Kaufmann, vedere l’invisibile

Arte

L’opera d’arte e il suo nocciolo filosofico, pensiero come “dura madre” primigenia di ogni opera, arte che nasce prima concettuale e solo dopo visiva. Insomma, riflettere sulla natura dell’immagine pittorica, dipingere pensando, piegandosi sulle ragioni di un quotidiano che abbraccia sulla superficie della tela il senso stesso della pratica artistica. Concettuale, Massimo Kaufmann, 54 anni, lo è sempre stato. Visibile e invisibile, palese e nascosto: per lui la tela è lo spazio dove tutto affiora e trabocca. Non a caso, per Kaufmann, si tratta di sentire la superficie, il gesto che dialoga con essa grazie al colore, materia stessa della pittura.

Non a caso, una delle sue opere (in mostra nelle magnifiche sale settecentesche della Biblioteca Universitaria di Bologna e del Museo di Palazzo Poggi fino al 14 gennaio 2018), si chiama Clinamen (realizzata appositamente per la mostra), il nome dato dal filosofo Tito Lucrezio Caro al concetto di un corpo che cadendo verso il basso declina dalla linea retta, Clinamen come sinonimo di pensiero laterale, obliquo, deviante, critico. Proprio nel nostro tempo alcune tematiche del De rerum natura di Lucrezio – la mortalità della natura, la fragilità della conoscenza e lo spaesamento dell’individuo nel cosmo – sono diventate centrali e non sorprende, dunque, che Kaufmann abbia tentato di tradurli visivamente con disegni e pittura…Un tempo ritrovato, quello del colore della vita.
(Kaufmann sarà in mostra oltre che a Bologna anche a Trieste per il progetto ARCA, fino al 24 febbraio 2018)

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