Il messaggio di Rosh haShanah di Rav Laras: accelerazioni e nodi che vengono al pettine

Opinioni

di Rav Giuseppe Laras

larasMessaggio di Rosh ha-Shanah alle ebree e agli ebrei di Italia e agli Italqìm di Eretz Israel

In questo giorno venerando e terribile, Tu, o Signore, affermi la sublimità del Tuo Regno e consolidi con la clemenza il Tuo trono. Su questo sei assiso per giudicare con verità e, in vero, sei Tu al contempo il Giudice, l’accusatore e il testimone.”

Così il piyyùt che si recita nel Mussàf di Rosh ha-Shanah e di Yom Kippur. Come è noto, Rosh ha-Shanah è tradizionalmente conosciuto come “yom ha-din”, ossia come giorno di giudizio, in cui persino le schiere celesti compaiono dinanzi al Tribunale divino e in cui “tutti gli esseri mortali sfilano dinanzi a Te, come pecore dinanzi al pastore nel giorno di Rosh ha-Shanah”.

Rosh ha-Shanah apre un periodo delicato e difficile di giorni in cui meditare seriamente su se stessi e in cui si può e si deve orientarsi verso miglioramenti delle proprie rotte, che hanno come approdo il giorno di Kippùr. Per fare questo, è necessario lasciarsi interrogare dalla domanda “dove sei?”, ovvero comprendere dove ci si trovi nella propria esistenza personale e comunitaria, come singolo ebreo e come Popolo di Israele.

Vorrei cercare di definire e circoscrivere alcune aree in cui gravitiamo, rispetto alla quali dovremo, volenti o nolenti, individuarci e “trovarci”.

Come la stampa rivoluzionò il sapere e non unicamente la sua trasmissione, imprimendo un’accelerazione eccezionale tra XV e XVI secolo, così oggi il web. Se la stampa permise la salvaguardia e la diffusione del patrimonio spirituale di Israele, così, per converso, essa diffuse, facendole dilagare ovunque, dottrine antisemite. Parimenti accade con il web, con celerità inedita e con echi globali: si può studiare un passo di Talmùd oppure, in contemporanea, leggere su un’altra schermata gli insulti antisemiti di certi movimenti politici populisti o, ancora, “post” inneggianti alla morte di Shimon Peres, degli ebrei e dello Stato di Israele.

Non è dissenso o critica: è odio puro. E tale odio serpeggia anche tra molti giovani italiani, spesso travestito da antisionismo, spesso anche a “sinistra”, spesso riportando a galla “argomenti” antichi, religiosi o laici. Tutto ciò nonostante la Giornata della Memoria, i “tormentoni” mediatici al riguardo e i consueti “minuti di silenzio”. Talora mi chiedo se non si tratti di una reazione di rigetto, oltreché di assuefazione. Questo ci interroga sul senso di questa Giornata e, molto più seriamente e opportunamente, sulla qualità, sull’attualità, sull’attribuzione di senso e sul rigore con cui informiamo e facciamo ragionare in relazione all’antisemitismo, che non è purtroppo relitto del passato, ma realtà presente e futura.

La prima realtà in cui ci troviamo oggi, come singoli e come Popolo, è il ritorno virulento e crescente di una mala pianta che credevamo almeno in parte sfoltita. Questo ci obbliga a tentare di essere più intelligenti, a ponderare bene il nostro ruolo nella società e nelle forze che la animano, a educare i nostri giovani a rinnovati rischi, a parlarne chiaramente tra di noi, a coordinare maggiormente e meglio i nostri sforzi, a una partecipazione comunitaria attiva e responsabile.

Siamo solo agli inizi di un periodo di crisi sistemica, economica e politica, che metterà a dura prova, in maniera inedita e aggressiva, le democrazie europee e la loro sopravvivenza. L’antisemitismo crescerà progressivamente e ineluttabilmente. Quei pochi che tra noi -pur avendo talvolta costoro visibilità nel mondo non ebraico- pensano che la soluzione sia “smarcarsi” rispetto allo Stato di Israele, assumendo ideologicamente soltanto comportamenti pubblici quali “silenzio omissivo”, “contrita preoccupazione” o “aperta condanna”, sono esemplificativi di questa situazione malata. Ci è richiesto, al contrario, di avere fiducia in noi stessi, nei nostri fratelli, nel nostro Popolo e nella nostra Tradizione. Chi di noi smette di aver fiducia e orgoglio nel Popolo di Israele, smette di aver fiducia in se stesso e in Dio.

La seconda orbita in cui gravitiamo è, per l’appunto, quella di una tacita sfiducia nella nostra stessa Tradizione. Sfiducia che raggiunge spesso lo scandalo. Recentemente amici cattolici hanno tradotto in italiano, rendendola così accessibile a molti nostri connazionali –e persino, forse, ad alcuni nostri correligionari- una delle vette della produzione spirituale dell’ebraismo ashkenazita, il Nefesh ha-Hayyìm di Hayyìm di Volozhin. La cosa in sé, a mio avviso, non è negativa (anzi, sembrerebbe testimoniare sincera stima e interesse da parte di amici cristiani). Il rischio principale, in questo caso specifico, è piuttosto che quest’Opera risulti slegata, specie nella mente dei molti lettori non ebrei, dall’ambiente religioso di cui è espressione e a cui, parola per parola, è correlata: il mondo della Halakhah. Tolte dal loro contesto e riferimento continuo alla Halakhah, molte opere ebraiche immediatamente cambiano senso, parlano una lingua estranea e diventano altra cosa.

Quale è il problema allora? Il problema è che la traduzione di un’opera simile, ancora una volta, non sia stata espressione della nostra volontà o di un nostro progetto culturale e religioso, ma di altri. Accadde similmente con A. J. Heschel, del cui pensiero si sono appropriati molti pensatori cristiani. Parimenti è accaduto con A. Neher e Leo Beack. Levinas fu tradotto in italiano in primo luogo per l’interessamento di CL. Persino il compianto Elie Wiesel dapprincipio fu pubblicato da editori minori perché turbava il nostro salottiero establishment laico e assimilato, che si riconosceva sì in Primo Levi, ma che aveva problemi a “gestire” un ebreo religioso, ancorché particolare. Negli scorsi decenni molti nostri correligionari hanno tradotto e pubblicato di tutto, rivolgendosi sia al pubblico ebraico sia a quello italiano in generale, talora editando testi importanti, spesso però smerciando “ebraismo di risulta”. È mai possibile che si abbia così tanta sfiducia nei confronti dei nostri Maestri e della nostra stessa Tradizione, da lasciare che siano quasi sempre altri a ritenere interessanti, ad esempio, Hayyìm di Volozhin e Levinas, e che noi si arrivi puntualmente dopo? Questo è sintomo di una nostra conclamata sfiducia (e mancanza di rispetto) in noi stessi, nell’ebraismo tradizionale e nelle sue secolari forme, da cui dobbiamo quanto prima guarire, anziché cianciare a vanvera di “cultura ebraica”.

La terza orbita gravitazionale del nostro piccolo mondo è oggi il rapporto con l’Islàm, europeo e non. Nonostante il continuo e sollecito benvenuto che alcune parti politiche e certune autorevolissime autorità religiose elargiscono ai migranti, poco o nulla è detto e fatto in relazione agli emigranti dall’Europa: giovani italiani ed europei alla ricerca di lavoro ed ebrei in fuga da vari Paesi europei. Al riguardo, vi è spietato silenzio, puntuale reticenza e retorica d’occasione, volti più a tacitare i problemi che a risolverli davvero. E l’immigrazione islamica ha purtroppo rapporti molteplici e ben chiari con il ritorno crescente dell’antisemitismo.

Alla crescita zero degli europei da generazioni, corrisponde una grande vitalità demografica dei musulmani europei, di varia provenienza e orientamento. Al sensibile cambio demografico corrisponderà in tempi sufficientemente brevi un ribaltamento dei gruppi di influenza, delle parti politiche, della cultura e delle libertà. Questo per gli ebrei, anche in Italia, significherà dapprincipio l’acuirsi –con gravi potenziali dissapori intestini- di spinte contrapposte tra due macro-fazioni polarizzanti che ricercheranno ciascuna -e che, al contempo, almeno in parte, respingeranno- il coinvolgimento ebraico. Una trappola in cui dovremmo cercare di non cadere.

Probabilmente solo oggi comprendiamo, a fronte dell’attuale crisi del pensiero europeo e della sua politica, le parole profetiche di Rav Eliezer Berkovits dopo la Shoah: “Valutando complessivamente il significato dell’era cristiana nei termini dell’esperienza ebraica nelle terre della cristianità, il risultato finale è la bancarotta, la bancarotta morale della civiltà cristiana e la bancarotta spirituale della religione cristiana”. Soltanto così si può forse comprendere la radice di ciò che accade oggi, su un ampio spettro, che segna l’inizio della fine per l’Europa che abbiamo conosciuto. Si pensi alla ideologica riduzione delle figure del padre e della madre a “genitore 1” e “genitore 2”, in contraddizione con secoli e secoli di pensiero biblico, ebraico e cristiano; a corpi morti sezionati, plastificati e ridotti a ibrido tra “arte” e “studio anatomico” esposti in mostre, cestinando, prima ancora del buon gusto, secoli di attenzione alla dignità e sacralità del corpo umano e del corpo dei defunti in particolare; conquistate libertà femminili incapaci di denunziare però, con insistenza e persistenza, altre donne ridotte in schiavitù da fanatici religiosi; il pensiero totalitario buonista e politically correct che rende impossibile la lettura del reale e che aiuta perversamente le opposte ragioni di razzisti e xenofobi; il silenzio di molti cristiani sulle radici ebraico-cristiane dell’Occidente (ovviamente negate dalla cultura cosiddetta “laica”) e il saluto, già avvenuto, da parte degli stessi, all’Europa “islamo-cristiana”, ove l’assenza dell’aggettivo “ebraico” è allarmante e indicativa.

È evidente che siffatto mondo, all’impatto con l’Islàm politico, è necessariamente destinato a non durare e ad essere sostituito. E noi non possiamo più essere i puntelli di chi ha deciso di morire, anche se, con il tramonto progressivo dell’Europa delle libertà e dei diritti, con la parallela ignoranza e mancato apprezzamento delle sue radici viventi, l’antisemitismo aumenterà. Non si può purtroppo salvare chi ha intrapreso questa strada suicidaria, scientemente o meno. Le nostre responsabilità e azioni sono, invece, da concentrarsi in primo luogo sulla Casa di Israele e sulle condizioni di vita dei nostri figli, nipoti e bisnipoti.

Sta quindi a noi cercare oggi un possibile ancorché arduo dialogo con l’Islàm, degno e fiero da entrambe le parti, in anticipo rispetto ai tempi futuri e pensando esattamente a quelli. E far comprendere ai musulmani che l’ebraismo e lo Stato di Israele possono essere, con beneficio di entrambe le parti, nuovamente partners in una nuova avventura di civilizzazione. Ha ragione Netanyahu nel sostenere che la strada per la pace, pur difficilissima e probabilmente dolorosa, passa per Ramallah e Gerusalemme, tra mondo ebraico e mondo islamico, e non attraverso New York, cifra di un Occidente che purtroppo –specie in Europa- si è completamente smarrito.

La quarta e ultima orbita, vertente specificatamente sull’Ebraismo italiano, riguarda in primo luogo il rabbinato. Vorrei che provassimo insieme a pensare, almeno per un attimo, in una prospettiva decennale. Tra dieci anni, molti dei rabbini che si occupano, gestendo spesso situazioni “garibalbine”, delle comunità italiane non ci saranno più o saranno molto anziani. Le cattedre principali vedranno coloro che vi sono ora assisi pensionati o avviati alla pensione. Purtroppo non abbiamo nuove leve e, in alcuni casi, quelli che vi sono avranno serie difficoltà a gestire e “regolarizzare” situazioni di confine, difficili e contraddittorie, che li metteranno in grande imbarazzo. Parimenti, in circa dieci anni, molte Comunità avranno un verticale calo demografico e alcune si estingueranno. Meno si è, più è ardua una vita ebraica (dato che la nostra è essenzialmente una religione familiare e sociale) e più è difficile –se non impossibile- che un rabbino e, nello specifico, un Tribunale Rabbinico serio “salvi il salvabile”.

Questo fenomeno è già in atto, con alcuni momenti acuti, caratterizzati da confusione, disordine, irresponsabilità e persino maldicenza. Nessuno ha il coraggio di dirlo ad alta voce, ma è necessario e urgente, per non andare follemente incontro al baratro, che si inizi ad affrontare seriamente, con acribia, la questione. Altrimenti sarà troppo tardi e ogni mese che passa corrisponde all’acuirsi della situazione e ad occasioni perdute. Bisogna che i rabbini e che chi amministra le Comunità, per tentare di sanarlo, non pensino al presente bensì al futuro.

Queste sono le quattro orbite di indagine che propongo per la riflessione personale e comunitaria in questi giorni, dato che ciascuna di esse ha ricadute intime, che abbracciano la vita individuale e familiare, l’esperienza religiosa, i nostri sentimenti e le nostre azioni, la progettualità del futuro.

Come recita il Machazòr: “Dio nostro e Dio dei nostri Padri, non ci lasciare e non ci abbandonare, non farci arrossire, ricorda la Tua Alleanza con noi, avvicinaci alla Tua Torah, insegnaci i Tuoi precetti, ammaestraci nelle Tue vie, indirizza il nostro cuore al timore del Tuo Nome, in grazia dell’eccelso Nome Tuo. A riguardo del Tuo Nome, Signore, perdona i nostri peccati che sono grandi”.

 

 

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