('Giuseppe si fa riconoscere dai suoi fratelli',Pier Francesco Mola - Galleria di Alessandro VII (Sala Gialla), Palazzo del Quirinale, Roma - Affresco, Pubblico dominio, Wikimedia Commons )

Parashat Mikketz. Le apparenze ingannano: per questo si deve ascoltare

Appunti di Parashà a cura di Lidia Calò

Dopo ventidue anni e molti colpi di scena, Joseph e i suoi fratelli finalmente si incontrano. Sentiamo il dramma del momento. L’ultima volta che erano stati insieme, i fratelli pianificarono di uccidere Giuseppe e alla fine lo vendettero come schiavo. Uno dei motivi per cui lo hanno fatto, è che erano arrabbiati per i sui suoi sogni premonitori; aveva sognato due volte che i suoi fratelli si sarebbero prostrati davanti a lui. A loro sembrava arroganza, eccessiva fiducia e presunzione.

L’arroganza è solitamente punita dalla nemesi e così è stato nel caso di Joseph. Lungi dall’essere un sovrano, i suoi fratelli lo trasformarono in uno schiavo. Ora, inaspettatamente, nella parashà di questa settimana, i sogni diventano realtà. I fratelli si inchinano davanti a lui, “la faccia a terra” (Genesi 42:6). Può sembrare che la storia sia giunta alla fine, invece si scopre essere solo l’inizio di un’altra storia, una storia di peccato, pentimento e perdono. Le storie bibliche tendono a sfidare le convenzioni narrative.

Il motivo, però, per cui la storia non finisce con l’incontro dei fratelli è che solo una persona è presente sulla scena, lo stesso Giuseppe, che sapeva che si trattava di una riunione. “Giuseppe appena vide i suoi fratelli, li riconobbe, ma si finse straniero e parlò loro con durezza… Giuseppe riconobbe i suoi fratelli, ma essi non riconobbero lui” (Genesi 42,7-8).

C’erano molte ragioni per cui non lo riconobbero. Erano passati molti anni. Non sapevano che fosse in Egitto. Credevano che fosse ancora uno schiavo, mentre quest’uomo era un viceré. Inoltre, sembrava un egiziano, parlava egiziano e aveva un nome egiziano, Tsofnat Paaneach. Ma soprattutto, indossava l’uniforme di un egiziano di alto rango. Questo era stato il segno dell’elevazione di Giuseppe per mano del Faraone quando aveva interpretato i suoi sogni: Allora il faraone disse a Giuseppe: “Io ti metto a capo di tutto il paese d’Egitto”. Il faraone si tolse dal dito l’anello con il sigillo e lo mise in quello di Giuseppe. Lo rivestì di abiti di lino fino e gli mise al collo una catena d’oro. Lo fece salire su un carro come suo secondo in comando, e la gente gridava davanti a lui: “Fate largo”. Così lo mise a capo di tutto il paese d’Egitto. (Genesi 41:41-43)

Sappiamo dalle pitture murali egiziane e dalle scoperte archeologiche come la tomba di Tutankhamon, quanto fossero stilizzate ed elaborate le vesti da ufficio egiziane. Persone con gradi diversi, indossavano vari abiti. I primi faraoni avevano due copricapi, uno bianco per sottolineare il fatto che erano re dell’Alto Egitto e uno rosso per segnalare che erano re del Basso Egitto. Come tutte le divise, i vestiti raccontano una storia, o come si dice oggigiorno, “hanno fatto una dichiarazione”. Hanno proclamato lo status di una persona. Qualcuno vestito come questo egiziano, davanti al quale i fratelli si erano appena inchinati, non poteva essere il loro fratello Giuseppe perduto da tempo tranne lui che di fatto lo era. Sembra una questione di poco conto, ma non lo è. Voglio in questo saggio sostenere il contrario, perché sembra essere davvero una questione molto importante.

La prima cosa che dobbiamo notare è che la Torah nel suo insieme, e la Genesi in particolare, ha un modo di focalizzare la nostra attenzione su un tema principale: ci presenta episodi ricorrenti che Robert Alter (critico letterario statunitense 1935-…) le chiama “scene tipo”. C’è, per esempio, il tema della rivalità tra fratelli che appare quattro volte nella Genesi: Caino e Abele, Isacco e Ismaele, Giacobbe ed Esaù e Giuseppe ei suoi fratelli. C’è il tema che ricorre tre volte, del patriarca costretto a lasciare la casa a causa della carestia, per poi rendersi conto che dovrà chiedere alla moglie di fingere di essere sua sorella per paura di essere assassinato. C’è il tema del trovare una futura moglie, che ricorre anche tre volte: Rebecca, Rachele e (all’inizio del libro dell’Esodo) Zippora, figlia di Jtrò.

L’incontro tra Giuseppe e i suoi fratelli è il quinto tema, una serie di storie in cui gli abiti giocano un ruolo fondamentale. Il primo è Giacobbe che si veste con gli abiti di Esaù mentre porta da mangiare a suo padre in modo che possa prendere la benedizione di suo fratello sotto mentite spoglie. La seconda è la veste finemente ricamata o “mantello di molti colori” di Giuseppe, che i fratelli riportano al padre macchiato di sangue, dicendo che un animale selvatico deve averlo catturato. La terza è la storia di Tamar che si toglie il vestito da vedova, si copre con un velo e si finge una prostituta. Quarta è la veste che Giuseppe lascia nelle mani della moglie di Potifar mentre sfugge al suo tentativo di sedurlo. Il quinto è quello della parashà di oggi in cui il faraone veste Giuseppe come un egiziano di alto rango, con abiti di lino, una catena d’oro e l’anello con sigillo reale.

Ciò che tutti e cinque casi hanno in comune, è che facilitarono l’inganno. In ogni caso, crearono una situazione in cui le cose non erano come sembravano. Giacobbe indossò gli abiti di Esaù perché era preoccupato che il padre cieco lo sentisse e si rendesse conto che la pelle liscia non apparteneva a Esaù, ma a suo fratello minore. Alla fine non è solo la trama, ma anche l’odore dei vestiti che inganna Isaac: “Ah, l’odore di mio figlio è come l’odore di un campo benedetto dal Signore” (Genesi 27:27). La veste macchiata di Giuseppe fu prodotta dai fratelli per nascondere il fatto che erano responsabili della scomparsa di Giuseppe. Giacobbe «lo riconobbe e disse: «È la veste di mio figlio! Un animale selvatico lo ha divorato. Giuseppe è stato sicuramente sbranato» (Genesi 37:33). La trovata velata di Tamar di fingersi una prostituta, aveva lo scopo di ingannare Giuda facendolo andare a letto con lei, poiché voleva avere un figlio per “alzare il nome” del suo defunto marito Er. La moglie di Potifar usò le prove della veste strappata di Giuseppe per convalidare la sua affermazione che aveva cercato di violentarla, un crimine di cui era completamente innocente. Infine, Giuseppe approfittò del fatto che i suoi fratelli non lo riconobbero, per mettere in moto una serie di sceneggiature con lo scopo di verificare se erano ancora in grado di vendere un fratello come schiavo o se erano cambiati.

Quindi le cinque storie raccontano un’unica storia: le cose non sono necessariamente come sembrano. Le apparenze ingannano. È quindi con un brivido di stupore che ci rendiamo conto che la parola ebraica per indumento, beghed, è anche la parola ebraica per “tradimento”, come nella formula della confessione, Ashamnu, bagadnu, “Siamo stati colpevoli, abbiamo tradito.”

È una mera presunzione letteraria, un modo per collegare una serie di storie altrimenti scollegate? O c’è qualcosa di più fondamentale in gioco? Fu lo storico ebreo del diciannovesimo secolo Heinrich Graetz (1817-1821) a sottolineare una differenza fondamentale tra le altre culture antiche e l’ebraismo: “Il pagano percepisce il Divino nella natura per mezzo dell’occhio, e ne prende coscienza come qualcosa da guardare. Per l’ebreo, invece, che concepisce Dio come essere fuori della natura e prima di essa, il Divino si manifesta per volontà e per mezzo dell’orecchio… Il pagano vede il suo dio, l’ebreo lo ascolta; cioè, apprende la sua volontà.

Nel ventesimo secolo, il teorico della letteratura Erich Auerbach (1892-1957) contrappone lo stile letterario di Omero a quello della Bibbia ebraica. Nella prosa di Omero vediamo i giochi di luce sulle superfici. L’Odissea e l’Iliade sono pieni di descrizioni visive. Al contrario, la narrativa biblica ha pochissime descrizioni di questo tipo. Non sappiamo quanto fosse alto Abramo, il colore dei capelli di Miriam o qualcosa sull’aspetto di Mosè. I dettagli visivi sono minimi, e sono presenti solo quando è necessario per capire. Ci viene detto per esempio che Giuseppe era di bell’aspetto (Genesi 39:6), solo per spiegare perché la moglie di Potifar lo desiderasse.

La chiave delle cinque storie si trova più avanti nel Tanach, nel racconto biblico dei primi due re d’Israele. Saul sembrava un re, aveva la “testa e spalle sopra” tutti gli altri (1 Sam. 9:2). Lui era alto. Aveva presenza. Aveva il portamento di un re. Ma gli mancava la fiducia in se stesso. Ha seguito le persone piuttosto che guidarle. Samuele dovette rimproverarlo con le parole: “Puoi essere piccolo ai tuoi stessi occhi, ma sei il capo delle tribù d’Israele”. Apparenza e realtà erano opposti. Re Saul aveva statura fisica, ma non morale.

Il contrasto con re David era totale. Quando Dio disse a Samuele di andare dalla famiglia di Yishai per cercare il prossimo re di Israele, nessuno pensò a Davide, il più giovane e il più basso della famiglia. Il primo istinto di Samuel è stato quello di scegliere Eliav che, come Saul, sembrava adatto al compito. Ma Dio gli disse: “Non considerare il suo aspetto o la sua altezza, perché l’ho respinto. Il Signore non guarda le cose che guardano le persone. Gli uomini guardano all’apparenza, ma il Signore guarda al cuore” (1 Samuele 16:7).

Solo dopo aver letto tutte queste storie, possiamo tornare alla prima storia in cui hanno un ruolo i vestiti: la storia di Adamo ed Eva e del frutto proibito, dopo averlo mangiato, vedono che sono nudi si vergognano e fanno dei vestiti per se stessi. Questa è una storia per un’altra occasione, ma ora il suo tema dovrebbe essere chiaro. Si tratta di occhi e orecchie, vedere e ascoltare. Il peccato di Adamo ed Eva aveva poco a che fare con la frutta o il sesso, tutto riguardava invece il fatto che lasciarono che ciò che videro prevalesse su ciò che avevano sentito.

“Giuseppe riconobbe i suoi fratelli, ma loro non riconobbero lui”. Il motivo per cui non lo hanno riconosciuto è che, fin dall’inizio, hanno lasciato che i loro sentimenti guidassero ciò che vedevano, la “tunica dai mille colori” che infiammava la loro invidia per il fratello minore. Giudica dalle apparenze e ti mancherà la verità più profonda su situazioni e persone. Ti mancherà anche Dio stesso, perché Dio non può essere visto, ma solo ascoltato. Ecco perché l’imperativo primario nel giudaismo è Shema Yisrael, “Ascolta, Israele” e perché, quando diciamo la prima riga dello Shema, ci mettiamo la mano sugli occhi in modo da non poter vedere.

Le apparenze ingannano. I vestiti tradiscono. Una comprensione più profonda, sia di Dio che degli esseri umani, non può venire dalle apparenze. Per poter scegliere tra il bene e il male, per vivere la vita morale, dobbiamo assicurarci non solo di guardare, ma anche di ascoltare.

Di rav Jonathan Sacks zl

(‘Giuseppe si fa riconoscere dai suoi fratelli’,Pier Francesco Mola – Galleria di Alessandro VII (Sala Gialla), Palazzo del Quirinale, Roma – Affresco, Pubblico dominio, Wikimedia Commons )

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