Lo scrittore yiddish Sholem Aleichem

Un seminario su Sholem Aleichem, cantore dello shtetl

di Michael Soncin
“Cosa c’è di particolarmente divertente nella figura di Sholem Aleichem? È il cantore dello shtetl, è il cantore del localismo, è il vero ebreo che parla dei veri ebrei, ed allo stesso tempo era quello che a casa parlava in russo. Aleichem apparteneva al mondo ebraico dell’Europa orientale, un mondo distrutto dai nazisti e dai loro collaboratori. Va ricordato che anche l’Unione Sovietica ha contribuito alla scomparsa definitiva di questo universo che altrimenti in qualche forma avrebbe continuato ad esistere”. È quanto ha affermato Laura Quercioli-Mincer durante il seminario online dedicato al grande scrittore ebreo Sholem Aleichem (1859-1916), organizzato il 22 giugno a cura dell’Associazione Ayn-t. 

L’Associazione Ayn-t nata da pochi mesi è in modo specifico dedita allo studio della cultura ebraico-tedesca. La Presidente è la professoressa Roberta Ascarelli, germanista, docente di letteratura tedesca all’Università di Siena. 

Al dibattito moderato dalla professoressa Laura Quercioli-Mincer, docente di letteratura polacca all’Università di Genova, sono stati presentati dagli stessi curatori, due recenti volumi di Sholem Aleichem. Uno di questi s’intitola Buon anno!, a cura di Anna Linda Callow, con la prefazione di Haim Burstin e la partecipazione di Franco Bezza; l’altro da appena uscito è Panico nello shtetl – Racconti di Kasrilevke, a cura di Giulio Schiavoni

Il seminario su Sholem Aleichem fa parte di un ciclo di conferenze unificate sotto il titolo di Progetto Mitteleuropa. “Uno degli scopi è quello di capire insieme – ha detto Quercioli-Mincer -quanto il concetto di Mitteleuropa, che è sempre molto fascinoso, continui a mantenere in termini di attualità e quali eventualmente sono i nuovi contenuti, perché Mitteleuropa è ebraismo, e Sholem Aleichem è uno dei nostri eroi”.

Come già detto, Aleichem parlava a casa in russo, e il suo volere era quello di diventare anche uno scrittore di lingua russa, un tentativo che mise in atto: infatti, “c’è questo discorso che non riguarda solo i suoi percorsi di vita, dalla Russia, all’America, all’Italia, ma c’è un discorso di tentata, agognata, reale migrazione culturale nella direzione imperiale, mentre la sua scelta di scrittura è stata la scelta antimperiale per eccellenza, ovvero lo yiddish, tra i suoi sogni vi era anche la scelta imperiale della cultura russa”, ha spiegato Quercioli-Mincer.

Il successo di Aleichem?

Per Haim Burstin – professore di storia moderna presso l’Università di Milano Bicocca, collaboratore a diverse traduzioni dello yiddish in italiano – il successo che Aleichem ha è particolare, frutto della combinazione tra mito e realtà, che passa anche attraverso la coscienza infelice di generazioni di ebrei

“Rievocazioni particolarmente brillanti di un ambiente, spesso però percepite come un misto tra fiction e realtà, un mondo in cui gli ebrei sapevano o meglio credevano di sapere chi erano. Una memoria iconografica che parte da Sholem Aleichem, attraversa diverse generazioni di emigrati, creando una nostalgia del vissuto per la prima generazione e del non vissuto per la seconda e per la terza. Una nostalgia che contribuisce in seguito alla glorificazione postuma di Sholem Aleichem”, ha raccontato Burstin.

La lettura lenta ci abitua a pensare in yiddish 

Oltre ai grandi romanzi che hanno reso famoso Aleichem, come ad esempio Tewje il lattaio, esiste una categoria di opere minori, non di grande diffusione. Uno di questi è proprio il lavoro di traduzione che ha visto la partecipazione di Anna Linda Callow, Haim Burstin e Franco Bezza, nella raccolta di brevi racconti dal nome Buon anno!

“Alcuni di questi scritti – dice Burstin – sono degli autentici camei, una meraviglia, una varietà letteraria alquanto estesa ed irresistibile: monologhi scoppiettanti, bozzetti, memorie. Gli scritti brevi solitamente raccolgono in un pubblico colto un consenso più generico, questo vale anche per racconti importanti come Il Cantico dei Cantici. Come mai? La mia ipotesi riguarda una qualità di lettura. Per apprezzare i racconti brevi caratterizzati da un andamento circolare, senza una vera struttura, racconti nel vuoto, il segreto è forse una lettura lenta, lentissima: la lettura del traduttore”.

 “I testi brevi – prosegue Burstin – inducono il lettore a leggere velocemente, ma poi rimane ben poco. Mi sono reso conto che più andavo lento nel processo di traduzione e più il piacere della lettura diventava intenso. Dovremmo forse trovare il modo di comunicare questo elogio della lettura lenta al pubblico a cui ci rivolgiamo. Inoltre, sono abbastanza convinto che la lettura lenta ci può abituare a pensare in yiddish. E questa è una cosa che abbiamo perso. Non perderemo la lingua perché ci sono centri di studio molto importanti in tutto il mondo, ma il modo con cui si pensava in yiddish è molto difficile da ricostruire. Un modo di pensare annidato nella lingua, nelle sue inflessioni stilistiche. Sholem Aleichem attraverso la lingua ed i testi brevi ricostruisce l’anima”. 

Ma quale aspetto rende peculiare l’operato di Aleichem? Il modo in cui egli scrive, per Burstin “la sua scrittura si può definire un equilibrio ideale delle tre diverse componenti dello yiddish: la componente germanica, slava ed ebraica, che a sua volta corrisponde ad un sostanziale equilibrio tra sacro e profano”. 


Trasporre l’anima yiddish nella traduzione italiana

Continuando a parlare delle tre componenti linguistiche che sono parte fondante della grandezza di Aleichem, Anna Linda Callow – docente di lingua e letteratura ebraica all’Università degli studi di Milano, traduttrice dall’ebraico e dallo yiddish – precisa che far passare questo elemento al lettore italiano è estremamente difficile

“Nei romanzi, negli scritti più lunghi, c’è più trama che può nutrire il lettore, in questi gioielli brevissimi c’è più lingua, più yiddish. E quindi portarlo fuori dal contesto yiddish è assai più difficile, soprattutto se non si è sostenuti da una trama. Facendo un paragone, gli scrittori israeliani di maggiore successo tendono a concentrarsi più sulla trama che sulla lingua”, ha sottolineato Callow. 

“Nel primo dei racconti che abbiamo tradotto nel libro edito da Garzanti, la componente dell’ebraico è forte, perché il narratore dell’aneddoto che sta viaggiando su un treno non vuole farsi capire dai viaggiatori non ebrei e quindi già all’inizio del racconto spiega che approfitterà del bilinguismo ebraico e userà la lingua santa, il lashòn hakòdesh, per esprimersi in modo da non farsi capire”. Non farsi capire, ad esempio, se si vuole parlare dello Zar durante l’impero zarista, in particolare se si devono dire delle cose non molto lusinghiere. In che modo? “Il personaggio usa un escamotage con delle citazioni tratte da Il libro di Ester che punteggiano il racconto. Abbiamo così in parallelo come su due binari, lo Zar e il re Assuero, che sappiamo dal racconto di Ester, non fare una bella figura. È chiaro che anche questo dialogo tra l’ebraico e lo yiddish è molto più apprezzabile nell’originale, anche perché era un dialogo presente in profondità nella vita degli ebrei della società di Sholem Aleichem, gli ebrei dello shtetl. Si può citare il versetto in corsivo ma non è come viverlo all’interno del testo e avere un’esperienza diretta di quello che era il bilinguismo o trilinguismo di quella società”, conclude Callow.

 

Per Franco Bezza, docente di storia e analisi delle forme musicali contemporanee presso il Conservatorio Giuseppe Verdi di Como, una delle caratteristiche dell’arte di Aleichem, “risiede nella gestione del ritmo delle frasi, che finiscono per creare una vera a propria coreografia teatrale, melodie che partono lente e poi via via acquistano un ritmo sempre più frenetico, questo quasi senza che il lettore se ne accorga. Una melodia che Sholem Aleichem riesce a fare con la lingua, e la sensazione di chi legge è veramente travolgente”. 

A parlare di Aleichem ha preso parola anche Guido Massino, in passato docente di letteratura tedesca presso l’Università del Piemonte Orientale, il cui ramo di studi è particolarmente concentrato sul rapporto di Kafka con il teatro yiddish. Citando il libro tradotto da Schiavoni, Massino ha messo in evidenza il lato dell’umorismo di cui si serve l’autore, definendolo “un umorismo che nasconde il vuoto”. 

Una scrittura dallo stile realistico, sorretto dall’ironia

È stato un viaggio in Liguria, una delle ragioni che ha portato Giulio Schiavoni ad occuparsi di Sholem Aleichem. Schiavoni, docente di letteratura tedesca in varie università, è professore emerito presso l’Università del Piemonte Orientale, traduttore, collabora con diversi quotidiani e riviste. 

“Lavorare al libro di Aleichem – racconta Schiavoni – è stata un’esperienza molto coinvolgente. Una vera riscoperta dell’universo ebraico con tutta la sua ricchezza. Dai suoi racconti traspare un tipo di scrittura che colpisce: una scrittura fatta di racconti affascinanti, vicini alla parlata di tutti i giorni, alle problematiche della gente semplice, non istruita, uno stile dunque realistico, sorretto dall’ironia”. 

Ma come mai la Liguria? “Mentre mi trovavo a Nervi, un quartiere di Genova, lungo il cammino mi sono imbattuto in una targa in memoria del grande scrittore ebreo, con scritto: “A ricordo dei lunghi anni di soggiorno a Nervi, del brillante scrittore in lingua yiddish”. Tra il 1908 e il 1914 egli era solito tornare per lunghi periodi invernali proprio in questa cittadina, che gli era stata consigliata dai medici dopo aver contratto una forma acuta di tubercolosi. Sul lungomare di Nervi si beava del sole autentico che “risplende dei sette giorni della creazione” scriveva lui stesso. Era solito passeggiare all’aria aperta destando curiosità e rispetto, presentandosi in abiti eleganti e sempre con la matita in mano, pronto ad annotare sul taccuino le sue piccole storie. In quegli anni era all’apice della sua notorietà internazionale”, ha raccontato il professor Schiavoni.

Un’altra motivazione che ha spinto Schiavoni ad impegnarsi sulle pagine del grande scrittore yiddish era perché – ad eccezione fatta per Bompiani, Feltrinelli e Adelphi – ha notato una certa latitanza nel panorama italiano editoriale nei confronti delle sue opere. 

Panico nello shtetl è un lavoro frutto di una selezione dei vari testi pubblicati tra il 1901 e il 1915, una complessa scelta dei più significativi, dalle corpose antologie tedesche, in maggioranza presentati per la prima volta nel panorama italiano. Ne è venuto fuori un lavoro di 18 racconti, di cui 15 inediti in italiano e 3 pubblicati in precedenza dalla casa editrice Bompiani, tradotti però dall’inglese e non dal tedesco come in questo caso. 

I racconti che vanno dal 1901 al 1915 riguardano la fase più matura di Aleichem. A partire dal 1904-1905, – commenta Schiavoni – sembra mutare la prospettiva della presentazione e comprensione dello shtetl: se prima era un luogo un po’ mitizzato, un luogo a cui tornare nostalgicamente, Aleichem mostra via via in fondo, che sono quasi costretti ad uscire dall’anacronistico immobilismo e vedrà questi shtetl come preda, come oggetto dell’irruzione della storia. Presenterà appunto il tema del panico che dà poi il titolo a tutta la raccolta, presentando l’antisemitismo della stampa nazionalista russa, le persecuzioni o pressioni, pericoli e sofferenze cui è andata incontro la popolazione ebraica della sua epoca”. 

 

Sholem Aleichem, Buon anno!, a cura di Anna Linda Callow, Franco Bezza e Haim Burstin, Garzanti, pp. 96, euro 4,90. 

Sholem Aleichem, Panico nello shtetl. Racconti di Kasrilevke, a cura di Giulio Schiavoni, Bollati Boringhieri, pp. 288, euro 19,00. 

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