Il bombardamento nel quartiere di Dahiyeh

Accordo storico tra Stati Uniti e Iran, ma Israele resta in allerta: Beirut riaccende le tensioni

Mondo
di Anna Balestrieri
Secondo le autorità israeliane, il raid è stato effettuato in risposta all’attacco condotto poche ore prima da Hezbollah, che aveva lanciato droni contro il nord di Israele e contro le forze dell’IDF impegnate nel Libano meridionale. Il bombardamento avrebbe colpito un centro di comando dell’organizzazione sciita. Fonti libanesi parlano di tre morti e quindici feriti; secondo emittenti arabe, tra le vittime vi sarebbe anche il comandante di Hezbollah Ali al-Hajj.
Mentre Stati Uniti e Iran annunciavano il raggiungimento di uno storico accordo destinato a porre fine alla guerra e ad aprire una nuova fase nei rapporti tra Washington e Teheran, il Medio Oriente ha vissuto ore di estrema tensione. L’attacco israeliano contro una roccaforte di Hezbollah nel quartiere di Dahiyeh, alla periferia sud di Beirut, ha infatti provocato minacce di rappresaglia da parte dell’Iran e il timore di un nuovo confronto diretto tra Teheran e Israele.
Secondo le autorità israeliane, il raid è stato effettuato in risposta all’attacco condotto poche ore prima da Hezbollah, che aveva lanciato droni contro il nord di Israele e contro le forze dell’IDF impegnate nel Libano meridionale. Il bombardamento avrebbe colpito un centro di comando dell’organizzazione sciita. Fonti libanesi parlano di tre morti e quindici feriti; secondo emittenti arabe, tra le vittime vi sarebbe anche il comandante di Hezbollah Ali al-Hajj.
L’episodio è però rapidamente passato in secondo piano di fronte alla portata dell’intesa raggiunta tra Washington e Teheran. Nella notte il presidente americano Donald Trump e il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif hanno annunciato che le parti hanno concordato la “cessazione immediata e permanente delle operazioni militari su tutti i fronti, incluso il Libano”, con una firma ufficiale prevista in Svizzera il 19 giugno.
L’accordo rappresenta una svolta diplomatica di enorme portata. Trump ha annunciato la fine del blocco navale statunitense contro l’Iran e la riapertura dello Stretto di Hormuz al traffico commerciale internazionale. Una decisione destinata ad avere conseguenze immediate sui mercati energetici globali, poiché attraverso quello stretto transita una quota fondamentale delle esportazioni mondiali di petrolio.
Ancora più rilevante è il capitolo nucleare. Secondo quanto dichiarato dal vicepresidente americano JD Vance, l’accordo contiene garanzie che impedirebbero all’Iran non soltanto di sviluppare un’arma nucleare, ma anche di acquistarla o procurarsela attraverso terzi. “L’Iran non avrà mai un’arma nucleare”, ha affermato Vance, spiegando che il rispetto degli impegni sarà sottoposto a verifiche e meccanismi di controllo.
Per Israele questo aspetto costituisce il principale elemento positivo dell’intesa. Da oltre vent’anni la minaccia nucleare iraniana occupa il vertice delle preoccupazioni strategiche israeliane. Se l’accordo dovesse funzionare e i controlli risultassero efficaci, Gerusalemme vedrebbe allontanarsi uno scenario che per anni ha rappresentato il rischio più grave per la propria sicurezza nazionale.
Allo stesso tempo, tuttavia, emergono interrogativi significativi. La diplomazia iraniana ha più volte sostenuto che la cessazione delle ostilità in Libano debba accompagnarsi al ritiro israeliano dalle aree controllate dall’IDF nel Libano meridionale. Una prospettiva che il ministro della Difesa Israel Katz ha già respinto pubblicamente, ribadendo che Israele manterrà le posizioni necessarie a garantire la sicurezza del confine settentrionale.
È proprio sul Libano che potrebbe consumarsi il primo scontro politico tra le aspettative dell’accordo e le esigenze di sicurezza israeliane. Mentre Washington e Teheran parlano di una nuova architettura regionale fondata sulla de-escalation, Israele continua a considerare Hezbollah una minaccia militare immediata e ritiene essenziale conservare la libertà di colpire l’organizzazione qualora essa riprendesse gli attacchi.
Le ore successive al bombardamento di Beirut hanno mostrato tutta la fragilità del nuovo equilibrio. Dopo aver minacciato una risposta missilistica contro Israele, l’Iran avrebbe effettivamente preparato piani di rappresaglia. Secondo fonti riportate dal New York Times, la leadership iraniana ha tuttavia deciso di annullare l’operazione dopo un intervento diretto della Casa Bianca. Diversi dirigenti iraniani avrebbero ritenuto che una risposta militare avrebbe favorito gli interessi israeliani e rischiato di compromettere l’accordo appena raggiunto con Washington.
Particolarmente significativa è stata anche la reazione di Trump nei confronti del governo israeliano. Intervistato da Fox News, il presidente americano ha raccontato di aver telefonato a Benjamin Netanyahu subito dopo il raid di Beirut, manifestando apertamente la propria irritazione per un’operazione che rischiava di far deragliare il negoziato in una fase decisiva. Le dichiarazioni attribuite al presidente americano rappresentano uno dei più duri rimproveri pubblici rivolti da Washington a un governo israeliano negli ultimi anni e testimoniano quanto la Casa Bianca consideri strategico il successo dell’intesa con Teheran.
Per Israele si apre dunque una fase nuova e complessa. Da un lato, l’accordo promette di neutralizzare la minaccia nucleare iraniana, di ridurre il rischio di una guerra regionale e di creare condizioni di maggiore stabilità. Dall’altro, il riavvicinamento tra Washington e Teheran potrebbe generare crescenti pressioni affinché Gerusalemme limiti le proprie operazioni militari in Libano e in altri teatri regionali.
L’attacco di Beirut e la successiva rinuncia iraniana alla rappresaglia dimostrano che entrambe le parti sembrano consapevoli della posta in gioco. Per il momento ha prevalso la volontà di salvaguardare l’accordo. Resta però da vedere se questa nuova fase diplomatica sarà sufficientemente solida da resistere alle inevitabili crisi che continueranno a emergere lungo il fronte israelo-libanese.
Se l’intesa verrà attuata integralmente, potrebbe inaugurare una delle più profonde trasformazioni geopolitiche del Medio Oriente degli ultimi decenni. Per Israele, la sfida sarà assicurarsi che la promessa di stabilità non avvenga a scapito delle proprie esigenze di sicurezza.