Patrick Zachmann «Voyages de mémoire»

Arte

Autoritratto con mia madre (©Patrick Zachmann / Magnum Photos)

di Sonia Schoonejans e Andrea Finzi

Al MahJ (Musée d’art et d’histoire du Judaisme) fino al 6 marzo gli archivi, in parte inediti, del fotografo Patrick Zachmann che risvegliano un passato familiare sepolto dal silenzio del dopoguerra

Patrick Zachmann, nato in Francia nel 1955, fa parte di una generazione che per molto tempo non si è interrogata sulla sua identità ebraica. Figlio di un immigrato polacco muto sul suo passato e di una sefardita più preoccupata dell’ascesa sociale che della trasmissione della memoria, era il perfetto esempio di cittadino francese del quale solo il nome avrebbe potuto evocare una possibile appartenenza. Ricorda che in casa sua non vi era alcuna foto di un’epoca precedente il matrimonio dei suoi genitori. Ma, dopo gli attentati antisemiti commessi in Francia negli Anni ’70, Zachmann, diventato fotografo, decide di compiere una indagine sugli ebrei francesi che lo porterà a poco a poco verso una ricerca della sua propria identità.
L’esposizione, suddivisa in sezioni, ognuna dedicata ad un tema diverso, parte dal generale per focalizzarsi sempre di più verso la sfera intima. Ciò che mostrano le sue foto non sono i segni visibili dell’ebraicità – barbe, parrucche, Shtreimel o kippot – come avevano già fatto grandi fotografi come Vishniak o Freed, ma invece qualcosa di più profondo.
Una delle prime serie di foto riguarda la riunione dei sopravvissuti della Shoah avvenuta a Gerusalemme nel 1981. Per accentuarne il carattere atemporale, Zachmann fa posare la persona su di uno sfondo neutro, sempre uguale. Sono ritratti che colpiscono per la loro capacità di rendere la verità di ogni soggetto: un gesto, uno sguardo, un modo di mostrare la propria stella gialla oppure il numero di matricola, informano, testimoniano, interrogano. Una di queste foto mostra Simone Veil, venuta non come personalità politica ma in quanto sopravvissuta e la mano rugosa che una vecchia signora le posa sul petto lascia indovinare un’intimità fra di loro; si tratta in effetti di un’altra detenuta restata sua amica e confidente per tutta la vita.
Due anni più tardi, Zachmann realizza un reportage nel giardino parigino dei « Buttes Chaumont » ove una piccola comunità di ashkenaziti perlopiù ex pellicciai o sarti si ritrovano e discutono in yiddish. Anche qui si tratta di ritratti di uomini anziani, oggi già morti, ma che hanno dato luogo, già dall’inizio della mostra, ad un avviso di ricerca sul sito del museo, al quale discendenti, figli, nipoti o altri parenti hanno risposto e hanno permesso di aggiungere un nome sotto la foto di alcuni di loro. Nello stesso periodo, Zachmann realizza un piccolo film su suo padre che alla fine accetta di raccontare il tragico passato della sua famiglia, in gran parte assassinata a Birkenau o ad Auschwitz. Come per concretizzarne l’orrore, Zachmann, che fa un viaggio ad Auschwitz poco dopo, fotografa l’industrializzazione nazista dello sterminio.
Al ramo paterno fa poi seguito la famiglia materna. Una prima serie sui sefarditi in Francia negli anni successivi alla loro partenza più spesso forzata che volontaria, dal Maghreb, fa capire il ruolo dei balli, riunioni, serate organizzate dove gli uomini potevano fare conquiste e le ragazze trovare marito. Il capitolo successivo è dedicato al ramo sefardita della madre, una generazione venuta dall’Algeria e dal Marocco che la mamma non frequentava volentieri e che Zachmann scoprì con entusiasmo come quegli zii e zie, cugini e cugine, per quanto tutti molto religiosi, fossero generosi e parlassero senza tabù. L’ultima serie, del 2011, è dedicata a sua madre da lui interrogata alla fine della sua vita prima che l’età non le facesse perdere la memoria. È il capitolo più delicato e più sensibile. Si immagina quanto sia difficile mantenere la distanza necessaria alla testimonianza.
In precedenza, Zachmann, membro dell’ Agenzia Magnum, aveva realizzato parecchi reportage, due dei quali esposti in mostra, uno sul Cile durante la dittatura di Pinochet, l’altro sul Ruanda al tempo del genocidio dei Tutsi, quest’ultimo con foto inedite.
Il bisogno di mantenere la memoria, di non far dimenticare gli scomparsi, gli anonimi, dà alle foto di Zachmann una forza particolare, forse perché, come egli stesso ha dichiarato «Ciò che amo nel processo fotografico, è lasciare intervenire il caso, l’inconscio, lo smarrimento della memoria ».

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