40 anni dopo: un evento ricorda l’attentato alla Sinagoga di Roma

di Roberto Zadik

Una serata il 25 ottobre a Palazzo Delle Stelline, in ricordo dell’attentato alla Sinagoga di Roma del 1982, organizzata dall’Adei Wizo e dall’Associazione 9 ottobre 1982

Sono passati quarant’anni dall’attacco terroristico palestinese alla Sinagoga di Roma, ma quella ferita è ancora più che mai aperta e i responsabili sono rimasti  impuniti. In memoria di quel tragico 9 ottobre 1982 in cui, a soli due anni, perse la vita il piccolo Stefano Tachè, martedì 25 ottobre a Palazzo Delle Stelline si è tenuta un’importante iniziativa commemorativa che, organizzata da Adei Wizo Milano in collaborazione con l’Associazione 9 ottobre 1982, ha coinvolto una serie di personalità oltre ad un vasto pubblico che ha assistito alla proiezione del documentario Era un giorno di festa, meticolosa e commovente ricostruzione di quanto accadde quel giorno, attraverso una serie di testimonianze e di fotogrammi dell’epoca.

Roberta Vital con Gadiel Tachè

Patrocinata dalla Comunità ebraica milanese, l’iniziativa è stata introdotta dalla vice presidente di Adei-Wizo Milano Roberta Vital che, dopo i saluti ai vari ospiti in sala, quali la presidente Adei-Wizo Nazionale  Susanna Sciaky, il presidente comunitario Walker Meghnagi, Emanuela Alcalay, presidente Adei Milano, Roberto Cenati, presidente Anpi Provinciale Milano e Manfredi Palmeri, ringraziandoli per l’importante sostegno dato a questa iniziativa, ha presentato il documentario menzionando l’emozione della senatrice Liliana Segre, durante la sua visita alla mostra nella Capitale, dedicata a quell’attentato, con la presidente della Comunità di Roma Ruth Dureghello.

“A quarant’anni dall’attentato”, ha evidenziato Roberta Vital, “l’Associazione 9 ottobre ci presenta un film che è una raccolta di dolorose testimonianze, riflessioni e domande senza risposta. Esso ha come obiettivo quello di tramandare alle giovani generazioni la memoria in merito a quello che è stato il più sanguinoso attacco antiebraico del dopoguerra sul suolo italiano”.

Nel suo discorso ha ricordato come esso “è stato un attacco, in un giorno di festa, in cui rimasero ferite quaranta persone e in cui perse la vita il piccolo Stefano Tachè, definito dal presidente Mattarella un bambino italiano“, evidenziando la necessità di tenere unita l’ebraicità e l’italianità creando consapevolezza riguardo a quanto accaduto.

Successivamente è intervenuto il Rabbino Capo della Comunità milanese, Rav Alfonso Arbib che ha espresso alcune importanti riflessioni. Egli ha ricordato che “quell’attentato ha cambiato profondamente tutti noi e l’ebraismo italiano” e che l’atmosfera del 1982 era allucinante poiché “tutti eravamo sul banco degli imputati, non solo Israele”. Rievocando il clima incendiario di ostilità antiebraica e le rovinose manipolazioni mediatiche, seguite alla Guerra del Libano, egli si è soffermato sull’antisemitismo di molta stampa dell’epoca che insisteva sul paragone fra “ebrei e nazisti” con continue accuse a Israele. Analizzando il contesto estremamente difficile di quell’anno, Rav Arbib ha messo in evidenza non solo la pericolosità dell’antisemitismo ma anche la sua ripetitività, affermando che “le vignette del 1982 potevano andare benissimo anche nel ventennio fascista”. Successivamente, egli ha riflettuto sulle accuse antiebraiche, susseguitesi nella storia, che hanno portato alla distruzione di intere comunità e sulle ferite della Shoah, puntualizzando che “trasformare le vittime in carnefici è un meccanismo estremamente rischioso perché dà la giustificazione ideologica al nuovo antisemitismo“.

Subito dopo è stato il turno di Alex Zarfati, membro dell’Associazione 9 ottobre 1982, che ha illustrato i retroscena del documentario da loro realizzato. “Si tratta di un racconto corale, non abbiamo voluto una ricostruzione storica o politica. Volevamo qualcosa che ci facesse fare i conti con questo lutto che non è solo romano ma nazionale; quelle persone che si trovavano lì quel giorno erano non solo ebrei, frequentatori della sinagoga, ma anche passanti travolti dalla follia terroristica. Siamo un gruppo di amici, di volontari ed abbiamo deciso di partecipare tutti assieme a questa avventura”.

In tema del filmato, fondamentale è stato il ruolo di Gadiel Tachè, fratello di Stefano, che partendo dalla stesura del suo libro “Il silenzio che urla” ha ricordato come questo attentato sia stato dimenticato non solo dalla società italiana ma anche da parte dello Stato e delle Comunità italiane. “È come se ci avessimo messo quarant’anni per metabolizzare questa storia ed anche i ragazzi delle scuole non sapevano nulla di quanto era accaduto”. Così, grazie agli “amici di vecchia data” dell’Associazione 9 ottobre, “abbiamo pensato a questo documentario che inizialmente doveva essere solo una raccolta di testimonianze. Adesso dopo un anno abbiamo materiale, il mio libro, un podcast, la mostra e questo documentario ed ora dobbiamo tramandare questa memoria ai nostri figli e ai giovani”.

Zarfati ha puntualizzato “ci abbiamo messo un anno per raccogliere le interviste e le testimonianze in un documentario, realizzato con un cellulare, e questo deve farci riflettere su quanto possano essere utili questi strumenti se utilizzati nella giusta maniera”. “Molte persone” ha ricordato Zarfati “non conoscono questa storia, pur passando davanti alla sinagoga tutti i giorni, ed è nostro dovere farla conoscere rievocando il clima di odio di quell’anno, filtrando le informazioni ed interrogandoci su quanto stiamo vivendo oggi”.

“Una delle lezioni di questa tragedia” ha detto Zarfatti “è l’unità perché, ai tempi di quell’attentato, c’erano grandi spaccature interne che hanno devastato le comunità e l’ebraismo italiano. Oggi tutto è cambiato e i rapporti con le istituzioni e la stampa su Israele sono molto migliorati ma i nostri giovani devono perpetuare la memoria dell’accaduto e noi dobbiamo restare uniti per fronteggiare le emergenze che vengono dall’esterno”.

Ma chi furono i responsabili di quell’attentato, cosa successe quel giorno e quali sono state le evoluzioni giuridiche in seguito all’accaduto? Ad occuparsi di queste tematiche è stato l’avvocato Joseph Di Porto che ha sottolineato le anomalie e le stranezze che segnarono le indagini ricordando come “quel giorno, se ci fosse stato un presidio della sicurezza, tutto sarebbe andato diversamente”. “Le indagini si basavano esclusivamente sull’ascolto dei testimoni e risentirono dell’assenza delle forze dell’ordine davanti alla sinagoga e nell’area circostante” ha specificato l’avvocato che ha raccontato che, nonostante la centralità del Tempio, non c’era polizia quel giorno e che “questo permise agli attentatori di darsi indisturbatamente alla fuga“.

Nella sua ricostruzione egli ha raccontato la spirale di tensione che circondò in quei mesi la Comunità ebraica romana, prima dell’attentato e le continue minacce ricevute, come lo striscione affisso, il sabato precedente all’attentato, davanti alla sinagoga di Piazza Bologna, con scritto “Bruceremo i covi sionisti” e la bomba a Milano, davanti alla sede della Comunità ebraica di allora . Evidenziando le mancanze istituzionali e le inefficienze delle forze dell’ordine e della politica, l’avvocato ha ricordato come la vicepresidente dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane, Tullia Zevi inviò il 12 agosto 1982 una lettera al Ministro degli Interni ed alla Questura chiedendo che, in ragione di quanto stava accadendo in Europa e in Italia, venissero rinforzati i presidi davanti alle comunità ebraiche, durante le festività, indicando anche la data del 9 ottobre”.

Nel suo discorso egli ha segnalato le varie anomalie che avvennero in quel turbolento periodo, sia a livello istituzionale che investigativo, e la genericità dei riferimenti a possibili responsabili e delle sentenze processuali che “condannarono in contumacia il giovane Osama Abdel Al Zomar come unico responsabile“. Egli, secondo le indagini, avrebbe agito, come militante dell’Olp, assieme a due giordani “ma nelle carte processuali e nella sentenza dell’Olp” ha specificato Di Porto “non se ne parla affatto facendo riferimento solo ad Abu Nidal, senza considerare che l’Olp faceva capo a tutte le organizzazioni terroristiche”.

Una vicenda, quella dell’attentato, non solo estremamente tragica ma segnata da anomalie, ambiguità ed ingiustizie come l’impunità non solo di Al Zomar che riuscì a fuggire in Libia, facendo perdere le sue tracce nel 1988, ma di chiunque altro sia stato coinvolto in quel terribile attacco nel quale, dopo l’esplosione di diverse bombe a mano, i terroristi cominciarono a sparare a zero su chiunque fosse nei paraggi ferendo una quarantina di persone e ferendo a morte il piccolo Stefano Tachè. Subito dopo i discorsi dei vari ospiti, la serata è proseguita con la proiezione del documentario “Era un giorno di festa”, scritto e diretto da Micol Anticoli, Joseph e Daniel Di Porto, Ariela Piattelli, Gadiel Tachè, Angelo Vivanti, Alex Zarfati ed Enea Perone. Un filmato estremamente toccante e ben realizzato che raccoglie una serie di ricordi, interventi e testimonianze di rilievo; dal discorso del Rabbino Capo dell’epoca Elio Toaff, alla testimonianza di Maurizio Molinari oggi direttore de La Repubblica, al racconto delle tensioni che segnarono i rapporti fra la Comunità ebraica romana ed il presidente della Repubblica Sandro Pertini in seguito all’accaduto. Commovente il resoconto dei genitori di Gadiel e Stefano Tachè che hanno descritto non solo il lutto in seguito alla perdita del figlio ma anche l’atmosfera così difficile di quel periodo e l’abbandono istituzionale della Comunità romana che si ritrovò sola davanti alla follia del terrorismo.