Cinema e letteratura: “This must be the place”

Spettacolo

di Rossella De Pas

Film intenso  e  grande successo di pubblico ma con alcuni tratti già sentiti: sarà solo una combinazione?

Parlare di plagio nel mondo dello spettacolo è sempre difficile e rischioso ma quando, come in questo caso, gli elementi comuni tra due opere  sono molteplici il dubbio sorge spontaneo.

Il film “This Must be the Place”, scritto da Paolo Sorrentino e Umberto Contarello, che nella sola prima giornata di programmazione ha  incassato 300.000 euro, presenta diverse analogie con il romanzo “Il senso del dubbio” di Miro Silvera del 2001.

In primo luogo il protagonista: Cheyenne, interpretato in modo magistrale da Sean Penn, è un’ex rockstar cinquantenne che, reduce da una vita di eccessi, si è ritirato in un castello a Dublino dove porta avanti una vita monotona e noiosa, non riuscendo ancora a staccarsi dal personaggio che è stato: eccolo vivere, giorno dopo giorno, con capelli nerissimi cotonati, rossetto rosso fuoco,  cerone e con gli immancabili abiti da scena.

Molto simile, fisicamente e moralmente, è Hedy Sax, protagonista del libro di Silvera,  che, dopo una vita da rockstar estremamente sregolata, si è rifugiato, con poche persone a lui fedeli,  in un castello in Svizzera, isolandosi completamente dal resto del mondo.

“Forse perché il mondo rincorre chi scappa e ignora chi vi si propone con insistenza e vanità. O forse perché quel castello è in realtà una macchina in grado di generare incubi e uccidere, oppure il laboratorio per una nuova vita.”

Entrambi i personaggi, inoltre, sono ebrei anche se, in ambo i casi, il loro rapporto con la religione è particolare: Cheyenne sembra riscoprire la propria identità solo alla morte del padre, rimanendone però completamente estraneo: rivelatrice la scena in cui, al suo arrivo negli Stati Uniti, emerge il suo distacco dai tanti religiosi che vede intorno a sé. Hedy Sax è figlio di madre ebrea, convertitosi nel periodo delle Leggi Razziali che, pur non sentendo la necessità di tornare alla propria religione d’origine, non rimane indifferente alla benedizione ricevuta da un rabbino.

Poi il tema dell’Olocausto che in entrambe le vicende non viene affrontato storicamente ma più come elemento accessorio: nel film, il criminale nazista alla ricerca del quale Cheyenne parte per vendicare il padre, è ormai solo e molto vecchio e non riesce a suscitare rancore o odio ma quasi tenerezza; nel romanzo, invece, il medico nazista che, rifugiatosi in Svizzera alla fine della Guerra, ha continuato a fare esperimenti disumani è un personaggio assolutamente negativo.

Le analogie, quindi, sono davvero molte: questo ennesimo episodio di somiglianze fra opere d’arte, che siano casuali o meno, portano gli addetti ai lavori ma anche i semplici fruitori ad un’attenta riflessione sui diritti d’autore.

Nell’era di Internet, in cui le informazioni circolano liberamente e spesso senza nessuna forma di controllo, la legge speciale 22 aprile 1941, n. 633, che istituisce appunto “la tutela delle opere dell’ingegno di carattere creativo, che appartengano alla letteratura, alla musica, alle arti figurative, all’architettura, al teatro, al cinema” sembra essere stata quasi dimenticata.

Questa tutela, che consiste in una serie di diritti esclusivi di utilizzazione economica dell’opera (diritti patrimoniali dell’autore) e di diritti morali a tutela della personalità dell’autore per tutta la sua vita e fino a 70 anni dopo la sua morte, è un diritto fondamentale non solo per l’autore stesso ma anche per tutti quegli spettatori che non si vogliono rassegnare al ruolo di consumatori passivi.

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