La crisi di Gaza al Circolo della Stampa

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Dibattito pubblico.

A sedici giorni dall’inizio delle operazioni militari, la guerra a Gaza continua e continua a far parlare di sé. Al Circolo della Stampa di Milano vengono invitati per discuterne la giornalista palestinese, con passaporto israeliano, Rula Jebreal di La7, il presidente dell’Associazione Amici di Israele, Eyal Mizrahi, e Moni Ovadia, autore teatrale, in un dibattito moderato dal giornalista del Corriere della Sera Massimo Alberizzi.

“Questa guerra non è tra israeliani e palestinesi” Eyal Misrahi mette subito in chiaro quello che ritiene il punto fondamentale della questione “questa è una guerra che Israele combatte contro Hamas e contro lo Stato che lo manovra nell’ombra, l’Iran. I palestinesi in questa guerra vengono semplicemente usati. Sono scudi umani dei guerriglieri. La loro sofferenza diventa strumento di propaganda. Hamas ha rotto la tregua. Hamas lancia deliberatamente razzi contro obiettivi civili israeliani, che anche quando non uccidono o feriscono portano il terrore costante nella vita di innocenti. Le vittime civili a Gaza sono una vera tragedia, che tuttavia Israele cerca in tutti i modi di evitare, scegliendo con cura gli obiettivi che purtroppo si trovano quasi sempre in abitazioni private, scuole, ospedali. Vengono lanciati volantini, mandati SMS, fatte telefonate per avvertire la popolazione quando una zona è in procinto di essere bombardata. Israele non potrebbe fare di più. Dopo sei mesi di tregua in cui sono stati sparati da Gaza 800 razzi, di cui 200 solo nelle ultime due settimane precedenti la scadenza, il governo non ha avuto altra scelta, se non quella di mandare il suo esercito a difendere i suoi cittadini. E questo esercito”, tiene a sottolineare Misrahi, “è costituito da giovani di leva, ragazzi normali di diciotto o vent’anni, di riservisti anch’essi uomini normali, negozianti, insegnanti, meccanici, come siamo tutti noi, non da mostri.”

Anche Rula Jebreal inizia immediatamente da quello che le sta più a cuore “Io non sono qui per difendere le ragioni dell’una o dell’altra parte. Hamas rappresenta tutto ciò che non voglio per il mio popolo, il fanatismo, l’intolleranza, la legge del più forte. Noi palestinesi e soprattutto la classe dirigente, rappresentata da Fatah, abbiamo fatto molti sbagli, ma in nessun modo questo può giustificare quello che sta accadendo a Gaza. Mi fa orrore che le vittime civili possano essere considerate degli ‘effetti collaterali inevitabili’. Non si può analizzare questo conflitto fra un esercito ben armato e dei guerriglieri addossando tutta la colpa ad Hamas, senza considerare ciò che c’è stato prima e che c’è tuttora, l’occupazione militare israeliana dei territori palestinesi, che soffoca e umilia ogni giorno le speranze di tutti coloro che credono in una soluzione politica del problema. Con i nemici si fa la pace, e più questa tragedia prosegue, più si allontana il giorno in cui la pace arriverà”.

Il dibattito nella bellissima Sala Bracco prosegue, si accende nei toni, ma rimane su un piano di civiltà e di rispetto reciproco. Ci si confronta sul ruolo delle Nazioni Unite e sulla questione dei profughi, sul ritiro unilaterale da Gaza e sugli insediamenti, con un pubblico a volte fin troppo ansioso di dire la sua.

Particolarmente interessante è ascoltare una voce che viene da lontano, dalla zona Sud di Gaza per essere precisi, dove si trova Lorenzo Cremonesi, giornalista del Corriere della Sera, nonché uno dei pochissimi giornalisti occidentali che è riuscito a entrare nella Striscia.
“Mi scuso di non essere presente stasera (avrebbe dovuto essere lui il moderatore dell’evento ndr), ma due giorni fa sono riuscito a passare il valico di Rafah”, racconta Cremonesi, rivelando anche particolari sorprendenti. “Qui la situazione è meno allarmante di quello che si può presumere da giornali e televisioni. Non c’è crisi alimentare, né carenza di medicinali. Gli ospedali funzioneno bene e i medici sono preparatissimi. Il problema principale è l’elevato numero di feriti, molti in gravi condizioni. Secondo i medici, sia palestinesi sia stranieri, la maggior parte sono civili. Dalla sera fino alle prime luci dell’alba proseguono i bombardamenti, specie nelle zone vicino ai confini dove partono i tunnel, ma durante il giorno la vita prosegue normalmente, anche se mi hanno detto che nei campi profughi a Nord la situazione è più difficile”.

Delle presunte bombe al fosforo che hanno suscitato un grande clamore non ci sono testimonianze concordanti, mentre conferma che per gli ospedali girano molti uomini apparentemente disarmati, ma chiaramente appartenenti ad Hamas. “Ospedali e scuole vengono occupati dai guerriglieri, e purtroppo questo conflitto non fa che rafforzare il loro consenso”.

In ritardo causa volo Alitalia arriva anche Moni Ovadia. “Ormai, anche in Israele, sono sempre di più coloro che sostengono la necessità di trattare col nemico, come si trattò con Arafat, nonostante il suo passato, di restituire di territori occupati, di compiere ogni sforzo per arrivare alla pace e non sono più soltanto i ‘sinistroidi’ a ribadirlo, ma personaggi come il Primo Ministro Olmert”, spiega. “Se si cominciasse col concedere ai palestinesi tutto ciò che non andrebbe a costituire una minaccia per la sicurezza israeliana, ci sarebbero già i presupposti per arrivare lontano”.

Ciò che emerge al di là della diversità delle posizioni, è la volontà comune di intraprendere un percorso di pace, ma anche la convinzione, e questo deve senz’altro far riflettere, che le classi dirigenti e i politici, sia israeliani che palestinesi, non abbiamo saputo dimostrarsi all’altezza della situazione.
E con l’auspicio che arrivino nuovi leader, capaci e coraggiosi, e una bella stretta di mano tra Eyal Mizrahi, l’israeliano, e Rula Jebreal, la palestinese, la serata si chiude.

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