I migliori film ebraici di tutti i tempi: “Gli eletti”

Spettacolo

di Roberto Zadik

Gli eletti: quarantacinque anni fa, usciva un film dalla trama forte, caratterizzata da un’analisi spietata della spaccatura laici-religiosi, ambientato nell’America anni Quaranta. Tratto dal romanzo dello scrittore newyorkese Chaim Potok Danny l’eletto, è lo specchio del conflitto che da sempre divide il mondo ebraico.

Una pellicola apparentemente di nicchia che invece  è un piccolo gioiello, fedele trasposizione del capolavoro Danny l’eletto dello scrittore newyorkese, di origini polacche, Chaim Potok e fondamentale per capire il dissidio laici-religiosi che da sempre  – e più che mai oggi – lacera l’ebraismo contemporaneo. Si tratta del film Gli eletti, ambientato nell’America anni Quaranta, in piena Seconda guerra mondiale, ed è pervaso da discussioni accese su vari temi, dall’ebraismo nelle sue varie sfaccettature, al conflitto in atto, al sionismo e sul progetto che di lì a pochi anni avrebbe portato alla nascita dello Stato di Israele.

La trama è incentrata sull’amicizia fra l’ortodosso Danny Saunders e il laico Reuven Malter, due ragazzi intelligenti, curiosi e  caratterialmente agli antipodi, che continuano a discutere e a confrontarsi fra loro in un intreccio narrativo avvincente.

Magistralmente diretto dal regista Jeremy Kagan il lungometraggio è  caratterizzato da dialoghi intensi e da una sceneggiatura efficace.
I due protagonisti, influenzati dall’educazione e dai rispettivi padri,  evidenziano le tensioni non solo causate dalle diverse visioni sull’ebraismo ma anche dalla loro epoca e dalla società americana così divisa fra vena conservatrice e spinte progressiste e moderniste.

Conosciutisi durante una partita di baseball, in cui Danny ha ferito Reuven a un occhio, diventati poi amici inseparabili, nonostante le differenze ambientali e caratteriali, i due giovani hanno desideri e ambizioni opposte. Danny è pesantemente oppresso dal padre, rabbino capo di una comunità chassidica molto chiusa verso il mondo esterno, interpretato da un favoloso Rod Steiger,  che vuole obbligarlo a leggere solo testi sacri per diventare, a sua volta, rabbino nonostante egli sia spinto da curiosità “secolari” e dall’interesse crescente per Freud e la psicologia.

Il suo amico Reuven, invece, proviene da un ambiente profondamente intellettuale, sionista e laico, ed è figlio di un illustre professore universitario interpretato da un intenso Maximilian Schell. Grandi attori, dialoghi pregnanti, riflessioni esistenziali e scontri incisivi, alla ricerca di un compromesso e di un’intesa, guidano questa pellicola importante e semi autobiografica per Potok che visse lo stesso conflitto col padre come quello descritto per Danny Saunders.

Nonostante il successo ottenuto nel 1982, il film ha richiesto anni di lavorazione ed è il risultato di un cammino molto complicato iniziato nel 1967, anno di uscita del romanzo e portato avanti a fasi alterne prima nel 1972 e poi dal 1978 al 1980, anno in cui è stato girato.

Si tratta di una pellicola intensa e importante che andrebbe riscoperta per la sua attualità e la capacità di fare riflettere il pubblico sulle tensioni del mondo ebraico, sul confronto molto acceso specialmente in Israele e negli USA fra rigidità e apertura, fra religiosità e laicità in una realtà sempre più frammentata e divisa fra ideologie opposte e non dialoganti fra loro.