta accanto.
È molto doloroso constatare quanto, dall’ottobre 2014 – quando il Bollettino aveva dedicato l’articolo di copertina all’antisemitismo in Francia – a oggi la situazione sia profondamente peggiorata per gli ebrei d’Oltralpe, che vivono in una condizione di paura costante, che li spinge a nascondere qualsiasi segno esprima la propria identità ebraica e a lasciare i quartieri più difficili, ad alta densità islamica o, addirittura, il Paese, alla ricerca di un luogo dove vivere serenamente.

Via dalla Francia
Nel 2000, la comunità ebraica francese era stimata a 500 mila unità: il numero è oggi inferiore a 400 mila. In molti hanno lasciato la Francia, alla volta di Gran Bretagna, America, ma soprattutto Israele: si conta che dal 2000 al 2009, hanno fatto aliyà in 13.000. Il picco viene raggiunto nel 2005, con 2.951 olim, di cui però una percentuale che va dal 20% al 30% è successivamente ritornata in Francia. Il flusso cala nel 2007 con l’elezione a presidente della repubblica di Nicolas Sarkozy, che forse fa sentire più sicure molte famiglie ebraiche. Nel 2012, in seguito all’elezione all’Eliseo di François Hollande da un lato, e dell’attacco alla scuola di Tolosa dall’altro, un crescente numero di ebrei francesi acquista proprietà in Israele e nel 2013 il numero delle aliyot dalla Francia è di 3.120 unità, ben 63% in più rispetto al 2012. Ma è nei primi due mesi del 2014 che se ne è registrato il significativo aumento del 312%, con 854 nuovi immigrati francesi: fra le cause determinanti, l’aumento di azioni antisemite, ma anche l’alto tasso di disoccupazione giovanile e la stagnante economia europea. Dopo l’attacco terroristico contro la sede del giornale Charlie Hebdo e all’Hyper Cacher, nella prima metà del 2015, circa 5.100 ebrei francesi fanno l’aliyà, segnando il 25% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Nel novembre dello stesso anno, l’intera Francia è colpita dalla strage terroristica al teatro Bataclan e dall’attacco suicida fuori dallo stadio Saint-Denis a Parigi. In tutto il 2015, un totale di 7.835 ebrei francesi si sono trasferiti in Israele. Il numero dei nuovi immigrati partiti dalla Francia è poi sceso a circa 5.200 nel 2016, anno della strage di Nizza, e a 3.500 nel 2017 (il 17% di tutte le nuove immigrazioni nello Stato ebraico). In questi anni, però, non tutti coloro che hanno fatto l’aliyà sono rimasti in Israele: il costo della vita e la difficoltà di ricollocarsi lavorativamente hanno infatti spinto fra il 15 e il 30% dei nuovi olim (non esistono statistiche ufficiali) a tornare indietro, con la paura di essere colpiti dall’antisemitismo crescente.

I numeri dell’odio
I dati parlano chiaro. Stando a quelli forniti dall’Ufficio nazionale di vigilanza contro l’antisemitismo (Bnvca), dal Service central du renseignement territorial (SCRT – Servizio di intelligence territoriale centrale) e dalla Direction centrale de la sécurité publique (DCSP – Direzione centrale pubblica sicurezza), nel 2017 si è avuto un sostanziale calo delle “minacce antisemite” (-17,1%, passando da 258 a 214) a fronte però di una crescita degli “atti antisemiti”, dai 77 del 2016 a 97, di cui 30 attacchi alla persona. Per quanto riguarda i luoghi di culto, mentre calano le violenze nei confronti di quelli cristiani (-7,5%) e musulmani (-15%), verso quelli ebraici si registra un aumento del 22 per cento rispetto al 2016: 28 eventi nel 2017 rispetto ai 23 dell’anno precedente. Fra tutti gli accadimenti spinti dall’odio registrati in Francia nel 2017, il 39% consiste in atti antisemiti.

Antisemitismo musulmano, e non solo
Non è un segreto che molti degli atti antisemiti siano commessi in Francia da persone di fede musulmana: non solo terroristi come Mohammed Merah, l’attentatore “dello scooter” di Tolosa, ma anche da vicini di casa o normale gente per strada. Un antisemitismo, questo, che, secondo il filosofo Daniel Sibony, è insito nella religione musulmana, e che viene però negato dai suoi stessi seguaci. «La vendetta antiebraica di cui il Corano è impregnato si è trasmessa e continua a trasmettersi nelle famiglie, in modo però inconscio – spiega Sibony a Bollettino-Bet Magazine -. I musulmani d’Europa negano che la loro religione sia antiebraica e che il Corano maledica gli ebrei, perché sanno che proclamarsi anti-ebrei non è ben visto. Non sono in grado di rifiutare gli appelli violenti del Testo e per il momento il solo mezzo di distaccarsene è di negare che esistano. Sapendo però che altri fra loro, più spontanei o più primitivi, o nel momento del bisogno di una fede forte, esprimeranno questa vendetta originaria, mettendola a volte anche in pratica».
All’antisemitismo islamico si aggiungono poi altre forme di odio antiebraico. Come spiega a Bollettino-Bet Magazine Francis Kalifat, presidente del Crif (Conseil Représentatif des Institutions Juives de France): «L’antisemitismo tradizionale che conosciamo da prima della guerra è sempre presente: è meno visibile, ma rintanato nell’ombra, pronto a risorgere alla prima occasione. È l’antisemitismo di estrema destra che ci impone una vigilanza permanente. Parallelamente, abbiamo l’antisionismo virulento dell’estrema sinistra e degli attivisti del movimento Bds, che sotto la copertura della critica di una politica mettono in discussione l’esistenza stessa e la legittimità dello Stato di Israele».

Una società inerte
Lo Stato francese, però, in questi anni non ha colto la gravità della situazione, non riconoscendo tali atti come chiaramente antisemiti: ad esempio nel caso di Ilan Halimi – la cui stele, ricordiamo, è stata vandalizzata per ben due volte – o, più recentemente, per Sarah Halimi, il cui movente antiebraico è stato riconosciuto dal giudice solo 10 mesi dopo il fatto. «Per lungo tempo si è cercato di non vedere questa triste realtà, rifiutando di riconoscere che in Francia alcuni ebrei erano stati aggrediti o anche uccisi proprio perché ebrei – continua Francis Kalifat -. Per troppo tempo in Francia ci si è rifiutati di chiamare le cose con il loro nome, per paura di stigmatizzare. Questa situazione ha avuto come conseguenza di gettare gli ebrei in un sentimento di solitudine e abbandono».

«Malgrado le campagne di sensibilizzazione promosse dal governo e i tentativi di creare piani nazionali contro il razzismo e l’antisemitismo, l’ebreo francese non si sente al sicuro – aggiunge lo storico francese Georges Bensoussan -. L’impressione resta quella di non essere abbastanza protetti e di assistere a un “gioco infantile dello Stato”, che si mette le mani davanti agli occhi per non vedere impronte islamiche antisemite o semplicemente per sperare di mantenere una pace sociale». Qualunque sia la motivazione – paura? cecità? incapacità di gestire la situazione? – le istituzioni non sono state in grado di difendere i propri ebrei dagli attacchi, negandone sempre la chiara matrice musulmana. Al contrario, chi parla chiaramente di antisemitismo islamico rischia di finire in tribunale con l’accusa di “islamofobia”. Lo sa bene lo stesso Bensoussan, al centro di un “affaire” che sta facendo discutere la Francia: a suo carico un’imputazione per incitamento all’odio razziale per aver affermato metaforicamente, durante una trasmissione radiofonica, “nel Paese tutti sanno ma nessuno ammette che nelle famiglie arabe l’antisemitismo si trasmette con il latte materno”. Nel marzo del 2017 era stato scagionato, ma un appello del CCIF, la Ligue des droits de l’homme, il MRAP e la stessa procura francese (!) l’ha riportato in tribunale il 29 marzo di quest’anno dove, al termine dell’udienza, ha dichiarato in modo eloquente: «Sono francese in tutte le fibre della mia anima. Se dovessi pensare di lasciare un giorno questo Paese, sarebbe una sconfitta morale totale».
L’inerzia dello Stato è evidente anche nel mondo dell’istruzione pubblica, da dove di fatto gli ebrei sono esclusi a causa delle molestie, più o meno pesanti e gravi, da parte di studenti musulmani: la Repubblica francese non mantiene così la promessa di un’istruzione pubblica per tutti i suoi bambini. «Quello che è certo – spiega Daniel Sibony – è che avere ceduto su questo punto significa che la vendetta antiebraica coranica, che ha viaggiato per tredici secoli nei Paesi arabi e che è arrivata fino a qui, oggi influisce sul diritto alla scuola pubblica».
Visto il ruolo enorme delle istituzioni in questo contesto, non si possono non constatare la loro impotenza, diniego e colpevolezza davanti a questo antisemitismo, in un crescendo di ipocrisia che arriva a sfiorare situazioni paradossali, come l’apposizione di targhe in memoria degli allievi ebrei deportati in edifici scolastici in cui si sconsiglia ai genitori ebrei di iscrivere i propri figli.

Una lenta e tardiva presa di coscienza
Eppure qualcosa ha cominciato a muoversi, almeno dopo gli attentati del novembre 2015, che hanno colpito luoghi pubblici, come ristoranti, locali (il Bataclan) e lo stadio, frequentati da tutti i cittadini. I francesi sono diventati il bersaglio del terrorismo e cominciano a capire che cosa subiscono i loro connazionali ebrei.
Da allora, molti giornali hanno dedicato articoli all’antisemitismo nel Paese, con titoli come “la banalizzazione dell’antisemitismo” o “la comunità ebraica ha paura per i suoi figli”, e con report sul numero degli ebrei “fuggiti” in Israele. E come dimenticare le migliaia di persone che hanno marciato, il 28 marzo, a Parigi, in memoria di Mireille Knoll, la sopravvissuta alla Shoah scampata alla deportazione ma non all’odio antisemita?

Dal canto suo, il mondo politico ha messo in atto, dal 2015 il primo Piano nazionale contro il razzismo e l’antisemitismo voluto dal governo, a cui ha fatto seguito, quest’anno, un secondo Piano, lanciato a marzo, all’indomani dell’assassinio di Mireille Knoll (omicidio che è stato riconosciuto subito – diversamente da quanto avvenuto in passato – come atto antisemita).
Il primo fronte su cui esso si concretizzerà è Internet, con l’introduzione di multe ai social media che non ritirano dichiarazioni di odio nel giro di 24 ore, la chiusura degli account che hanno diffuso in maniera massiccia e ripetuta messaggi. Il Piano propone anche un lavoro di prevenzione e formazione nelle scuole, con il rafforzamento, tra le altre cose, della formazione del personale educativo e dell’introduzione di un’assistenza agli insegnanti che si trovano di fronte a situazioni conflittuali.
Novità anche sul fronte delle denunce di atti razzisti e antisemiti: sarà valutata la possibilità di permettere a una persona che denuncia un atto di qualificare lui stesso la matrice razzista o antisemita, come succede nel Regno Unito.
Un ultimo aspetto è quello del rafforzamento delle reti territoriali e di miglioramento del dialogo con la società civile. I politici locali, gli ambienti sportivi, la cultura e la comunicazione saranno così oggetto di azioni particolari. Fra le proposte: la messa in campo di almeno 50 Piani territoriali di lotta contro questi atti; la creazione di un portale di informazione e di aiuto alle vittime dell’odio o della discriminazione razzista e antisemita.
«Seppure imperfetto, in quanto non prende in considerazione l’antisionismo – sostiene Kalifat –, questo Piano segna comunque una presa di coscienza dell’odio che circola impunito sul web e della necessità di modificare la legge francese per rendere più efficace la lotta contro l’odio razzista e antisemita».

Ma l’antisemitismo viene da Marte?
Nessuno, però, sia fra i politici sia fra i media, ha ancora avuto il coraggio di parlare chiaramente di antisemitismo islamico: come dice Elisabeth Lévy del giornale ebraico Causeur parlando dell’editoriale “Le refus de la banalisation” de Le Monde del 29 marzo dedicato alla marcia in memoria di Mireille Knoll, «il quotidiano riesce nell’exploit di pubblicare un articolo sull’antisemitismo e sulla necessità di combatterlo senza dire mai concretamente da dove esso viene. Così, non leggeremo mai le parole “islam” o “islamismo”, e neanche l’espressione “quartieri difficili” per designare il luogo mentale da dove viene la stragrande maggioranza degli aggressori e degli assassini degli ebrei. (…) Si direbbe che tutto ciò avviene su Marte: nessuna menzione dell’origine e delle motivazioni di quello che chiamiamo ancora il “nuovo antisemitismo”». Si lascia intendere, sostiene Lévy, che si tratti del vecchio antisemitismo legato all’estrema destra, che certamente esiste, ma che non è ciò che spinge gli ebrei a lasciare la Francia. «Le Monde chiama a “un risveglio dell’insieme della società per combattere l’indifferenza, risvegliare le coscienze, mobilitare la solidarietà repubblicana, e calmare l’inquietudine e la collera – legittime – della comunità ebraica” – continua Elisabeth Lévy -. Benissimo. Ma per avere una vaga possibilità di far diminuire questo antisemitismo, si dovrebbe essere capaci di nominarlo e identificarlo. Perché se l’antisemitismo preoccupa molto gli ebrei, è questa negazione che li fa infuriare e avere sospetti sul proprio futuro in Francia».
La sentenza del processo a Bensoussan rivelerà se parlare di antisemitismo islamico oggi – dopo gli omicidi di Sarah Halimi e Mireille Knoll al grido “Allah Hu Akbar” – è considerato un reato. «La speranza – dichiara Georges Bensoussan – è che le parole di Emmanuel Macron, “la Francia non rinuncerà mai agli ebrei… l’antisemitismo è la vergogna della Francia, l’antisemitismo è l’opposto della Repubblica”, siano affermazioni piene di significato e non solo il riflesso delle incoerenze di una politica che pretende di non essere impaurita da scomode verità».

Italia, un pericolo latente
Per concludere, non possiamo non porre una domanda difficile, ma necessaria: c’è il pericolo che in Italia si sviluppi un quadro simile a quello francese? «Fortunatamente da noi c’è molto meno violenza fisica contro gli ebrei – spiega Betti Guetta, direttore dell’Osservatorio Antisemitismo del CDEC -. Qui c’è però un antisemitismo in crescita sul web, di tipo complottistico, legato sia al mondo di estrema destra sia a quello antisionista di estrema sinistra, che viene espresso da entrambe le aree con un linguaggio trasversale e comune. Allo stesso tempo, c’è una mancanza di conoscenze e di cultura storica sui rapporti fra ebrei e mondo arabo e, in generale, circa la politica internazionale, che favorisce facili prese di posizione contro Israele e ebrei, e a favore degli arabi, visti sempre come “buoni”». Da qui la necessità di lavorare contro il pregiudizio antisemita e portare avanti un ragionamento sulla complessità della storia ebraica e israeliana a tutti i livelli sociali, in modo da trasmettere una maggiore consapevolezza su cui costruire le proprie opinioni. «Sarà però difficile e non sono sicura che sarà efficace – commenta amara Guetta -. Non vedo gli anticorpi culturali utili per frenare l’evoluzione di questi atteggiamenti, e temo fortemente che fra 30-40 anni anche da noi avremo un antisemitismo “alla francese”. Quello che è successo a dicembre in piazza Cavour a Milano (la manifestazione anti-Trump in cui si inneggiava al massacro degli ebrei, ndr) ne è un primo, inquietante, campanello di allarme. Spero di sbagliarmi».

 

Kalifat (Crif): «L’odio per gli ebrei è odio per la democrazia»

«L’antisemita detesta l’ebreo non perché è diverso, ma perché perfettamente integrato. L’antisemitismo delle società moderne è così una forma di odio nei confronti della loro capacità democratica». Così la pensa il presidente del CRIF, Francis Kalifat, che considera come il destino degli ebrei sia strettamente legato al carattere democratico del Paese. «Il mondo deve capire che la posta in gioco non riguarda solo gli ebrei francesi, ma tutta la Repubblica, perché è attraverso l’antisemitismo che anch’essa viene colpita – continua -. Dietro quelli che odiano gli ebrei si ritrovano spesso quelli che odiano la Francia e la Repubblica. La lotta contro l’antisemitismo non deve e non può essere una questione che riguarda solo gli ebrei, ma tutti i francesi, che devono unirsi per sconfiggere il ritorno e la crescita dell’antisemitismo».

 

La testimonianza: «Il governo non fa niente contro l’antisemitismo»

«Non ho mai capito perché, quando abitavo nel centro, prima di ogni attentato, di sabato pomeriggio si svolgevano manifestazioni con slogan contro Israele e gli ebrei. Quello che non accettavo era il fatto che la città potesse autorizzare queste tipologie di manifestazioni pubblicamente». Queste le parole di Alessandro Nemni, ebreo milanese che da qualche anno vive a Lione. «Quello che mi lascia ancora più sconcertato è che a seguito degli attentati, il Paese non prende mai vere misure contro l’islamismo radicale, o perlomeno all’occhio di noi cittadini, così non è. Quanto alla sicurezza, ogni qualvolta c’è un pericolo, riceviamo SMS sui cellulari per allertarci. Il governo spreca tante parole per rassicurarci, ma concretamente non vediamo miglioramenti; il risultato è che abbiamo paura di esprimere al di fuori il nostro ebraismo, nei fatti, nel look, nell’abbigliamento».

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