Israele-Libano, nuovi colloqui a Washington mentre resta alta la tensione al confine

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di Anna Balestrieri
Il nuovo ciclo di negoziati, il quinto, è previsto da martedì 23 a giovedì 25 giugno negli Stati Uniti, tra Dipartimento di Stato e Pentagono. Al tavolo siederanno rappresentanti israeliani e libanesi, con la mediazione americana. L’obiettivo dichiarato da Washington è ambizioso: interrompere definitivamente il ciclo di violenza e avviare un percorso verso un accordo complessivo di pace e sicurezza tra i due Paesi. (Nella foto il foume Litani che divide il sud del Libano da Israele)

Alla vigilia di un nuovo round di colloqui diretti tra Israele e Libano a Washington, il governo israeliano ha ribadito che non intende arretrare dalla propria linea di sicurezza nel sud del Libano. La posizione è stata espressa in una dichiarazione congiunta del primo ministro Benjamin Netanyahu, del ministro della Difesa Israel Katz e del capo di Stato maggiore dell’Idf, Eyal Zamir.

Il messaggio di Israele è netto: la presenza militare nel sud del Libano continuerà finché verrà ritenuta necessaria per proteggere civili e soldati. Secondo la leadership israeliana, l’esercito continuerà ad agire per neutralizzare minacce, distruggere infrastrutture terroristiche e mantenere una zona di sicurezza lungo il confine.

Secondo la nota congiunta diffusa dall’ufficio del premier israeliano, la priorità resta la protezione della popolazione civile e dei militari schierati nell’area. Netanyahu, Katz e Zamir hanno chiarito che la sicurezza dei cittadini israeliani e delle truppe dell’Idf continuerà a essere perseguita “senza compromessi”. È una formula che conferma la volontà di Israele di non legare automaticamente il negoziato diplomatico a un ritiro immediato dal sud del Libano.

Il nuovo ciclo di negoziati

Il nuovo ciclo di negoziati, il quinto, è previsto da martedì 23 a giovedì 25 giugno negli Stati Uniti, tra Dipartimento di Stato e Pentagono. Al tavolo siederanno rappresentanti israeliani e libanesi, con la mediazione americana. L’obiettivo dichiarato da Washington è ambizioso: interrompere definitivamente il ciclo di violenza e avviare un percorso verso un accordo complessivo di pace e sicurezza tra i due Paesi.

Il formato dei colloqui prevede una prima sessione congiunta politico-militare, seguita da una riunione dedicata agli aspetti militari e da un’ulteriore sessione politica. Israele e Libano saranno rappresentati dai rispettivi ambasciatori a Washington, Yechiel Leiter e Nada Hamadeh, mentre per gli Stati Uniti parteciperanno il consigliere del Dipartimento di Stato Dan Holler e l’assistente segretario alla Difesa per la sicurezza internazionale Dan Zimmerman. La struttura del negoziato mostra il tentativo americano di trattare insieme sicurezza sul terreno e prospettiva politica.

Il contesto, però, resta estremamente complesso. Le truppe israeliane mantengono da mesi una presenza in quella che Israele definisce una “zona di sicurezza” nel sud del Libano, estesa in alcuni punti fino a dieci chilometri all’interno del territorio libanese. In alcune aree, secondo quanto riportato, la presenza israeliana arriva oltre il fiume Litani e fino ai dintorni di Nabatieh.

La sovranità libanese

Parallelamente, Beirut cerca di tenere separato il dossier dei colloqui con Israele dal più ampio confronto regionale che coinvolge Stati Uniti e Iran. Il presidente libanese Joseph Aoun ha rivendicato la sovranità del Libano nella gestione del negoziato, affermando che il Paese negozierà per sé stesso e non accetterà che altri lo facciano al suo posto. Il riferimento implicito è all’Iran e al peso politico-militare di Hezbollah nel Paese.

Aoun ha accolto con favore ogni forma di aiuto internazionale per fermare la guerra, ma ha tracciato una linea netta tra mediazione e ingerenza. “C’è una grande differenza tra cercare di aiutarci e interferire nei nostri affari interni”, ha affermato, in un passaggio letto come un riferimento diretto al ruolo dell’Iran e alla sua influenza su Hezbollah. Per Beirut, dunque, il negoziato con Israele è anche un banco di prova della propria sovranità interna.

La questione libanese si intreccia infatti con il canale di trattativa tra Washington e Teheran. L’Iran avrebbe posto come condizione per i propri colloqui con gli Stati Uniti lo stop alle operazioni militari israeliane in Libano. Questa sovrapposizione rischia di indebolire il canale diretto Israele-Libano promosso dall’amministrazione americana, mentre Washington prova a tenere aperti più tavoli contemporaneamente.

Il memorandum tra Washington e Teheran

Il nodo è diventato ancora più sensibile dopo il memorandum d’intesa firmato la settimana precedente da Washington e Teheran, che ha avviato un percorso verso un possibile accordo finale. Da allora l’Iran insiste perché Israele fermi le proprie operazioni militari in Libano come condizione preliminare per il proseguimento dei colloqui. In questo modo, il fronte libanese rischia di diventare una carta negoziale nel confronto più ampio tra Stati Uniti e Iran.

Gli Stati Uniti hanno annunciato anche nuovi meccanismi per ridurre il rischio di escalation. Da un lato, il Comando centrale americano avrebbe avviato un sistema di monitoraggio in tempo reale degli scontri in Libano; dall’altro, sarebbe in discussione un canale di deconfliction nel quale il Qatar avrebbe il compito di trasmettere all’Iran le lamentele statunitensi su presunte violazioni del cessate il fuoco da parte di Hezbollah. Washington cerca così di costruire una rete di controllo della crisi, ma senza confondere del tutto il tavolo israelo-libanese con quello iraniano. La priorità americana è evitare che il fronte libanese torni a trasformarsi in un detonatore regionale.

Il ruolo duplice della diplomazia statunitense

La diplomazia statunitense appare tuttavia divisa tra due obiettivi: sostenere un dialogo diretto tra Israele e Libano come Stati sovrani e, al tempo stesso, preservare il fragile percorso negoziale con l’Iran. Questa doppia direttrice riflette anche una divisione di ruoli dentro l’amministrazione americana. Il dossier con l’Iran è associato soprattutto al vicepresidente JD Vance, mentre il canale diretto tra Israele e Libano è stato seguito in particolare dal segretario di Stato Marco Rubio. Il presidente Donald Trump, secondo la ricostruzione, si è mosso oscillando tra i due percorsi: a volte puntando sul dialogo Israele-Libano come strumento per sganciare Beirut dal confronto con Teheran, altre volte lasciando spazio alle richieste iraniane di includere il Libano nel negoziato con Washington. Questa oscillazione rende più fragile la cornice diplomatica americana.

Per il Libano, la sfida è duplice: ottenere la fine dell’escalation militare israeliana e, insieme, limitare l’influenza di Hezbollah e dei suoi sponsor esterni sul processo decisionale nazionale. Per Israele, invece, il punto centrale resta la sicurezza del nord e la prevenzione di nuovi attacchi dal territorio libanese.

Il negoziato di Washington si apre dunque in un clima di equilibrio instabile: da una parte la ricerca di un’intesa politica, dall’altra la realtà militare di un confine ancora segnato da presenza armata, sfiducia e interessi regionali contrapposti. La possibilità di un accordo dipenderà non solo dalla volontà di Gerusalemme e Beirut, ma anche dalla capacità degli Stati Uniti di impedire che il dossier libanese venga assorbito dal confronto più ampio con Teheran.