24 giorni

Libri

La verità sulla morte di Ilan Halimi.

Dall’Introduzione di Giulio Meotti, giornalista de Il Foglio
Alla fine gli hanno dato fuoco, come si faceva durante l’Inquisizione. Di Ilan Halimi doveva rimanere soltanto il nome. La vergogna e l’ipocrisia si sarebbe mangiati anche quello. Ilan non portava un lungo caffettano nero, non aveva un cappello di feltro, non indossava i filatteri, non leggeva un libretto dei Salmi, non portava la kippà. Di ebraico Ilan aveva soltanto il nome, sufficiente a fare di lui una preda. Povero tronco umano da smembrare, da gettare per strada, come i resti a un cane, dopo che i rapitori gli avevano persino raso i peli del corpo, perché non ci fosse più alcuna traccia del suo passaggio nel covo della morte dove è stato tenuto per oltre tre settimane. Quelle che Ruth Halimi racconta in questo libro asfissiante e truce, ma che al tempo stesso rincuora, pegno del coraggio di una madre, Rachele moderna e ammirevole, nella Francia dell’antisemitismo rampante. Tutte le donne e gli uomini che leggeranno questo libro potranno facilmente immedesimarsi in quello che ha passato questa povera famiglia, questo padre, questa madre.

Se al posto di Ilan pensiamo a un non ebreo, sarà più facile capire quanto profondo e mostruoso sia il rigurgito antisemita. Non doveva passare nel silenzio il martirio di Ilan. In tutta Europa, nell’Italia dove i bambini ebrei, vedi Stefano Taché, sono stati assassinati trent’anni dopo la Shoah. Il caso di Ilan doveva costituire un monito pubblico su cosa può fare il nuovo-antichissimo antisemitismo. Doveva esserci un moto di protesta libera e altisonante.
Nelle nostre piazze, nei nostri giornali, nelle nostre scuole, così come per il razzismo ci viene sempre chiesto di fare da cassa di risonanza dell’indignazione.
Quella di Ilan è una storia semplice. E la storia di un ragazzo ebreo che viveva nella capitale di quel che resta dell’ebraismo europeo. Parigi, la città di Dreyfus e dell’Illuminismo, che aveva riconosciuto gli ebrei come esseri umani e non come diavoli dalla lingua biforcuta. “Se questo è un ebreo”, recita il titolo del bellissimo pamphlet di Adrien Barrot dedicato al caso di Ilan. La Francia ha scoperto il sorriso contagioso di Ilan soltanto dopo la sua morte. Un sorriso che nulla sembra dire di quell’odio, di quella ferocia.
Un’eternità nelle mani di una gang di islamisti delle banlieue parigine. “Giovani per i quali gli ebrei sono inevitabilmente ricchi”, ha detto Ruth degli assassini di suo figlio. La Francia non ha ancora fatto i conti con questo feroce antisemitismo che germina all’interno delle sue folte comunità musulmane, sottaciuto se non giustificato dai benpensanti e dai progressisti rintanati nella rarefatta e ininfluente gauche. I rapitori pensavano che tutti gli ebrei fossero ricchi e che la famiglia avrebbe pagato il riscatto.
Non sapevano che i genitori di Ilan non lo erano affatto. E che Ilan, per campare alla meglio, lavorava in un negozio di telefoni. Fu trovato agonizzante, il corpo bruciato all’ottanta per cento, vicino a una squallida stazione. Seminudo, con ferite e bruciature di sigarette sulla carne viva e in tutto il corpo, Ilan è morto nell’ambulanza verso l’ospedale.

Decine di persone sapevano delle torture inflitte a quel ragazzo che sognava di vivere in Israele. Nidra Poller sul Wall Street Journal scrive che “ciò che più disturba in questa storia è il coinvolgimento di parenti e vicini, al di là del circolo della gang, a cui fu detto dell’ostaggio ebreo e che si precipitarono a partecipare alla tortura”.
In una fotografia sequestrata dalla magistratura si vede Ilan imbavagliato, con una pistola alle tempie e una copia di un giornale. La stessa posa d’una famigerata fotografia di Daniel Pearl, il corrispondente ebreo del Wall Street Journal decapitato in Pakistan. Ha gli occhi bendati Ilan, non possiamo leggere il terrore sulla sua faccia come avevamo fatto con Nick Berg, un altro ebreo, stavolta americano, decapitato in Iraq, truce icona del terrore che ha agguantato il mondo dopo l’11 settembre.
Si è parlato della stanza in cui venne tenuto Halimi come di un “campo di concentramento fatto in casa”. Il reporter francese Guy Millière scrive che “le grida venivano sentite dai vicini perché erano particolarmente atroci: gli assassini sfregiarono la carne del giovane uomo, gli spezzarono le dita, lo bruciarono con l’acido e alla fine gli hanno dato fuoco con liquido infiammabile”.

La morte di Ilan non ha meritato espressioni indignate da parte dell’opinione pubblica, non ha urtato la sensibilità di chi è sempre pronto a dichiararsi per il dialogo, la tolleranza, la convivenza. L’esecuzione di Ilan è passata nel silenzio, rosa dall’indifferenza, la sua fotografia non ha fatto il giro del mondo, i dettagli della sua morte sono stati criptati come “degrado metropolitano”.

Ma Ilan è stato barbaramente ucciso perché ebreo. In Europa, dove mai si era visto tanto antisemitismo, dice un recente rapporto dell’Agenzia Ebraica di Nathan Sharansky. Nel 2009, in Francia, ci sono stati 631 attacchi antisemiti, 200 in più dell’anno precedente. Persino in Inghilterra, da dove gli ebrei non sono partiti per le camere a gas, ci sono state 609 aggressioni antisemite. Due al giorno. Forse la storia di Ilan non è stata elevata a esempio di cosa può produrre l’odio perché avrebbe dovuto essere un monito sul perché ogni ebreo è un simbolo da abbattere, sia esso legato o meno a Israele. Tutta la nostra vigilanza, la nostra memoria a intermittenza, tutto il nostro cordoglio sugli ebrei morti sessant’anni fa espone i vivi, i milioni di Ilan, alla nuova barbarie rendendoci ciechi al male.

La migliore eulogia su Ilan l’ha scritta Judea Pearl, il padre del corrispondente del Wall Street Journal. “Come ha fatto questo clima disumano a infiltrarsi nel paese che ha dato al mondo libertà, uguaglianza e fratellanza?”, chiede Judea Pearl. “Ilan non lo ha chiesto ai suoi rapitori, sapeva la risposta. Oh Ilan e Daniel, due bellissimi figli dell’Occidente. Oh miei figli, non sono stati soltanto i barbari ad avervi uccisi, accanto a loro c’erano gli intellettuali. Vi hanno ucciso perché eravate l’anima della civiltà occidentale”. La barbarie del Novecento, la sua trasformazione nel mattatoio di cento milioni di esseri umani, è iniziata con il grido dei falangisti spagnoli: “Viva la muerte”. Oggi questo stesso grido ricopre il vecchio continente e Halimi ne è stato la vittima prediletta perché innocente, facile, anonimo, uno fra i tanti. C’è una fotografia di Ilan, ha i capelli corti, una maglietta, è felice, sorride alla vita. Quel sorriso deve tormentare per sempre la fragile, cattiva coscienza dell’Europa.



24 giorni, la verità sulla morte di Ilan Halimi,
Belforte Editore, di Ruth Halimi e Emilie Frèche. Prefazioni di Bernard Henri Lévy, Pierluigi Battista, Giulio Meotti. Traduzioni di Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan.
Edizioni Salomone Belforte & C. Livorno, pp 144, € 14,00


Martedì 6 luglio, alle ore 20.45, presso ISPI, via Clerici 5, Salomone Belforte editori, il Keren Hayesod e l’associazione Italia Israele di Milano presenteranno il libro 24 giorni. La verità sulla morte di Ilan Halimi, di Ruth Halimi e Emilie Frèche. Diario dei 24 spaventosi giorni del rapimento del giovane Ilan raccontati dalla madre Ruth, presente in questa serata fortemente voluta dagli organizzatori affinché la terribile vicenda di Ilan sia conosciuta e ricordata da tutti.“…..perché l’indifferenza uccide: un’indifferenza che ha permesso oggi che un ragazzo fosse ucciso nel cuore di una grande città come Parigi, ignorando le sue grida strazianti…..è il silenzio che ha ucciso Ilan Halimi e la giustizia ha contribuito a perpetrare questa cospirazione del silenzio…..”.

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