Primo Levi. L’innocenza e il disincanto, l’ebreo Mendel sono Io

35 anni fa oggi moriva Primo Levi.
Emanuele Fiano così lo ricorda sulla sua pagina Facebook: «Ha insegnato alle nostre generazioni quale lezione estrarre dal buio più buio dell’inferno.
Sembrava forse all’inizio, che nulla potesse insegnarci quel fetore di morte e di carne bruciata, le cui ceneri, si insinuavano sotto le unghie dei prigionieri ancora vivi. Che mio padre per tutta la vita spazzolava le unghie come se ancora i resti della sua famiglia si insinuassero. Forse come per impedire di liberarsi dal perenne richiamo della morte.
Primo Levi ha trasmesso nel suo ultimo testo, “I sommersi e i salvati” quanto grande sia ancora, e sempre, la zona grigia che sta tra chi comanda e chi è comandato, tra padrone e schiavi: ”E’ una zona grigia, dai contorni mal definiti, che insieme separa e congiunge i due campi dei padroni e dei servi. Possiede una struttura interna incredibilmente complicata, e alberga in sé quanto basta per confondere il nostro potere di giudicare” e poi spiega: “L’ascesa dei privilegiati, non solo in Lager ma in tutte le convivenze umane, è un fenomeno angosciante ma immancabile: essi sono assenti solo nelle utopie,” e ancora esplicita; come il sistema stesso, quello del Lager, come quello in vigore nella Germania nazista, si sostenga attraverso il coinvolgimento e il compromesso di migliaia di individui, che pur di aver salva la vita, per non essere imprigionati, torturati o uccisi, collaborano con il potere dominate.
Quanta zona grigia continuamente ci tocca riconoscere nei comportamenti indifferenti, o ignavi, o corrotti. Anche ai giorni nostri.
Ma questo è l’essere umano che continuamente cerchiamo di comprendere. E spesso senza successo».

 

Mosaico lo ricorda proponendo un’intervista a Primo Levi realizzata nel 1982 della direttrice Fiona Diwan e con uno Speciale tutto da leggere

di Fiona Diwan

Il valore storico del Sionismo. La memoria letteraria, l’esperienza morale del viaggio. La vita come itinerario verso la saggezza. A 30 anni dalla morte di Primo Levi, l’11 aprile 1987, riproponiamo qui un testo introvabile

 

Ho ritrovato il ritaglio casualmente, due mesi fa, in una vecchia scatola. Un’intervista apparsa sul supplemento settimanale de “Il Corriere della Sera”, nella pagine della Cultura de “Il Corriere Medico” del 3-4 Settembre 1982. Ero andata a Torino a fine luglio ‘82 per incontrare Primo Levi, in vista dell’uscita del suo primo romanzo-fiction, “Se non ora, quando?”, Einaudi. Gentilezza, premura, sollecitudine, un tè con i biscotti nello studio-biblioteca, una sorridente indulgenza nei suoi occhi, forse a causa della mia giovane età di allora. È questo ciò che ricordo di quell’incontro. Oggi, a 30 anni dalla morte di Primo Levi avvenuta l’11 aprile 1987, vorrei riproporre integralmente il testo di quell’intervista ritenuta introvabile (anche da me) e spuntata fuori all’improvviso. Un documento inedito, irreperibile sul Web perché troppo vecchio, un reperto giornalistico (a tratti datato), una fonte preziosa che riproduce la freschezza di un incontro diretto. Eccola.

Non ama Dostojevski e trova Proust francamente noioso. Fra i suoi padri letterari ci sono Rabelais, Maupassant e Melville. Non a caso nel presiedere al suo esordio come vero e proprio romanziere, Primo Levi ha concesso il posto d’onore a quello che fra tutti gli scrittori considera il più affine: Joseph Conrad. E del resto nella narrativa di Conrad come in quella di Primo Levi le metafore del viaggio, della “navigazione” nel mondo, godono di una centralità indiscussa. Per entrambi il viaggio non è mai una semplice visitazione di luoghi geografici o un’empirica accumulazione di eventi. È accrescimento, vera e propria odissea conoscitiva, un itinerario interiore filtrato attraverso paesaggi, porti, città, boschi e pianure.
Questa esperienza “morale” oltre che materiale tocca anche a Mendel, il protagonista dell’ultimo libro di Primo Levi, Se non ora, quando?, ora in vetta a tutte le classifiche di vendite. Per Primo Levi e per il suo eroe, l’orologiaio Mendel, la peregrinazione, il viaggio, sono una sorta di assunzione metafisica, qualcosa che trascende gli eventi accidentali per rifrangersi con mille gradazioni e sfumature nella coscienza più intima. Nel romanzo di Levi, l’ebreo Mendel, ex soldato dell’Armata Rossa, ex orologiaio, ora sbandato e disperso nelle sterminate solitudini della pianura russa, viene costretto dalle vicissitudini della guerra e dalla sua condizione di ebreo, ad intraprendere un lunghissimo viaggio a piedi attraverso mezza Europa: Russia, Polonia, Germania, Austria, Italia.

Un viaggio che risale a Omero
«Il viaggio di Mendel, le infinite steppe russe, le abbacinanti distese di neve “di cui non si scorge né l’inizio né la fine”, la macchia, le radure, gli stagni, le paludi e le città tendono a fare da sfondo a un itinerario verso la saggezza», mi dice Primo Levi. «Quello del viaggio è un archetipo, un “topos” letterario vecchissimo che risale ai tempi di Omero. Dall’Odissea al Don Chisciotte a Lord Jim il viaggio è sempre stato visto come simbolo conoscitivo, un sentiero impervio in cui la vita si carica di una nuova sapienza umana. E nel mio romanzo, Mendel si carica appunto di disincanto, ma anche di maggiore serenità e saggezza di fronte agli accadimenti. Mendel significa “Menachem” che in ebraico vuol dire “consolatore”. Ma anche se Mendel cerca di schivare questo destino che si trova come riassunto del nome, di fatto risulta una presenza forte e consapevole e quindi saggia e consolatrice».
Dico a Primo Levi: «Che cosa l’ha spinta, dopo 35 anni dalla fine della guerra, a scrivere un altro libro ancora proprio sulla guerra, considerando che questo è il suo vero primo romanzo, una finzione letteraria in piena regola e non più una testimonianza autobiografica?».
«I motivi sono fondamentalmente tre. Il primo è blandamente polemico nei confronti della tanto dibattuta questione della crisi del romanzo. Come si fa a dire che un genere letterario cessa di essere valido? È una cosa senza senso. Per questo ho voluto confezionare un romanzo classico, senza Io narrante, senza intimismo e con molta azione. Sono un lettore ingenuo e ho scritto un libro per lettori ingenui, un libro non sofisticato. Come lettore amo racconti che mi narrino dei fatti e in cui ci sia del movimento. Un’altra ragione è che da anni tenevo questo racconto nel cassetto. La storia me l’aveva raccontata Enrico Vita Finzi, uno dei ragazzi della leggendaria via Unione di Milano dove, nel ’45, era stato allestito un centro di raccolta di ebrei profughi. Fu proprio Vita Finzi ad accogliere un manipolo di partigiani ebrei arrivati a Milano, dopo infinite peripezie, di cui ho raccontato la storia nel mio libro. Volevo scrivere un romanzo d’avventure e quella storia mi sembrò la traccia ideale. Mi sarebbe stato inoltre molto facile ambientarla, poiché quelle paludi, quelle steppe, quel terreno geografico lo conoscevo bene per averlo attraversato dopo la liberazione. Il terzo motivo è stato dato dal fatto che i giovani israeliani di oggi rinfacciano spesso ai loro padri e ai loro nonni di essere andati al macello come pecore nei lager nazisti senza alzare un dito per ribellarsi. Ora, questo non è vero e io ho voluto dirlo. Ci fu chi si ribellò, chi combattè e non solo nell’episodio della rivolta del ghetto di Varsavia. Molti capibanda delle brigate partigiane russe erano ebrei convertiti e numerose bande a base esclusivamente ebraica nacquero dopo il ’44. Queste bande avevano vita difficilissima, dovevano guardarsi contemporaneamente dai tedeschi, dai contadini e dai partigiani russi, ucraini e polacchi tradizionalmente antisemiti».
Mendel vede gli altri non se stesso
Il libro è allora un omaggio tardivo a coloro che dopo la guerra hanno popolato le pietraie della Palestina?
Non direi. Non sono mai stato sionista e non lo sono adesso. Dissento dalle tesi sioniste e dall’attuale operato del governo israeliano. La mia posizione è del resto ormai arcinota dopo la polemica seguita al mio appello “Perché Israele si ritiri” apparso su La Repubblica. Non va tuttavia messo in dubbio il valore storico del sionismo come una vera idea-forza che riuscì a mobilitare, a trascinare le masse stremate dalla guerra, masse che avevano perso tutto, non solo i padri o i fratelli, ma anche il tetto di casa a cui fare ritorno. Per un italiano, un francese o tedesco c’erano una casa, una via, una città a cui fare ritorno. A loro restava una concreta identità. Per un ebreo no. Dopo quello che era successo sarebbe stato impensabile tornare indietro. Il sionismo fu la speranza, la vita per moltissimi e si configurò come una vera e propria migrazione biblica. L’Italia fu il collo d’imbuto di questa migrazione, di questo flusso di “scorticati” vivi in marcia verso la Palestina.
Mi è parso di individuare una certa ebraicità nel suo stile, nella sua maniera di narrare. Le storie ebraiche sono sempre strutturate come racconti nei racconti. All’inizio della storia c’è sempre qualcuno che si siede e che comincia a raccontare di persone conosciute, di vicende accadute. È la maniera di procedere del “racconto popolare”. Anche Israel Joshua Singer, fratello meno noto ma altrettanto bravo di Isaac Bashevis Singer, diceva che una peculiarità dell’ebreo è quella di raccontare, di dire, di costruire delle parabole. Lei cosa ne dice?
Non sono del tutto d’accordo. I temi del mio libro sono sostanzialmente quattro: la memoria, la pietas, il viaggio e il raccontare interno. Ora, questi temi non hanno nulla di intrinsecamente ebraico, non sono da ascrivere a una specifica ebraicità. Chiunque voglia scrivere un romanzo fa ricorso alla memoria. Anche gli altri temi sono del resto “cosmopoliti”, appartengono a tutti e non esclusivo appannaggio ebraico. Concordo però con lei nel dire che la pietas, la memoria, il viaggio, nel caso degli ebrei, si carica di un retaggio di sofferenza, di un passato intriso di dolore. La memoria ebraica è una memoria sofferta, memore di una catena di eventi tragici persi nelle pieghe della storia, ma sempre vivi. È una memoria che ha tesaurizzato, cumulato la tragedia. La memoria italiana si ferma al Risorgimento e a Garibaldi. Quella francese alla Rivoluzione e a Napoleone. È difficile andare oltre. La memoria ebraica va invece fino al Mar Rosso o ancor più indietro, ai tempi di Abramo e dell’impero assiro-babilonese.
Il picaresco, l’avventura e un certo umorismo dominano tutta la storia dei personaggi. Anche se le vicende di cui il libro parla sono tragiche, il libro in sé non lo è mai. Mendel è sempre padrone della scena mentre gli altri personaggi non sono mai a tutto tondo ma continuamente mediati dalla presenza di Mendel.
Infatti Mendel vede gli altri ma non vede sé stesso. Per questo ho descritto tutti meno lui. Leonid, l’amico tormentato, rabbioso, offeso dalla vita è sempre osservato attraverso l’occhio di Mendel. E lo stesso accade per Line, la donna di cui Mendel si innamora, sempre filtrata attraverso la misura del suo sguardo.
Il protagonista è un personaggio autobiografico?
Fra me e Mendel ci sono certo gli stessi cromosomi, c’è aria di famiglia. Egli è un tipo riflessivo costretto a fare l’attivista, a gettarsi nella mischia. Un po’ come me. Mendel rappresenta ciò che avrei voluto fare io, cioè combattere, e che non potei fare perché fui subito catturato dopo appena due mesi di partigianato in Val d’Aosta e internato poi a Fossoli. Mendel incarna una volontà di rivalsa rispetto a quella guerra che non ho mai potuto guerreggiare.
Mendel tuttavia non è un’ebreo italiano, ma russo.
L’ebraismo orientale mi ha sempre molto affascinanto e volevo che il mio protagonista fosse figlio di quel mondo. Durante tutto l’anno passato ho studiato lo jiddish e ho letto dei testi che mi aiutassero a conoscere meglio quell’ambiente. La figura che alla fine ne è venuta fuori è stata quella di un ebreo che viene dallo schtetl, dai villaggi dell’Europa orientale in un periodo però in cui lo schtetl non esiste più, ma è stato sostituito dal kolkos sovietico e verso il quale non si può provare che nostalgia, uno struggimento da paradiso perduto.
Nel suo romanzo lei sa essere insieme, lirico, umoristico e epico. Le tre componenti coabitano senza darsi fastidio, coerentemente. Se dovesse fare una graduatoria di queste tre componenti del libro, quale metterebbe al primo posto?
In percentuale direi che il libro è al 40 per cento umoristico e epico mentre non darei che il 20 per cento alla componente lirica.
Che cosa pensa del caso Cèline, cioè della traduzione e pubblicazione dei due pamphlets antisemiti pubblicati negli ultimi tempi dalla casa editrice Guanda e che hanno fruttato la querela della vedova del grande scrittore francese e il sequestro dei libri da parte delle autorità giudiziarie?
Non ho letto Mea culpa e La bella rogna. Pur non avendolo letto interamente, conosco invece Bagatelle per un massacro. Penso che siano libri sicuramente dannosi e la cui circolazione dovrebbe essere limitata alle biblioteche. Stilisticamente Bagatelle è un libro che non vale nulla, non può avere nessun interesse di lettura perché non ha trama. Gli unici che possono esserne interessati sono gli studiosi. Mettendolo così liberamente alla portata di tutti rischia di capitare in mani sbagliate, essere letto da lettori diseducati o non sufficientemente smaliziati che possono male interpretarli. Certo, da soli questi libri non sono sufficienti a creare antisemitismo, ma c’è nell’aria qualcosa, qualche sentore di intolleranza verso gli ebrei come sta accadendo ora dopo quanto ha fatto Israele in Libano, allora sicuramente possono dare una mano alla creazione di un clima antisemita.

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