di Anna Balestrieri
“Chi cerca la pace non è un criminale. Il vero criminale è chi cerca la guerra” ha detto un altro giornalista in una trasmissione tv. La possibilità stessa di discutere pubblicamente di pace con Israele rappresenta una trasformazione significativa nel discorso pubblico libanese, accelerata soprattutto dopo il 7 ottobre e la nuova escalation regionale.
“Chi cerca la pace non è un criminale. Il vero criminale è chi cerca la guerra” ha detto un altro giornalista in una trasmissione tv. La possibilità stessa di discutere pubblicamente di pace con Israele rappresenta una trasformazione significativa nel discorso pubblico libanese, accelerata soprattutto dopo il 7 ottobre e la nuova escalation regionale.
Per decenni, in Libano, parlare apertamente di normalizzazione con Israele era considerato impensabile. Oggi, però, qualcosa sta cambiando. Nei principali talk show libanesi, trasmessi in prima serata e seguitissimi dal pubblico, si discute ormai apertamente di negoziati, pace e persino della possibilità di un’ambasciata israeliana a Beirut.
Il cambiamento emerge soprattutto dai programmi televisivi che da anni rappresentano uno dei principali spazi di dibattito pubblico del Paese, in una società profondamente segnata da crisi economica, paralisi istituzionale e tensioni regionali.
“Vogliamo vedere un’ambasciata israeliana a Beirut”
A suscitare enorme clamore è stato un episodio del programma “Mesh Masrahiyeh”, condotto dal giornalista Joe Maalouf (nella foto) sull’emittente MTV Lebanon. Durante la trasmissione, il giovane libanese Michel Tawk ha dichiarato davanti alle telecamere: “Vogliamo vedere un’ambasciata israeliana a Beirut. Ad Achrafieh.”
Il riferimento era allo storico quartiere cristiano della capitale libanese. Le sue parole sono state accolte dagli applausi del pubblico in studio e hanno rapidamente invaso i social network, con milioni di visualizzazioni.
Le reazioni nel Paese sono state profondamente divise. Alcuni utenti hanno definito le dichiarazioni “coraggiose”, sostenendo il diritto di discutere apertamente della pace con Israele. Altri hanno invece accusato il giovane di “normalizzazione” e tradimento, ricordando le guerre, le occupazioni e le distruzioni che hanno segnato la storia tra i due Paesi.
La guerra “che non appartiene al Libano”
Nel corso della stessa trasmissione, un altro partecipante, Fouad Rahma, ha pronunciato parole che fino a pochi anni fa sarebbero state quasi impronunciabili in televisione: “La questione palestinese ha portato distruzione al Libano dal 1967 fino a oggi.”
Rahma ha poi aggiunto che eventuali negoziati con Israele “non danneggerebbero i libanesi”, ma potrebbero invece restituire al Paese ciò che ha perso “in guerre nelle quali è stato trascinato”.
Questa narrativa si collega anche alle recenti dichiarazioni del primo ministro libanese Nawaf Salaam, riportate da vari media regionali tra cui i24NEWS, secondo cui il Libano sarebbe stato ancora una volta “trascinato in una guerra che non appartiene al Paese”. Un riferimento evidente al ruolo di Hezbollah nel conflitto con Israele lungo il confine meridionale.
I talk show come specchio della società libanese
I programmi televisivi in Libano hanno storicamente avuto un ruolo centrale nella vita pubblica e culturale del Paese. La televisione libanese, soprattutto dagli anni Novanta in poi, si è distinta nel mondo arabo per una relativa libertà di espressione su temi considerati tabù altrove: sessualità, religione, identità, corruzione politica e rapporti regionali.
Tra i programmi più noti figura “Ahmar Bel Khat Al Areed”, trasmissione dell’emittente LBC famosa per affrontare temi estremamente delicati come prostituzione, molestie sessuali, matrimoni precoci e poliamore.
Secondo Maryam Younnes, esperta di comunicazione araba e social media, i talk show fanno parte integrante della cultura quotidiana libanese:
“I libanesi si siedono davvero davanti alla televisione aspettando questi programmi.”
Younnes spiega che il Libano dispone di uno spazio mediatico più aperto rispetto a gran parte del mondo arabo, anche grazie all’influenza di ambienti liberali cristiani e a una minore pressione religiosa rispetto ad altri Paesi della regione.
Marcel Ghanem rompe un altro muro
Un momento particolarmente significativo si è verificato nelle ultime settimane durante il programma “Sar el-Waqt”, condotto dal celebre giornalista libanese Marcel Ghanem.
Commentando l’avvio dei negoziati tra Libano e Israele, Ghanem ha dichiarato in diretta: “Chi cerca la pace non è un criminale. Il vero criminale è chi cerca la guerra.” Il giornalista ha poi accusato Hezbollah di avere trascinato il Libano nel conflitto senza consultare la popolazione: “Hezbollah non ci ha consultati quando è entrato in guerra. Perché dovremmo consultare Hezbollah quando cerchiamo la pace?”
Parole di questo tipo restano eccezionali nel panorama mediatico libanese, soprattutto perché accompagnate da un riconoscimento esplicito dell’esistenza e della legittimità dello Stato israeliano.
Hezbollah resta la linea rossa
Nonostante l’apertura crescente del dibattito, esistono ancora limiti molto netti. Secondo Younnes, i media libanesi evitano tuttora di “umanizzare” Israele.
“Si può parlare di pace, ma non della vita quotidiana israeliana come si farebbe con un normale Paese vicino.”
“Si può parlare di pace, ma non della vita quotidiana israeliana come si farebbe con un normale Paese vicino.”
Il motivo principale resta la presenza e il potere di Hezbollah, che continua a esercitare una forte influenza politica e militare nel Paese. Giornalisti e opinionisti temono campagne intimidatorie o addirittura violenze fisiche contro chi supera certe linee rosse.
Il Libano ha infatti una lunga storia di giornalisti minacciati o assassinati per le loro posizioni politiche. Tra i casi più noti figurano quelli di May Chidiac, gravemente ferita in un attentato nel 2005, e dei giornalisti Samir Kassir e Gebran Tueni, assassinati dopo avere criticato la presenza siriana in Libano.
Un cambiamento ancora fragile
La possibilità stessa di discutere pubblicamente di pace con Israele rappresenta comunque una trasformazione significativa nel discorso pubblico libanese, accelerata soprattutto dopo il 7 ottobre e la nuova escalation regionale.
Per molti osservatori, i talk show stanno diventando il luogo in cui una parte della società libanese esprime stanchezza verso decenni di guerre, crisi e conflitti regionali.
“Quando lo Stato smette di funzionare”, osserva Maryam Younnes, “i media diventano una sorta di adulto responsabile che cerca di organizzare il dibattito pubblico e spingere avanti i processi sociali.”
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