Harlem: tra cinema e propaganda fascista

di Nathan Greppi

Quando si studia la storia del ventennio fascista, occorre tenere presente che una delle armi più potenti del regime fu la propaganda: intesa non solo come controllo sui giornali e le radio, ma anche e forse soprattutto sul cinema. Il modo di ragionare dell’epoca traspare in particolare da un film, che nel dopoguerra sarebbe stato fortemente censurato per i suoi connotati ferocemente razzisti, antisemiti e antiamericani: Harlem, uscito nel 1943 e diretto da Carmine Gallone, regista noto per il sostegno propagandistico che diede al regime tramite i suoi film (pur con alcune divergenze).
La genesi del film e il destino che ebbe dopo la caduta del fascismo è stata ricostruita dal documentarista e storico del cinema Luca Martera nel saggio Harlem. Il film più censurato di sempre, pubblicato da La nave di Teseo. Il libro, edito in collaborazione con il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, parte dalle origini del progetto nel 1942, quando Luigi Freddi, responsabile delle politiche del regime in merito alle produzioni cinematografiche, desidera un film in cui si narra di un pugile italiano in America che deve affrontarne uno nero, anticipando di più di trent’anni lo scontro tra Rocky Balboa e Apollo Creed. Con la differenza che, mentre Sylvester Stallone voleva celebrare le varie differenze di un’unica identità americana, Harlem intendeva promuovere l’idea dell’ariano più forte del nero ritenuto “inferiore” e contro i nemici americani.
Il risultato dell’operazione di Freddi fu una produzione con alcuni dei più famosi attori italiani dell’epoca, e che fu campione d’incassi nel 1943; infatti, in un’epoca in cui non esistevano ancora né la televisione né internet, i film erano un mezzo di propaganda pensato per un pubblico di massa. Tuttavia, nel dopoguerra esso subì numerosi tagli, proprio per epurarne gli elementi filofascisti; ma anche così, ciò non impedì nel 1947 ad alcuni partigiani di bruciarne intere copie nella pubblica piazza di Reggio Emilia.
Il saggio è arricchito da numerose foto di scene e locandine del film, per illustrarne la natura. Tra l’altro, uno degli sceneggiatori era un ebreo, lo scrittore Giacomo Debenedetti, al quale per le Leggi Razziali non fu accreditata la paternità della storia. Mentre durante la guerra a sequestrarne tutte le copie fu Pilade Levi, ebreo torinese fuggito negli Stati Uniti nel 1938 e tornato in Italia nella divisione degli Alleati che si occupava di propaganda. Le ricerche di Martera per il recupero di opere cinematografiche del ventennio andate perdute, al fine di promuovere la conoscenza storica, non si fermano a Harlem: in un appello pubblicato il 2 aprile 2021 sul quotidiano La Nazione, ha chiesto a chiunque avesse informazioni in merito di aiutarlo a ritrovare delle copie di Piazza San Sepolcro, girato nel 1943 da Gioacchino Forzato e ritenuto l’ultimo film di propaganda fascista mai prodotto. Un documento che sarebbe utile per capire come il regime cercasse di influenzare la mentalità popolare tramite l’intrattenimento.

Luca Martera, Harlem. Il film più censurato di sempre, La nave di Teseo, pp. 352, 22,00 euro.

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