Meir Banai, omaggio a un grande artista

di Nathan Greppi

Quando, esattamente 60 anni fa, nacque il cantante Meir Banai, quella israeliana era una cultura fortemente secolarizzata: nell’immaginario comune degli anni ’50 e ‘60, il tipico cittadino israeliano era un non praticante, secondo il quale le tradizioni erano qualcosa da lasciarsi alle spalle per pensare al futuro. Ma Banai, scomparso nel 2017 a soli 56 anni per un tumore, è stato tra coloro che per primi hanno sdoganato elementi legati alla fede e alle tradizioni ebraiche nella cultura pop.

Come ha ricordato alla sua morte la rivista Tablet Magazine, Banai è nato nel 1961 in quella che si può considerare la prima famiglia di artisti in Israele: oltre a lui, anche suo zio Yossi Banai era un cantante, e musicisti sono anche i cugini Ehud e Yuval, nonché il fratello Eviatar; sua sorella Orna, invece, è un attrice. Meir ha pubblicato il suo primo album, intitolato proprio Meir Banai, nel 1984, mentre il secondo, Geshem del 1987, è quello che lo ha reso uno dei musicisti israeliani più celebri della sua generazione.

Nei primi vent’anni dalla nascita d’Israele, il fervore che aveva accompagnato la nascita dello Stato si era unito a un desiderio collettivo di lasciarsi alle spalle uno stile di vita visto come opprimente: grandi padri del sionismo come Nachman Bialik, David Ben-Gurion e Shimon Peres venivano da famiglie ortodosse, e tuttavia erano diventati fortemente laici. Tuttavia, negli anni ’70 le giovani generazioni non presentavano il desiderio di laicismo che aveva caratterizzato le generazioni precedenti, e iniziarono a manifestare una certa curiosità per le tradizioni dei loro avi.

Questo divario generazionale ha caratterizzato anche la famiglia Banai, di origini persiane: Yossi era fortemente laico, mentre i cugini di Meir, Ehud e Yuval, furono tra i primi a combinare musica pop occidentale con elementi mediorientali, e negli anni ’90 tornarono alla Teshuvah, adottando uno stile di vita osservante. Lo stesso Meir, pur non diventando ortodosso, fece spesso ricorso ad elementi tradizionali nella sua musica: il suo album del 2007 Shema Koli (La mia voce) presenta adattamenti musicali di testi religiosi; ad esempio, la canzone Lekha Eli (A te, Mio Signore) è tratta dagli scritti di Rav Abraham ibn ‛Ezra, rabbino spagnolo vissuto nel XII secolo. In totale, togliendo le raccolte e le registrazioni dei concerti, ha pubblicato otto album, ai quali se ne aggiunge uno del 1999, Domino, realizzato in coppia con un altro musicista, Arkadi Duchin.

Oggi non è strano sentire messaggi di tipo religioso nella musica israeliana: come ha ricordato il giornalista di Mosaico Roberto Zadik, oggi abbiamo canzoni di successo tra i giovani come Mishe maamin (Chi crede) di Eyal Golan, o a Hashem Melech (Dio è il Re del mondo) del cantante ortodosso Gad Elbaz.

La vita e la carriera di Banai dimostrano quanto sia importante mantenere un legame con le proprie radici, che non deve per forza passare attraverso un’osservanza rigorosa delle regole. I testi e le melodie delle sue canzoni trasmettono un amore puro e pieno di vita per le tradizioni ebraiche, e sono tuttora un esempio per le successive generazioni di musicisti israeliani.

 

Foto in alto: courtesy Meir Banai official Facebook page

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