di Anna Balestrieri
La novità non risiede tanto nella sospensione delle ostilità quanto nelle condizioni poste per renderla permanente: cessazione completa dei lanci di razzi da parte di Hezbollah, evacuazione dei suoi combattenti dall’area a sud del fiume Litani e creazione di “zone pilota” sottoposte al controllo esclusivo dell’esercito libanese. Per la prima volta Israele, Libano e Stati Uniti convergono formalmente sull’idea che la sicurezza regionale passi attraverso la neutralizzazione dell’apparato militare di Hezbollah.
Per la prima volta dopo decenni, Israele e Libano hanno sottoscritto una dichiarazione congiunta che non si limita a congelare le ostilità, ma individua esplicitamente il problema strategico al cuore della crisi: l’esistenza di Hezbollah come attore militare autonomo dallo Stato libanese.
Il cessate il fuoco annunciato a Washington sotto l’egida statunitense non rappresenta soltanto un nuovo accordo di sicurezza. Esso costituisce il tentativo più ambizioso mai promosso dagli Stati Uniti per ridisegnare gli equilibri del Levante dopo il progressivo indebolimento dell’“Asse della Resistenza” guidato dall’Iran.
La novità non risiede tanto nella sospensione delle ostilità quanto nelle condizioni poste per renderla permanente: cessazione completa dei lanci di razzi da parte di Hezbollah, evacuazione dei suoi combattenti dall’area a sud del fiume Litani e creazione di “zone pilota” sottoposte al controllo esclusivo dell’esercito libanese. In altre parole, la comunità internazionale tenta di riportare sotto il monopolio statale della forza territori che da oltre vent’anni costituiscono il cuore della proiezione militare sciita contro Israele.
Dietro la formula diplomatica delle “zone pilota” si cela un obiettivo assai più ambizioso: verificare se il Libano sia ancora uno Stato capace di riappropriarsi della propria sovranità.
La posta in gioco: il monopolio della forza
Il documento congiunto pubblicato da Washington introduce un elemento destinato a segnare una cesura rispetto alle precedenti risoluzioni e tregue: il riferimento esplicito allo smantellamento dei gruppi armati non statali e alla prevenzione della loro ricostituzione.
Si tratta di una formulazione che va ben oltre la Risoluzione 1701 delle Nazioni Unite del 2006, sistematicamente violata negli anni successivi. Per la prima volta Israele, Libano e Stati Uniti convergono formalmente sull’idea che la sicurezza regionale passi attraverso la neutralizzazione dell’apparato militare di Hezbollah.
La questione è esistenziale per tutte le parti coinvolte.
Per Israele, Hezbollah rappresenta la principale minaccia convenzionale ai propri confini. Con un arsenale stimato in decine di migliaia di razzi e missili e una struttura militare sviluppata in parallelo allo Stato libanese, il movimento sciita costituisce l’unica forza non statale del Medio Oriente in grado di sostenere uno scontro prolungato con lo Stato ebraico.
Per il governo libanese il problema è ancora più complesso. Hezbollah non è soltanto una milizia: è un partito politico, una rete sociale, un attore economico e un pilastro della rappresentanza sciita. Chiederne il disarmo equivale a ridisegnare gli equilibri interni della Repubblica libanese.
Per Washington, infine, la questione rientra nella più ampia strategia di contenimento dell’influenza iraniana nella regione.
Non è un caso che la dichiarazione congiunta contenga una dura condanna delle attività destabilizzatrici di Teheran e dei gruppi armati ad essa collegati. Il messaggio è inequivocabile: il futuro assetto del Levante dovrà essere definito dagli Stati sovrani e non dalle reti paramilitari sostenute dall’Iran.
L’Iran escluso dal tavolo
La dimensione più significativa dell’accordo è forse proprio quella che non compare formalmente nel testo. Per la prima volta dalla nascita di Hezbollah negli anni Ottanta, Washington cerca di costruire un meccanismo di sicurezza regionale che prescinda completamente da Teheran.
Le dichiarazioni del segretario di Stato Marco Rubio e dell’ambasciatore americano in Israele Mike Huckabee convergono nella medesima direzione: l’Iran non deve avere alcun ruolo nel futuro delle relazioni israelo-libanesi.
L’obiettivo americano appare duplice. Da un lato, ridurre la capacità iraniana di esercitare pressione su Israele attraverso il fronte libanese. Dall’altro, favorire la graduale integrazione del Libano in un sistema regionale più vicino all’orbita occidentale e araba sunnita.
In questa prospettiva il rafforzamento dell’esercito libanese assume un valore strategico. Gli Stati Uniti non si limitano a sostenere il cessate il fuoco: promettono di aumentare il proprio sostegno alle forze armate di Beirut affinché possano esercitare un controllo effettivo sull’intero territorio nazionale.
Il modello implicito ricorda altri tentativi statunitensi di state-building in Medio Oriente, con una differenza fondamentale: in Libano esiste già un attore armato radicato che gode di una significativa base sociale e politica.
Le contraddizioni di Beirut
È qui che emerge il principale punto debole dell’intera iniziativa. Il governo libanese ha accettato il principio del rafforzamento dell’autorità statale e del controllo esclusivo dell’esercito sul territorio. Tuttavia, la capacità concreta di tradurre questo impegno in realtà appare estremamente limitata.
Hezbollah conserva una forte influenza nelle istituzioni, nel Parlamento e in ampi settori della società sciita. Un tentativo di disarmo forzato potrebbe trasformarsi rapidamente in una crisi interna.
Le “zone pilota” rappresentano dunque un compromesso pragmatico. Invece di procedere immediatamente a un disarmo generalizzato, si sperimenta una graduale estensione del controllo statale in aree circoscritte.
Washington spera che il successo di questi esperimenti produca un effetto di trascinamento sul resto del Paese. Ma il rischio è altrettanto evidente: se Hezbollah percepisse l’iniziativa come una minaccia esistenziale, potrebbe sabotarla prima ancora che produca risultati.
Non sorprende che, mentre i negoziati erano ancora in corso a Washington, il movimento sciita abbia rivendicato nuovi attacchi contro obiettivi israeliani nel nord del Paese. Un segnale che testimonia quanto sia fragile la tregua appena raggiunta.
Netanyahu e il progetto della “demilitarizzazione”
Le dichiarazioni del primo ministro Benjamin Netanyahu aiutano a comprendere la visione israeliana.
Quando afferma che per “salvare il Libano” è necessario disarmare Hezbollah e demilitarizzare il Paese, Netanyahu non si riferisce soltanto alla sicurezza immediata del confine settentrionale di Israele. Egli immagina un Libano trasformato da avamposto dell’influenza iraniana a Stato neutrale o addirittura potenzialmente integrabile nel sistema di relazioni regionali promosso dagli Accordi di Abramo.
Si tratta di un progetto geopolitico di lungo periodo che supera la semplice logica militare.
L’obiettivo finale sarebbe la normalizzazione dei rapporti israelo-libanesi e la chiusura definitiva di uno dei fronti storici del conflitto arabo-israeliano.
Tuttavia, proprio questa ambizione potrebbe rendere il progetto difficilmente realizzabile. Hezbollah è nato come movimento di resistenza contro Israele e fonda parte della propria legittimità sulla prosecuzione di tale conflitto. Chiederne il disarmo significa chiedergli di rinunciare alla propria ragion d’essere.
Un laboratorio per il nuovo Medio Oriente
La settimana del 22 giugno, quando le parti torneranno a incontrarsi per discutere un “accordo globale”, sarà un primo banco di prova.
Il cessate il fuoco annunciato a Washington rappresenta infatti molto più di una tregua. Esso costituisce un esperimento geopolitico destinato a verificare se il Medio Oriente post-7 ottobre possa essere costruito attorno agli Stati oppure continui a essere dominato da attori armati transnazionali.
In gioco non vi è soltanto il futuro del Libano. Vi è la capacità degli Stati Uniti di imporre un nuovo ordine regionale; la possibilità di Israele di neutralizzare una delle sue principali minacce strategiche senza una guerra totale; e la sopravvivenza stessa del modello di influenza costruito dall’Iran negli ultimi quarant’anni.
Le “zone pilota” del sud del Libano potrebbero apparire un dettaglio tecnico. In realtà rappresentano il terreno su cui si misurerà uno dei grandi confronti geopolitici del Medio Oriente contemporaneo: quello tra la sovranità degli Stati e il potere delle milizie.



