Personaggi e Storie

Il primato di Albert Einstein

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Il primato di Albert Einstein, ritenuto dagli scienziati il primo fra i dieci maggiori studiosi del secondo millennio, davanti a Newton? Sicuramente il suo straordinario lavoro scientifico.

Dino Levi, a pesca fra scienza e identità

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Uno scienziato italiano ha percorso la carriera da ricercatore a direttore di istituto nel Consiglio nazionale delle ricerche occupandosi dei problemi della pesca. Salta subito all’occhio la particolarità del mestiere di Dino Levi, se si pensa alle occupazioni della maggior parte degli ebrei italiani.

Leo Wachter, genio e sregolatezza

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Molti sanno chi sia stato Leo Wachter, “genio e sregolatezza”, per chi gli ha
voluto veramente bene. A Sartirana Lomellina, in calendario il mercoledì 29 novembre alle 21,
si svolge una straordinaria riunione per ricordarlo.
Leo è stato il primo, o uno dei primi bimbi ebrei deportati dalla Gestapo, pochi
mesi dopo la salita al potere di Hitler.
Secondo il racconto di Maurina Alazraki, che sarà presente al convegno, Leo si
trovava a casa col papà, mentre sua mamma era al mercato col resto della
famiglia. Chi lo spedì a Dachau pare pensasse che non si poteva lasciare un
bimbo così giovane a casa, da solo. La Shoa è fatta anche di elementi di
follia. Leo finì a Dachau, secondo alcuni testimoni, come il più giovane
deportato della storia del nazismo.
Non utilizzò, mai, questo trauma come una sorta di “medaglietta”.
Maurina, con una sensibilità fantastica, è riuscita a consegnare alla Fondazione
della Shoa, la testimonianza di un bimbo ormai molto anziano e fragile che è
riuscito a trasformare il proprio dramma, che avrebbe stroncato qualunque suo
coetaneo, nel racconto di un uomo sradicato dalla propria terra, scappato da una
Polonia troppo antisemita, direttamente in bocca a una Germania per secoli
amica.
Un bimbo che racconta la propria storia da Dachau a Sarayevo a Milano, senza una
riga d’odio.
Un ragazzo che ci ricorda che il più grande dramma della sua adolescenza è
stato quello di essere cacciato dai “pulcini della Ambrosiana-Inter” in quanto
ebreo.
Un ragazzo, partigiano, socialista e democratico, che dopo la Liberazione si
dedicherà a far divertire i milanesi al cinema all’aperto, una bibita e tanta
voglia di tornare a vivere, in una città devastata da una guerra provocata e
persa. Ed un giorno fondatore del Piper di Milano, padrone di casa dei più
grandi jazzisti del mondo, fino all’avventura del Teatro Ciak.
La storia di un ragazzo che ha passato la prima parte della propria vita a
pagare il prezzo di essere ebreo (e Moni Ovadia ne ricorderà alcuni episodi
inediti) e la seconda a cercare di far sorridere un popolo, il nostro
popolo, uscito da una guerra perduta, proponendo agli italiani una quantità di
artisti che solo un ragazzino ebreo che aveva girato il mondo a forza di
scappare dai nazisti che lo braccavano, dimostrandoci che l’ebreo che piange
può trasformandosi nell'”ebreo che ci fa ridere”.

Daniele Moro

 

La serata organizzata a Sartirana Lomellina (Pavia) si svolge nella sala della “Legnaia” del Castello a ricordo di quattro antifascisti che hanno saputo scrivere pagine memorabili nella storia lombarda ed italiana, culturale, amministrativa, politica e morale.

Aldo Aniasi, l’indimenticabile Sindaco milanese, poi Ministro e vicepresidente della Camera dei Deputati, il comandante partigiano Iso nella Milano liberata all’indomani del 25 aprile 1945. Leo Wachter, l’ebreo polacco deportato ancora bambino (appena undicenne) a Dachau, medaglia al valore per la Resistenza milanese, certamente uno dei più intraprendenti impresari dello spettacolo italiano, organizzatore del concerto italiano dei Beatles e di altre star dello spettacolo internazionale, ideatore del Teatro Ciak, fucina per decenni del cabarettismo italiano e meneghino. Paolo Moro, suocero di Leo Wachter, sindacalista ed organizzatore delle prime leghe contadine risicole lomelline e pavesi, antifascista che dovette fuggire con la
famiglia in Francia per poi far ritorno nell’Italia liberata, ricoprendo ruoli
importanti in veste di Assessore e consigliere della Provincia di
Pavia.
Luciano De Pascalis, Deputato per la Provincia di Pavia in numerose legislature, partigiano che seppe controbattere anche le forze jugoslave che stavano occupando l’Istria, presidente dell’Ipalmo.

Quattro grandi amici che Sartirana vuole ricordare. Quattro amici che hanno sempre voluto ricordare Sartirana. La serata vedrà la presenza di autorevoli relatori, di numerose istituzioni ed associazioni, di ospiti che hanno vissuto, lavorato, collaborato ed operato al loro fianco.
Patrocinio all’iniziativa è stato concesso dalle Province di Milano e
Pavia, dal Comune di Milano, dall’ANPI, dalla FIAP, dall’Istituto
Lombardo di Storia Contemporanea, dall’Aned, dai Circoli culturali De
Amicis, De Pascalis e dall’Associazione Beatlesiani d’Italia
Associati.
Particolarmente gradita la collaborazione ricevuta dalla Comunità
Ebraica di Milano.
Hanno aderito l’On. Carlo Tognoli, già
Sindaco di Milano, l’On. Claudio Signorile, il Sen. Roberto Biscardini
ed il Sen. Domenico Contestabile, l’artista, musicista e registra Moni
Ovadia, l’Associazione “Beatlesiani d’Italia Associati” nella persona
dell’amico Rolando Giambelli, il Dott. Alfredo Signorelli, storico
lomellino, il Presidente dell’ANPI Francesco Meazza, il Dott. Roberto
Portolan Assessore del Comune di Pavia, il giornalista Antonio Ghirelli,
la Dott.ssa Maurina Alazrahi e la Dott.ssa Nicoletta Salom ricercatrici
della Shoa Foundation. Atteso anche l’intervento dell’On. Virginio Rognoni, già Ministro e vicepresidente del CSM. Moderatore della serata sarà Daniele Moro caporedattore del TG5.
Attesi anche i saluti del Sindaco di Milano Letizia Moratti, del presidente della Provincia di Milano Luigi Filippo Penati e dell’assessore Alberto Grancini, del vicepresidnete della Provincia di Pavia Marco Facchinotti e del presidente del Circolo De Amicis Mario Artali. Durante la serata anche la trasmissione di due interviste registrate ad Aldo Aniasi e a Leo Wachter. L’intervista ad Aldo Aniasi gentilmente fornita dal Circolo De Amicis, mentre quella a Leo Wachter sarà garantita dalla Shoa Foundation di Steven Speilberg.
Altri particolari testimonianze dai Beatlesiani d’Italia Associati (Leo Wachter ed il concerto dei Beatles in Italia), dalla FIAP e dall’ANPI (su Aldo Aniasi capo partigiano in Ossola e su Paolo Moro perseguitato ed esule in Francia).
La serata è promossa dal Circolo Culturale Paolo Moro, dall’Associazione
Brunoldi Ceci e dalla Fondazione Sartirana Arte – Castello di Sartirana di Sartirana Lomellina.

 

 

Nel 1987, per il suo giornale Mondo ebraico Dolfi Diwald intervistò Leo Wachter.
Riproponiamo questa intervista-ritratto

La vita difficile di un ebreo qualunque

Leo Wachter; la sua vita è mille volte storia, e politica e spettacolo vi si fondono in tanti episodi incredibili, affascinanti.
Le persone che ha conosciuto, ciò che ha fatto.
Nel suo ufficio, sopra il teatro Ciak, le pareti rimandano in decine di manifesti i ricordi degli spettacoli da lui prodotti, organizzati, dei grandi successi stranieri che ha portato in Italia, dai favolosi Beatles a Louis Armstrong, a cento altri. Ma anche i ricordi della sua vita politica, una foto con Peres, ad esempio, medaglie e attestati.
Ma il modo di cogliere tutta la ricchezza della sua vita, è solo quello di farlo parlare…

Sono nato il 14 ottobre 1923 a Kolomija, a quei tempi in Polonia, ora in Unione Sovietica.
Sono cittadino italiano dal ‘51, sono sposato con una italiana e ho due figlie. Non sono un ebreo praticante ma… guai a chi tocca gli ebrei.
Nel 1933 sono stato fermato a Watensheit, in Germania, dove eravamo rifugiati dalla Polonia, e sono stato portato insieme al mio papà a Dachau. Ci sono stato circa un mese.
Poi, con un accordo che aveva fatto mia madre a Watensheit dove abitavamo, il mio papà mi disse, una sera: “Non ti spaventare, domani mattina vengono a prenderci due nazisti, ma sono d’accordo con noi”. Di Dachau ho due ricordi molto tristi; uno di quando nevicava, ci portavano in cortile, ci facevano mettere, tutti noi ebrei, a torso nudo, e ci facevano stare così, sotto la neve.
Il secondo è che di notte veniva una pattuglia di SS, ci portava in una città vicina a Dachau e ci faceva leccare con la lingua le scritte antihitlenane che c’erano sui muri, perché Hitler era appena salito al potere.
Una mattina, comunque, vennero dentro questi due, in divisa nazista: io riconobbi uno che era nostro vicino di casa. Fecero finta di essere cattivi, e dissero: andiamo!
E allora io e papà siamo andati e ci hanno portati a Köln, dove abbiamo preso il traghetto sul Reno, e da Köln ci hanno portato a Rotterdam; su questo traghetto c’erano già la mamma e le mie due sorelle. Faceva freddo e mia madre mi diede un paltonci no, che io misi su; quando siamo arrivati, i nazisti hanno chiesto i soldi a mio padre, che rispose “Quando saremo giù dalla nave”. E loro: “Ma è sicuro di avere i soldi?”
Allora mio padre ha preso il mio paltò, la ha aperto e sotto la fodera c’erano cuciti i marchi. Adesso non ricordo quanti fossero, se cinquemila o cinquantamila, ma erano tanti. Eravamo così in Olanda.
Camminavamo cercando un’organizzazione ebraica, o qualcosa…
Papà cercava anche un’organizzazione politica, perché faceva parte del partito socialdemocratico tedesco.
Ci ha fermato allora la polizia olandese. Volevano riportarci sulla nave. Io non avevo ancora undici anni. Dissi: “Tanto vale che ci ammazzate qui, perché rimandarci in Germania?” Lui fa: “A dieci anni già parli della morte?” E io: “Ma lei non è stato in campo di concentramento”. Allora si commosse, mise la mano in tasca e voleva darci dei soldi. Ma mio padre disse che non avevamo bisogno di soldi, che volevamo solo raggiungere i nostri parenti in Yugoslavia. Il poliziotto allora ci diede tutte le indicazioni per raggiungere Amsterdam, dove potemmo metterci in contatto con una organizzazione ebraica per rifugiati.
Chiedemmo di andare in Yugoslavia; per arrivarci facemmo tutto il giro: Belgio, Francia, Svizzera, Italia, Yugoslavia fino a Serajevo. Senza documenti. In Yugoslavia non ci dettero il permesso di lavoro, e allora tornammo in Italia.
Era il 1934, ed è da allora che sono a Milano.
Ma diciotto persone della mia famiglia sono morte nei lager.
I nazisti dicono che eseguivano gli ordini di Hitler, ma non possono dire che era Hitler ad ordinare di prendermi un dito e schiacciarlo tra due pezzi di legno.
Ma sai che tante volte di notte sogno ancora di essere in quel cortile a Dachau.

Qual è stata poi la tua vita in Italia?

Mi ero iscritto al primo anno di medicina ma non mi sono laureato perchè nel ’39 sono stato buttato fuori per le leggi razziali.
Nel ’39 i fascisti hanno portato via mio padre, in campo di concentramento a Cosenza, a Ferramonti. I primi due sono stati proprio mio padre e tuo zio, Sami Diwald. Portati prima a S. Vittore e poi a Ferramonti.
Da Ferramonti era stato portato a Pizzoli, in Abruzzo, per problemi di salute. Lì aveva una casa insieme a Leo Ginzburg.
L’8 settembre mia madre ha portato via da Pizzoli papà; Leone Ginzburg rimase, sperando nell’arrivo dei compagni comunisti. Invece arrivarono i fascisti e lo uccisero.

Io ero a Milano, e nel ’42 quelli dell’OVRA mi hanno arrestato e mi hanno tenuto undici mesi a S. Vittore, dove mi hanno picchiato, spaccato i denti. Non per ragioni razziali, ma politiche: facevo parte dei gruppi giovanili antifascisti. Ero il più giovane detenuto politico d’Italia.
Sono stato a S. Vittore fino al 25 luglio del 1943, quando è caduto Mussolini. Allora hanno fatto uscire tutti i “politici”, 72, detenuti a S. Vittore. Lì ho conosciuto Ivo Matteo Lombardo, Romita e gli altri.
A Milano c’erano i bombardamenti, e allora siamo andati a Laveno, e dopo l’8 settembre sono andato a fare il partigiano a S. Martino. Ho aiutato molti ebrei a passare in Svizzera.
In quel periodo ho conosciuto Dario Fo, perché la sua famiglia era di quelle parti, di Porta Val Travaglia.
Ho fatto anche un’azione con suo zio, sotto un ponte. Un’azione di sabotaggio dalla quale suo zio non è tornato.
In seguito sono andato come testimone a favore di Dario Fo al processo nel quale era accusato di essere un repubblichino.
Perché era sì della Repubblica, ma era dell’antiaerea, dell’Umpa, era uno dei tanti nascosti. Poi una volta avevamo fatto una riunione partigiana con tutti i capi della zona del Varesotto, proprio a casa di Dario Fo. C’era il Colonnello Commento, il Generale Giustizia, io e tanti altri. Se Dario Fo non fosse stato dei nostri ci avrebbe denunciati, non avrebbe permesso la riunione a casa sua. E Dario invece ci ha aiutato. Forse non è stato un eroe, ma insomma, a Covignone ci portava le sigarette.
A Covignone rimasi ferito, ho una cicatrice lungo tutto il braccio, da una raffica di mitra.
I tedeschi misero una taglia di mille lire sulla mia testa, con un disegno della mia faccia. Poi sono scappato a Roma, dove sono stato in contatto con i gruppi antifascisti e ho aspettato gli americani.
Poi sono andato in Abruzzo a cercare i miei genitori e siamo tornati insieme a Roma.

E dopo la guerra?

Nel ’47, con Ivo Matteo Lombardo, sono entrato nel PSDI, con Saragat e gli altri. Io non avrei voluto più occuparmi di politica, ne avevo avuto abbastanza, ma Ivo Matteo Lombardo mi convinse.
Anche lui era di origine ebraica, da parte di madre. Infatti una volta che gli dissi che a casa mia si mangiava gefilte fisch volle venire, insieme all’Angelica Balabanof, che si dice fosse stata la compagna di Lenin. Era una donna eccezionale, parlava diciotto lingue, era russa; una scrittrice, un personaggio di fama mondiale. In quei tempi tutti i grandi socialisti erano approdati al PSDI; nel PSI erano rimasti, dei grandi, solo Nenni e Mazzali. I Treves, i Turati, Simonini, Mondolfo, Saragat erano tutti entrati nel partito socialdemocratico, dopo che il PSI aveva fatto l’unità d’azione con il PCI. E a quei tempi il PCI era antisemita, era un vassallo dell’Unione Sovietica.

Quali sono stati i momenti più importanti della tua vita politica?

Quando sono diventato Consigliere Regionale. Allora ebbi contatti con Jarach, presidente della Comunità, che mi chiese un favore. E voglio ricordarlo perché ci tengo molto. La Nuova Residenza per Anziani, l’Asilo, tante cose, sono stati finanziati con una legge presentata da me.
A quei tempi feci dare seicento milioni, più centodieci milioni per i mobili, e non era mai successo che in Italia fosse dato un finanziamento alla Comunità Israelitica.
Purtroppo nessuno se ne ricorda, o fa finta di averlo dimenticato. Diwald, tu te ne ricorderai perché eri allora il più giovane consigliere della comunità e facevi da tramite tra Jarach e me.

Certo, me ne ricordo benissimo.

Un’altra cosa che voglio ricordare è la fondazione della Lega italiana per la lotta contro i tumori, che nel ’47 esisteva solo sulla carta, e io la realizzai, aprendo gli uffici a Milano e inziando la prima attività della lega. Sei anni fa Pertini mi ha dato la medaglia d’oro per questo. Poi sono stato per cinque anni presidente degli istituti clinici di Milano; ho avuto contatti con l’attuale presidente della comunità Sacerdoti, e ho cercato di aiutare gli ebrei ricoverati. In quel periodo giravo con la scorta della Digos, perché avevo denunciato alcune truffe nell’amministrazione degli Istituti. Poi mi ha colpito questa grave malattia e mi sono ritirato dalla vita politica. Ho avuto due infarti e un ictus cerebrale: molte cose sono conseguenza della vita nel lager, del periodo della prigione e della lotta partigiana.

E lo spettacolo, come si inserisce in una vita dedicata alla politica e all’impegno sociale?

Ho iniziato nel ’47, ’48. Ho avuto sempre la passione per il teatro, lo spettacolo. Già nel ’46 organizzavo i thè danzanti studenteschi al Cova, che aveva un salone bellissimo, e al Continental. Mi ricordo in particolare di una volta, che cantava Rabagliati con l’orchestra di Gorni Kramer. Si pagava otto lire ingresso e consumazione. Il teatro è sempre stato la mia passione, e così ho iniziato a fare l’organizzatore teatrale. Ho portato spettacoli grandiosi in Italia: due volte Frank Sinatra, tre volte i Rolling Stone, i Beatles l’unica volta che sono venuti in Italia, sei volte Louis Armstrong che suonava con la stella di David al collo, sette volte Duke Ellington e Ella Fitzgerald e… beh, tutti. Poi i sovietici, il circo di Mosca, danze e cori dell’esercito; sono stato tante volte in Russia, sei, sette volte.

Hai incontrato anche il Papa.

Sì, beh, devo dire anche questo? Sono stato il primo che ha fatto riprendere le relazioni fra l’Unione Sovietica e il Vaticano; erano settant’anni che non c’erano rapporti. È stato un fatto storico, con cinquantamila persone in piazza S. Pietro, l’incontro tra il Papa e l’ambasciatore sovietico, e tutti gli artisti sovietici. Quando siamo usciti nemmeno un applauso. Ma quando il Papa ha detto “applaudite questi bravi artisti perché anche loro sono figli miei”, è scoppiato un grande applauso. Poi ho fatto una cosa… il Papa mi ha regalato una medaglia con la sua effige, e io l’ho regalata alla moglie dell’ambasciatore sovietico.
Sai, io sono un ebreo al cento per cento, per me non esiste… Se domani mi dicono vai in Sinagoga, non ci vado, ma se mi dicono di cambiare religione, ma neanche per sogno. Mi ha fatto piacere che molti artisti sovietici che ho conosciuto erano ebrei, anche se non potevano dichiararlo. Un giorno abbiamo fatto una festa, e loro cantavano canzoni jiddisch, in mio onore. E poi ho organizzato la tournèe in Italia della Nazionale sovietica di pallacanestro, poi della più grande squadra americana, la NBA Allstars; ho organizzato il Campionato del mondo di scacchi con Karpov e tutti gli altri al Leonardo da Vinci. Poi ho portato Edoardo, Peppino e Titina De Filippo in Unione Sovietica. Poi ho fatto la più grande commedia musicale italiana, Ciao Rudy. E poi ho portato in Italia Sammy Davis jr.

E poi il Ciak…

Sì, dieci anni fa sono passato qui davanti, ho visto un cinema abbandonato con sei persone dentro, ho chiesto se me lo davano e ho creato il primo teatro periferico in Italia. Abbiamo fatto questa formula particolare, del film e spettacolo, come una volta si faceva l’avanspettacolo. Ho portato qui il teatro jiddisch, quello di Varsavia. Poi ho ospitato Dolfi Diwald e la sua compagnia italiana di Teatro jiddisch, quando hanno messo in scena la commedia “È difficile essere ebrei”.
Come è vero, era molto difficile essere ebrei.
Oggi di meno, abbiamo anche una nazione che ci protegge, che è Israele, e questi miliardi di arabi non ci fanno un baffo. Sono stato in Israele come rappresentante ufficiale del Consiglio Regionale, mi sono incontrato con Peres. E ho fatto anche alcune cose importanti grazie alla mia posizione.
Uno dei difetti che ha sempre avuto la Comunità ebraica è stato quello di non appoggiare mai un candidato ebreo, perché sarebbe importante poter fare qualcosa per la comunità. Perché quelli che non negano la propria origine, me compreso, hanno sempre un attaccamento per la Comunità. Adesso c’è solo Gangi che fa qualche cosa per Israele e gli ebrei. E poi in Italia ci sono state anche cose importanti, come l’incontro tra Toaff e il Papa, ma non sono state molto pubblicizzate all’estero. In America per esempio non è stata data ampia diffusione di questa notizia nemmeno in ambiente ebraico. Ho detto a mio cognato, che lavora per la televisione a New York di mandare il video dell’incontro. Una mia sorella Clara, che parla sempre in TV dell’Olocausto, sapeva tutto. L’altra sorella, che vive lo stesso in America, non ne aveva mai sentito parlare.

E poi sai chi sono i nostri nemici? Quelli che hanno fatto il Festival di cultura ebraica della Shammah, quelli del Living Theatre: sono veramente antisemiti. Sai che mi sono scontrato con loro? Perché hanno iniziato a dire che in Israele si chiudono i Kibbuz e si è contro i lavoratori. Una ragazza poi mi ha detto che il mio intervento è stato l’unica cosa sincera della serata…

Senti Leo, ancora a proposito del Ciak, mi sembra giusto dire che hai lanciato un mucchio di attori comici italiani che poi sono diventati famosi.

Sì, con il cabaret.

Dopo il Derby, il tempio del cabaret è diventato il Ciak.

Sì; Zuzzurro e Gaspare, Grillo, Beruschi, La Smorfia, tutti sono stati qui.

Cosa ne pensi di David Zard, l’organizzatore che ha portato Madonna in Italia?

E uno che ci sa fare. Ho fatto uno spettacolo con lui, di Crosby, Stills e Nash.

Per finire, c’è un progetto che vorresti realizzare?
Mah, credo di aver fatto tutto.
Guarda i manifesti, le foto. I Bee Gees, l’unica volta che sono venuti in Italia, li ho portati io; il Lago dei cigni con Nurajev; ho organizzato anche match di box, figurati! Però sì, mi sarebbe piaciuto fare Sanremo, ma non adesso, tanti anni fa, perché avevo delle idee che poi in parte hanno realizzato. E mi piacerebbe portare in Italia Barbara Straisand, sì, questo uno spettacolo che non ho potuto fare e che mi piacerebbe portare sul palcoscenico…

La strada di Levi

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, un giovane regista che ha al suo attivo vari film, è l’autore e sceneggiatore del documentario La strada di Levi che ricostruisce il cammino compiuto da Primo Levi dopo la liberazione da Auschwitz, avvenuta nel gennaio 1945, fino all’arrivo a Torino

Storia della “Brigata Ebraica”

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iniziativa di documentazione e di approfondimento sulla storia della “Brigata Ebraica” e sul suo ruolo nella guerra di liberazione dell’Italia dal nazi-fascismo quella che si è svolta alla Casa della Cultura

Elie Wiesel, il testimone

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viaggio a New York il sindaco di Roma Walter Veltroni ha avuto colloqui con esponenti della Comunità ebraica americana per illustrare il progetto del Museo romano della Shoah. Veltroni ha incontrato anche Elie Wiesel, premio Nobel per la Pace nel 1986.

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