Colin Powell ((Foto: WikimediaCommons, World Economic Forum)

Addio al Generale Colin Powell, il primo Segretario di Stato afroamericano che parlava lo Yiddish

di Marina Gersony
Con la scomparsa di Colin Luther Powell avvenuta lo scorso lunedì a 84 anni in seguito a fatali complicazioni legate al Covid, l’America dice addio a una delle figure più influenti ma anche controverse della politica USA. Primo afroamericano a ricoprire ruoli di consigliere della sicurezza nazionale, è stato mediatore della road map in Medio Oriente per la pace, Capo dello stato maggiore congiunto delle forze armate statunitensi dal 1989 al 1993 e non ultimo, 65º Segretario di Stato sotto il Presidente George W. Bush dal 2001 al 2005. Ma è anche stato, e questo probabilmente non tutti lo sanno, il primo capo militare afroamericano a parlare lo yiddish come seconda lingua sorprendendo le comunità ebraiche in tutto il mondo per questa sua inattesa capacità. 

Nato nel 1937 da genitori emigrati dalla Giamaica che inizialmente vivevano ad Harlem, il giovane Powell crebbe nel multietnico borough del South Bronx, nello stesso isolato dove abitava anche una coppia di ebrei, Norman e Amy Brash, amici «così vicini tanto da essere considerati parenti» che lui chiamava mammele e papele

Tra i numerosi articoli di cordoglio usciti in questi giorni in occasione della sua scomparsa, ne segnaliamo un paio apparsi sul Forward e sul Times of Israel che ripercorrono in modo approfondito la sua vita e il suo forte attaccamento agli ebrei, alla cultura ebraica, allo yiddish, alla yiddishkeit e soprattutto a Israele che ammirava molto. La sua biografia narra di come il futuro generale avesse tra l’altro lavorato dall’età di 13 anni fino al secondo anno al City College di New York per Sickser’s, un negozio di ebrei situato nel Bronx; si trattava di un impiego da lui stesso definito di schlepper part-time, che tradotto significa più o meno «ragazzotto goffo a metà tempo», pagato 75 centesimi l’ora. Fu in questo contesto tipicamente ebraico, dove lavorò anche come Shabbes goy accendendo l’elettricità per le famiglie ortodosse di shabbat, che apprese a bissel yiddish, lingua che non avrebbe mai più dimenticato e orgogliosamente esibito anche in importanti circostanze di carattere politico.

 

In breve, il futuro eroe in Vietnam che al ritorno fece una rapida e brillante carriera, si era formato per sua stessa ammissione in un «quartiere pesantemente ebraico», dove gli ebrei facevano parte di un panorama urbano dove nessuno veniva considerato minoranza. In ogni isolato c’era un negozio di caramelle di proprietà ebraica dove si potevano acquistare della squisita crema all’uovo e del seltz  «a due soli centesimi»; un mondo, quello del South Bronx, passato negli anni Sessanta a (dis)onor di cronaca per la violenza, la criminalità e il degrado ma che Powell aveva più volte ricordato come una realtà anche vitale e dinamica, dove gli abitanti parlavano le più svariate lingue e dove le panetterie degli ebrei e dei portoricani, le lavanderie a gettoni dei cinesi e le botteghe de calzolai italiani costituivano quella comunità etnica caleidoscopica della sua giovinezza, popolata da un mix di ebrei, neri, italiani, latini e altri: «Alla fine ho dovuto assaggiare il veleno del bigottismo – ha affermato – che non era certo una caratteristica  del Bronx».

Nel corso della sua vita Powell avrebbe spesso colorato le sue conversazioni con gli amici ebrei e persino con il Primo ministro israeliano: «Men kent reden yiddish», «possiamo parlare in yiddish», disse una volta a uno stupefatto Yitzhak Shamir in vista della prima guerra del Golfo nel 1991.  Lo yiddish, affermò Powell in un commento durante una cena del 2017 ospitata dal World Jewish Congress, «mi ha servito così bene negli ultimi 60 anni». 

Powell rivendicava persino un parente ebreo, da parte di suo padre, in un mix cromosomico che includeva anche africani, inglesi, scozzesi e irlandesi. Ma lo yiddish e tutto quello che aveva a che fare con l’ebraismo, per l’afroamericano Powell ero un plus di cui andare fiero, anzi, fierissimo.

 

(Foto: WikimediaCommons, World Economic Forum)

 

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