Gadiel Taché agli studenti: “Bisogna fare luce sulla verità, ed è vostro compito divulgarla”

di Ilaria Myr
“Oggi grazie al web e ai social si può fare informazione per contrastare la disinformazione, ma bisogna  essere preparati. Bisogna studiare e conoscere i fatti: avete una grande responsabilità”. Questo l’accorato appello lanciato da Gadiel Gaj Taché, sopravvissuto all’attentato alla sinagoga di Roma il 9 ottobre 1982 e fratello di Stefano Taché, il bimbo di due anni ucciso, durante un incontro emozionante e intenso con gli studenti dei licei (della Scuola della Comunità e di quella di via dei Gracchi Yossef Tehillot) il 26 ottobre nell’Aula Magna della scuola ebraica. A loro era stato dato da leggere il libro di Gadiel Taché  appena uscito per Giuntina ‘Il silenzio che urla’, in occasione del quarantesimo anniversario dell’attentato.
La sera del 25 ottobre Gadiel Taché ha partecipato alla serata organizzata dall‘Adei Wizo alla Fondazione delle Stelline.

Presenti, oltre ai componenti del Consiglio della CEM, alcuni rappresentanti della Comunità ebraica di Roma – la presidente Ruth Dureghello e Riccardo Pacifici – e delle istituzioni locali –Alan Christian Rizzi, assessore alla Casa e Housing Sociale, Laura  Galimberti, assessore all’educazione e all’istruzione del Comune di Milano, Roberto Cenati, presidente dell’Anpi provinciale di Milano –.

“Appena è uscito questo libro, ci siamo detti che era doveroso farlo leggere ai ragazzi della scuola e invitare qui l’autore – ha spiegato l’assessore alle scuole Dalia Gubbay -. A ognuno è stato dunque regalato il libro, di cui hanno anche parlato in classe con i professori”.

“Doveroso cercare e divulgare la verità”

“Ogni giorno trovo un significato diverso al titolo che ho dato al libro: Il silenzio che urla – ha esordito Gadiel Taché -. È il mio silenzio, trattenuto per 30 anni finché mi sono svegliato dal torpore (nel 2015, dopo gli attentati a Parigi, ndr) e ho cominciato a parlare. È il silenzio dello Stato che non ci ha dato verità e giustizia. Ma è anche il silenzio delle nostre comunità, anche verso l’esterno. All’epoca le comunità ebraiche erano totalmente isolate,  e non avevamo la forza di reagire. Ci sono voluti evidentemente 40 anni, in cui sono cresciute e rinforzate. Ma ci vuole un attimo per tornare a quel contesto”. Un contesto di grande tensione, ben delineato anche da Rav Arbib, che ha spiegato ai ragazzi quanto il clima di quegli anni fosse incandescente nei confronti degli ebrei e di Israele, paragonata al nazismo. “Era una situazione in cui gli ebrei non potevano parlare, ma solo difendersi dai continui attacchi”.

“La comunità di Roma si stava faticosamente ricostruendo dopo la guerra, ma tutto ciò che c’era intorno era un clima di odio e perverso antisemitismo con radici nel legame con Israele, colpa per la quale gli ebrei potevano essere scarificati, sempre con l’accusa di non essere italiani – ha aggiunto Ruth Dureghello, presidente della Comunità ebraica di Roma -. Nonostante i continui allarmi e segnalazioni della comunità di allora e del Rabbino Toaff, lo Stato decise, attraverso il Lodo Moro, di sacrificare i suoi ebrei. Ma anche a Milano quell’anno ci fu un attentato davanti al Cdec, così come in altre città europee a danno di ebrei”.

L’Aula Magna della Scuola durante l’incontro con Gadiel Gaj Taché (di spalle). In piedi: Riccardo Pacifici

Nel suo discorso, tanto pacato quanto denso di emozioni, Tachè ha sottolineato come non si sapesse la verità su quello che avvenne quel giorno, fino a quando i documenti relativi a quei fatti non furono desecretati, nel 2014, e resi consultabili agli Archivi di Stato. Fa molto riflettere il fatto che i documenti non possano essere divulgati se non con il permesso del premier in carica. “Io stesso sapevo poco – ha ammesso – : sapevo che solo uno dei terroristi, un certo Al Zomar, era stato fermato in Grecia, per essere poi liberato, e che il mandante era tale Abu Nidal. E non capivo perché uno stato sovrano come l’Italia si fosse accontentato di non condannare un terrorista senza cercare il mandante e gli altri complici, senza preoccuparsi di punire i responsabili di un attentato a dei cittadini italiani”.

Analizzando i documenti desecretati, Taché è venuto al corrente di molti dettagli su quel 9 ottobre 1982. “Mi ha colpito un documento dei servizi segreti italiani del 22/10/1982 in cui si ricostruisce la dinamica dell’attentato e vi si evince che l’attentato non poteva essere attribuito all’Olp perché sarebbe stato un boomerang. Pertanto doveva essere attribuito a un’organizzazione in contrapposizione alla parte moderata dell’Olp, rappresentata dalla fazione di Abu Nidal. I documenti portano dunque a pensare che il mandante vero fosse Yasser Arafat”.
“Ma lo Stato italiano aveva firmato con l’Olp quello che è conosciuto come Lodo Moro, l’accordo che consentiva ai palestinesi di utilizzare il territorio italiano come base per armi e guerriglieri in cambio della garanzia di preservare la penisola dagli attentati. “Emblematico è che il Ministro degli Interni dell’epoca, Virginio Rognoni, che era anche presidente dell’Associazione Italo-Araba italo-araba non abbia mai voluto rispondere alle domande sui fatti– ha aggiunto Riccardo Pacifici – e non c’è mai stata un’ammissione formale dell’esistenza del lodo Moro. Alla luce di tutto ciò, vogliamo quindi che l’indagine che è ora in corso porti alla riapertura del processo”.

Da qui l’accorato appello ai giovani a cercare la verità e a farla conoscere all’esterno. “Oggi grazie al web e ai social si può fare informazione per contrastare la disinformazione, ma bisogna essere preparati. Bisogna studiare e conoscere i fatti: avete una grande responsabilità”.

“Questo attentato poteva causare una strage molto più grande, una delle peggiori della storia italiana post bellica. – ha aggiunto Yoram Orvieto, anch’egli testimone dell’attentato del 9 ottobre -. Se non ci fossero state le macchine a intralciare il passaggio ai terroristi, l’ospedale vicino e un medico israeliano che fin da subito soccorse i feriti gravi, il bilancio sarebbe stato ben peggiore. Questo lo si deve dire”.

Rispondendo poi alle interessanti domande dei ragazzi, Taché ha spiegato come “la gestazione del libro è stata molto lunga, anni in cui ho maturato emozioni di rabbia e disperazione. Ma scrivere questo libro è stato per me una terapia”.

Alla domanda di quali responsabilità si sia preso lo Stato, ha risposto: “per ora nessuna. Nel libro io pongo tante domande. Se rimarranno senza risposta, quella sarà la risposta”.

In conclusione, prima di recarsi nel liceo scientifico Vittorio Veneto, per richiesta di alcune studentesse, ha suonato al pianoforte la splendida canzone che ha scritto in inglese per ilo fratellino Stefano, commuovendo tutti presenti.