La lezione di Hannah Arendt

di Ester Moscati

Hannah Arendt

Giorno della Memoria. Se questo appuntamento ha saputo conservare nel tempo un valore, è stato quello di indurci, ogni anno – per non cadere nella retorica, nel già detto, nella sterile celebrazione -, a pensare, in modo nuovo, ad un diverso aspetto della storia degli ebrei nel corso della Seconda Guerra Mondiale, sotto il nazismo fino alla Shoah. E di farlo perché ogni volta sia possibile trarre da questa riflessione nuovi stimoli, per vivere in modo più attivo e consapevole il nostro presente di cittadini europei, in una Europa dove i nuovi xenofobi, razzisti, antisemiti ma non solo, rischiano ancora di far danni.

David Bidussa è uno storico che da tempo si batte perché anche in Italia, come è stato fatto in Germania, si facciano i conti con il nostro passato, perché si rifletta sulle responsabilità non solo del fascismo – in quanto detentore del potere negli anni della persecuzione e delle deportazioni, – ma soprattutto del popolo italiano, che è stato capace, troppo spesso, di girarsi dall’altra parte, di non prendere posizione, di coltivare quel sentimento deleterio e marcio che si chiama “indifferenza”. Quella parola, indifferenza, che Liliana Segre ha chiesto che venisse scolpita a caratteri cubitali all’ingresso del Memoriale della Shoah di Milano alla Stazione centrale. Lei, sopravvissuta ad Auschwitz dove entrò, tredicenne, con il padre che invece lì trovò la morte, considera l’indifferenza dei milanesi, che lasciarono deportare senza alzare una voce i propri concittadini ebrei, più grave della ferocia nazifascista. Perché alla colpa si somma la codardia. Perché una reazione avrebbe salvato, se non la vita, la dignità che un uomo, se tale vuole essere, non può, mai, permettersi di perdere.

In occasione di Keep Calm and Keep Jewish, la “sezione ebraica” di BookCity Milano, David Bidussa ha tenuto una strepitosa Lectio nel Tempio Centrale di Milano. Ha scelto di parlare del libro di Hannah Arendt, La banalità del male, ma anche del testo-intervista, pubblicato dalla Giuntina, di Hannah Arendt e Joachim Fest, Eichmann o la banalità del male. Ha ricordato che Anne Frank, Edith Stein e Simone Weil, nonostante il loro tragico destino, perfino nelle loro ultime pagine continuavano ad avere fiducia nel futuro dell’uomo e nella sua capacità di essere buono. Hannah Arendt no, per lei la bontà, la scelta del bene, era una sfida, non una certezza. Il vero titolo del suo libro sul processo ad Eichmann era semplicemente Rapporto da Gerusalemme, del 1963. «Con questo titolo, Arendt ha voluto dire: Io “osservo” non “teorizzo”. Hannah ha bisogno di dare dimensione fisica a una storia con la quale non sa fare i conti. Osserva come si muove Eichmann nella gabbia di vetro al processo. Il processo di Gerusalemme andava prima di tutto raccontato. Lei ha osservato quello che poi noi abbiamo visto nel film Uno specialista. Hannah Arendt descrive un signore che continuamente mette in ordine gli oggetti che ha sul tavolo. Che è pieno di tic facciali. Quel tavolo che ha di fronte è come la scrivania del suo ufficio, dove pianificava la partenza dei convogli per i campi.

Ma c’è un aspetto che Hannah Arendt non coglie. Eichmann scrive continuamente appunti, memorie, 4000 fogli che poi furono depositati a Yad Vashem e a Parigi sono presentati in una mostra, “L’uomo che pensa dentro la gabbia di vetro”. Eichmann ha guidato il suo avvocato durante tutto il processo, gli ha mandato messaggi, su cosa doveva dire e su come doveva dirlo. Ne viene fuori un uomo molto meno incolore di quello che Arendt descrive nel suo libro.

Hannah Arendt ha invece perfettamente capito la “banalità del male”. E nell’intervista a Fest, dice che parlare della “banalità del male” significa domandarsi alcune cose e riflettere su alcuni concetti. Prima di tutto il concetto di obbedienza. Quando obbedisci, non ti fai domande su ciò che fai ma solo su come lo fai, cerchi di essere efficace nell’esecuzione. Poi c’è il concetto di responsabilità. Alle domande, Eichmann risponde che era una parte non decisionale dell’agito. Il suo compito era “semplicemente” quello di far funzionare la macchina. Infine, quello che Hannah Arendt considera la parte debole del processo, che trae dal concetto di giustizia. Se porti un uomo in tribunale, che accusa formuli? Ti riferisci a ciò che ha fatto lui o al meccanismo in cui lui si è mosso?

L’idea fondamentale è che l’obbedienza ti mette di fronte ad una strada, e a ogni bivio devi decidere. Ciascuno decide. C’è quindi la responsabilità di ciascuno in ogni azione compiuta».

La lezione di David Bidussa ha toccato altri temi, legati al concetto di responsabilità: quella dei Consigli ebraici, gli Judeenrat, per esempio. Anche loro hanno fatto delle scelte, con la consegna delle liste delle persone da deportare. Non tutti hanno fatto le stesse scelte: c’è anche il responsabile del Ghetto di Varsavia che si uccide per non fornire le liste ai nazisti. L’uomo ha sempre, di fronte a sé, la possibilità di compiere una scelta, anche se terribile. Quindi c’è sempre in ballo la responsabilità dell’individuo. «Non siamo fuori dalla storia, il problema è: come ci stai dentro?». Persone comuni possono macchiarsi delle peggiori atrocità “coperte” dall’alibi dell’obbedienza agli ordini superiori: un fatto questo, analizzato anche ad Amburgo, nel 1961, da Christopher Browning che sottopose ad analisi un gruppo di 400 poliziotti, colpevoli delle stragi nell’Est Europa. Appartenevano a tutti i partiti, anche di area socialista, socialdemocratica, solo il 20% erano  veri nazisti. Tutti obbedivano; nel gennaio del 1940 compirono stragi e seppellirono nelle fosse comuni 250.000 morti. Nel 1945 tornano a fare i poliziotti, come se niente fosse. Qualcuno venne denunciato, 15 anni dopo, e in tribunale tutti testimoniarono che avevano eseguito gli ordini.Banalità del male. Essere conformi alla legge, qualsiasi essa sia. «Si chiese ad uno di questi poliziotti ‘perché hai sparato alla madre e ai bambini?’ Rispose: ‘Personalmente cercai di uccidere solo i bambini: sapevo che senza la madre il piccolo non avrebbe comunque potuto vivere, e questo era consolante per la mia coscienza’. In tedesco, l’assassino usò l’espressione ‘redimere’ invece di ‘uccidere’ i bambini, come se l’assassino fosse un messia che redime». Che cos’è dunque la banalità del male? È l’incapacità di farsi domande su quello che si sta facendo.

(Ester Moscati)