Il sapore agrodolce di un’Arabia amata e crudele

Eventi

Yémen. © Naftali Hilger

 

di Sonia Schoonejans e Andrea Finzi

Dal Marocco all’Irak, gli ebrei d’oriente in mostra a Parigi all’IMA, Institut du monde arabe

Due grandi istituzioni museali hanno portato in primo piano la memoria ebraica dimenticata. Si tratta dell’IMA (Institut du Monde Arabe di Parigi), che presenta una storia molto completa degli Ebrei d’Oriente, e del MahJ (Musée d’art et d’histoire du Judaisme) con gli archivi in parte inediti del fotografo Patrick Zachmann che risvegliano un passato familiare sepolto dal silenzio del dopoguerra.
Per l’IMA si tratta di un evento senza precedenti. In trent’anni di attività e oltre una quarantina di mostre, mai l’IMA aveva esposto alcunché potesse essere collegato alla presenza ebraica in terra d’Islam.

Le ragioni si possono facilmente comprendere anche solo ricordandosi del modo in cui questa presenza plurimillenaria ha avuto fine. Ma con l’arrivo di Jack Lang alla presidenza dell’IMA, l’istituzione si è aperta a una pluralità di espressioni culturali e religiose. La mostra attualmente in corso su “Gli Ebrei d’Oriente” (fino al 13 marzo 2022) costituisce in effetti l’ultimo componente della trilogia iniziata nel 2014 con “Hajj, il pellegrinaggio alla Mecca”, seguito nel 2017 da “Cristiani d’Oriente”. Decisa prima della sigla degli Accordi di Abramo e della pandemia del Covid, questa mostra viene dunque a concludere il complesso cammino delle religioni monoteiste.
Attraverso un percorso esteso su ben 1.100 metri quadrati, con circa trecento oggetti, molti dei quali prestati da Paesi del Maghreb o da Israele, la mostra conduce il pubblico attraverso le comunità ebraiche installate nei vasti territori dell’Oriente per (ri)scoprirne la varietà e la storia iniziata due millenni prima dell’era volgare, all’epoca dei primi insediamenti in terra di Canaan, proseguita con gli insediamenti ebraici radicati in seno alla civiltà babilonese, persiana, greca, romana e, molto più tardi, islamica; una storia interrotta con la partenza, spesso forzata e in condizioni dolorose, verso l’Europa, l’America o Israele. Ventisei secoli di storia, quindici dei quali in convivenza con l’Islam nei quali episodi di violenza e talvolta l’esilio si sono avvicendati a periodi di rigogliosa fioritura.
Senza essere esaustiva – e come potrebbe esserlo?- la mostra, concepita come un puzzle storico-geografico, fa rivivere un nucleo ebraico ogni volta legato ad un territorio preciso. Ed è così che dal Marocco all’Iraq, dalla Tunisia alla Siria e molto più in là verso un Oriente più lontano, passando da una comunità all’altra, il visitatore ne può esplorare le particolarità e apprezzare la singolarità, nonostante una forte matrice data dall’indefettibile attaccamento all’antica fede comune.
Una storia movimentata, tumultuosa, ma quanto feconda! Delle città emblematiche come Gerusalemme, Alessandria, Salonicco o Fes, luoghi di comunità particolarmente brillanti, sono oggetto di uno studio specifico.

Nella lunga coesistenza degli ebrei in terra d’Islam, non viene nascosto nulla di ciò che poteva colpire od offendere: lo statuto subalterno di dhimmi riservato ai non musulmani che, se garantiva la protezione del sultano e una discreta libertà di culto, non proteggeva completamente dagli attacchi della popolazione; oppure le foto degli episodi sanguinosi, come i pogrom della città di Costantina nel 1934. L’ultima parte della mostra, quella sulla paura e sull’esilio è particolarmente documentata. Un film realizzato con materiale d’archivio mostra l’esodo di un’intera popolazione obbligata a lasciare definitivamente il paese degli antenati, abbandonando tutti i propri beni.
Fra gli oggetti esposti, numerosi appartengono al patrimonio religioso – menorot, Sifré Torà, siddurim, candelieri – ma si possono ammirare anche gioielli, abiti nuziali, lapidi, resti di antichi templi, manoscritti e altro. Uno dei pezzi forti della mostra è proprio un manoscritto di Maimonide con l’autografo dell’autore: ritrovarsi di fronte alla scrittura di uno dei più grandi Maestri della tradizione ebraica è una delle tante emozioni che dà questa mostra. Un altro oggetto emblematico dell’antichissima presenza ebraica e del suo radicamento profondo in Oriente è una pietra con iscrizioni in aramaico di età molto precedente a reliquie di altre civiltà oggi scomparse.
Questa mostra riveste anche un’importanza simbolica: ricordando la secolare convivenza di ebrei e musulmani e trasmettendo questa memoria alle giovani generazioni, è auspicabile che possa aiutare il dialogo e a lottare contro i danni prodotti dall’ignoranza.

 

Le polemiche per la mostra sugli ebrei d’oriente che non soddisfa nessuno

«Noi, intellettuali e artisti del mondo arabo, chiediamo all’Institut du Monde Arabe di Parigi di riconsiderare le posizioni assunte dal suo festival ‘Arabofolies’ e dalla sua mostra ‘Ebrei d’Oriente’, che danno espliciti segnali di normalizzazione, questo tentare di presentare Israele e il suo regime di colonialismo e apartheid come uno stato normale».
Questo è quanto hanno scritto a dicembre in una lettera aperta oltre duecento esponenti dell’intellighenzia magrebina e mashreq, tra cui alcuni di fama internazionale, come il romanziere libanese Elias Khoury, il cineasta palestinese Elia Suleiman e il musicista tunisino Anouar Brahem. “L’IMA – si legge nella lettera – tradirebbe la sua missione intellettuale adottando questo approccio normalizzante – una delle peggiori forme di uso coercitivo e l’immoralità dell’arte come strumento politico per legittimare il colonialismo e l’oppressione”. «Derisoria e rattristante»: così Jack Lang, presidente dell’Istituto del mondo arabo (IMA) di Parigi, ha definito la petizione, che considera anche «completamente sproporzionata e fuori luogo». «È una reazione che cerca di sviare questa mostra dal suo significato profondo, che non ha nulla a che fare con questo o quel dibattito politico», ha affermato ancora Jack Lang. Ma voci polemiche si alzano anche da parte ebraica dove non mancano riserve sulla mostra: secondo alcuni sarebbe stato a dir poco “edulcorato” il trattamento che in molti Paesi arabi e islamici fu riservato agli ebrei, spogliati dei loro beni, umiliati, brutalizzati, scacciati dai luoghi millenari in cui risedevano. Altro che idillio!

Menu