Mia è la vendetta

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Era una star del suo tempo. Ma poi la storia lo ha dimenticato. Campione di pallanuoto nella Vienna degli anni trenta, romanziere di raffinato talento e pensatore fuori dagli schemi, Friedrich Torberg esce oggi dall’oblio grazie alla riscoperta di Mia è la vendetta, il suo profetico capolavoro.

“Questo libro ha un finale tra i più incredibili e brillanti dell’intera letteratura del XX secolo”. Il lusinghiero commento è di Erich Maria Remarque. E il libro di cui stiamo parlando, Mia è la vendetta, uscì per la prima volta nel 1943 negli Stati Uniti a firma di Friedrich Torberg, oggi encomiabilmente tradotto e ripubblicato dall’editore Zandonai di Rovereto (pp. 83, 11 euro), a cura di Haim Baharier.
Ma chi era questo illustre sconosciuto? E se la potenza letteraria di Torberg era tale da scomodare anche il grande Remarque, perché solo pochissimi ne hanno sentito parlare? Un caso di clamorosa ingiustizia storica? Sì, in parte. Scrittore sulfureo, polemista e grande provocatore, personaggio scomodo e sicuramente fuori dagli schemi, Torberg fu un talento multiforme, poeta, romanziere, sceneggiatore ma anche uomo sportivo e atletico, campione austriaco di pallanuoto negli anni Trenta. Osannato da scrittori come Max Brod e Franz Werfel, fu giornalista controcorrente nonché un intellettuale raffinatissimo e lucido.
Tanto lucido da riuscire a saltare sul primo treno e a scappare da Praga all’indomani dell’Anchluss, nel 1938, e a non perdonarsi mai di non essere riuscito a portare con sé la madre e la sorella, che moriranno ad Auschwitz nel 1941. Fu proprio il loro tragico destino che lo indusse con straordinaria, inaudita precocità ad affrontare i temi della persecuzione antiebraica. Mia è la vendetta è la storia di una baracca di ebrei in un lager olandese. Qui il comandante del campo, Wagenseil, sceglie una alla volta, una vittima dopo l’altra: la tortura e la convince a suicidarsi per scegliere il dolore minore. Nella baracca si accende così un dibattito serrato tra due gruppi opposti: chi pensa che sia opportuno reagire e chi dice che no, la vendetta va lasciata a Dio e che bisogna saper accettare il proprio destino, qualunque esso sia.
Con una chiaroveggenza assoluta, Torberg scriverà un capolavoro portando alle conseguenze più estreme il dramma della non resistenza ebraica e il tema della legittima difesa. Sionista convinto, anticonformista, scrittore pluripremiato e con una lingua al vetriolo, Torberg era uomo pieno di idiosincrasie: detestava i contemporanei Thomas Mann e Bertold Brecht, accusava quest’ultimo di essere complice intellettuale dei genocidi dell’epoca e, tornato a Vienna dopo la guerra, lottò tutta la vita perché venissero processati i nazisti austriaci e riconosciuta la persecuzione degli ebrei russi, i cosiddetti ebrei del silenzio, come li chiamerà Elie Wiesel.

Il suo libro straordinario subisce quindi una sorte bizzarra. Uscito troppo presto, appunto nel 1943 viene letteralmente dimenticato. In un dopoguerra determinatissimo a ricostruirsi pietra su pietra, impegnato a rimuovere i ricordi di morte, le voci dei sopravvissuti e dei fuggiaschi non ebbero ascolto. Si dovrà aspettare il 1958 con l’uscita de L’ultimo dei Giusti di Andreè Schwarz Bart e poi La Notte di Elie Wiesel, per ascoltare le prime voci narranti il genocidio.
E comunque, a ben guardare, quella di Torberg non è una testimonianza ma una geniale intuizione di ciò che fu quella caricatura filosofica chiamata nazismo. Torberg scrive nel 1941: quindi non è un sopravvissuto, anzi, non può esattamente sapere che cosa avviene nei lager. Può intuirlo o immaginarlo, basandosi su descrizioni e racconti che solo sporadicamente riescono a trapelare, anche se di fatto già qualcosa si sapeva delle atrocità dei sistemi nazisti. Il personaggio dell’aguzzino Wagenseil, capo del campo, la descrizione della psicologia del boia e la dinamica di morte e umiliazione che viene messa in atto è degna delle pagine più alte di Primo Levi. L’analisi del meccanismo concentrazionario narrato da I sommersi e i salvati è già tutto qui, dispiegato con abbagliante lucidità. Ricordiamolo: il libro è scritto nel 1941 e la data è importante perché capiamo che Torberg aveva già intuito tutto, prima degli altri: ovvero che da laggiù non sarebbe tornato nessuno. Il protagonista del libro è sul molo del New Jersey e invano aspetta dall’Europa gli ex compagni di baracca sapendo bene che NON arriveranno mai.

Ma ancora più clamoroso è il tema: il problema che pone Torberg è semplice e universale, e assurgerà quasi a tormentone etico-filosofico dei vent’anni successivi alla guerra. Può la vendetta essere dell’uomo e non solo di Dio? Si poteva non essere pecore al macello? Se sei un uomo di fede, come puoi togliere la vita foss’anche quella del tuo carnefice? Torberg non ha introiettato l’insegnamento talmudico che dice che nessuno di noi può stabilire quale sangue sia più meritevole, il tuo di vittima o quello del tuo aguzzino. Nessuno ha il diritto di giudicare quale sangue valga di più e quindi di uccidere chi fa il male. Ma ciascuno di noi, è scritto nel Talmud, ha il dovere di difendere l’altro, di salvarlo se minacciato, in virtù del fatto che chi salva una vita umana dà senso al mondo. Ma allora dove abita Dio?, si chiedevano i discepoli del Rabbi di Kotz. Dove lo lasciano entrare, rispondeva immancabilmente lui. E quindi, sembra suggerire Torberg, Dio abita anche nell’atto di agire la vendetta umana, frutto del libero arbitrio datoci da Lui.

“Nel 1965 Torberg viene accusato di essere una spia della CIA. E nessuno, in quegli anni -e fino ad oggi-, si ricorderà di lui come romanziere e intellettuale, tanto meno del suo Mia è la vendetta. Io stesso, che pure lo conoscevo, l’avevo rimosso del tutto. Fino a quando, oggi, l’editore Zandonai mi ha proposto di curarne il libro. Improvvisamente, dopo 45 anni, tutto mi è tornato in mente”, dichiara lo studioso e biblista Haim Baharier, autore della bella postfazione al volume. “Il mio incontro con questo libro risale al 1964. Lo comprai in tedesco da una bancarella a Parigi. Sapevo che Torberg era uno pseudonimo, frutto della fusione tra il cognome del padre, Kantor, e della madre, Berg. Sapevo anche che, assolutamente profetico, questo libro era stato pubblicato nel 1943 negli Usa, ancora in piena guerra. Rimasi fulminato da questa lettura. Eppure, ricordo, non ne parlai con nessuno. Perché? Semplice: non riuscivo a tracciare la linea che collega la Shoà pensata e narrata alla realtà di due reduci come lo erano i miei genitori e i loro amici, tutti scampati dai lager. Non riuscivo a collegare la Shoà con quel gruppo di compagni sopravvissuti che, accaniti, ogni sabato sera, giocavano a carte coi miei riempiendo l’aria del nostro tinello di un fumo talmente denso da non riuscire a distinguersi l’un con l’altro. Cosa c’entrava la Shoà, mi chiedevo io, con quella gente, con quei visi scavati, la barba di due giorni per via dello shabbat, con il fumo solido che si alzava dalle sigarette, con quella vodka a fiumi e quella babele di polacco, yiddish, tedesco, francese? La verità è che nessuno di loro raccontò mai niente della Shoà. Noi non sapevamo niente. I reduci semplicemente NON parlavano. Come stupirsi quindi se l’impressione sconvolgente che provai nel leggere il libro di Torberg rimase sigillata in me, senza che ne parlassi con nessuno?”

Ma se Torberg è davvero un grande, perché un oblio così lungo? Risponde Baharier: “Semplice. Torberg fu un apolide intellettuale, non aveva padrini, era politicamente scorretto, inviso alla sinistra perché odiava Brecht e perché amico degli americani, inviso alla destra perché era ebreo e chiedeva giustizia per gli ebrei austriaci. Nessuno aveva interesse per lui perché non faceva comodo a nessuno. E così lo dimenticarono. Per me è oggi una mitzvà restituirgli dignità e farlo finalmente rivivere”.

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