Il rapporto della Commissione Winograd

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Il rapporto finale della Commissione Winograd, pubblicato il 30 gennaio 2008, ha avuto per il momento scarsi risultati. Forse ciò deriva dal fatto che il colpo duro all’opinione pubblica israeliana era già stato dato sei mesi fa, quando fu pubblicato il primo rapporto che doveva essere un riassunto breve di quello finale di 617 pagine. Chi si aspettava che la pubblicazione di tale rapporto portasse alle dimissioni del Primo ministro Ehud Olmert, è rimasto deluso quando il 3 febbraio, il Ministro della Difesa Ehud Barak ha annunciato che egli sarebbe rimasto al suo posto, contrariamente a quanto aveva dichiarato qualche settimana fa.

Secondo me è deleterio per un paese andare alle elezioni legislative a brevi scadenze, poiché ciò interrompe per molti mesi l’attività normale del governo, quindi ritengo che sia un fatto positivo che per il momento questo governo resti in carica e possa tentare di portare a termine un trattato con i palestinesi di Abu Mazen, sebbene lo scetticismo sia di prammatica in Israele. Ciò non significa che il governo terminerà i suoi quattro anni di mandato, poiché sembra evidente che, se si arriverà ad un vero progresso nel negoziato con i palestinesi e si affronterà quindi anche la questione di Gerusalemme, con molta probabilità il partito Shas uscirà dalla coalizione governativa, provocando una crisi che si potrà risolvere solo con le elezioni anticipate. Mi sembra lecito prevedere dunque che le prossime elezioni legislative si terranno nella primavera del 2009.

Il fatto che il rapporto Winograd non abbia avuto una ripercussione immediata sulla politica israeliana non significa però che esso non avrà gravi conseguenze. I quesiti posti dalla commissione d’inchiesta, il fatto che il governo non abbia soppesato le varie alternative possibili prima di decidere se aprire o meno una guerra con il Libano nel luglio 2006, e ancor più la conduzione disordinata della guerra deve fatalmente incidere sul processo decisionale israeliano.
La commissione mette in rilievo alcuni problemi di fondo dell’Israele sessantenne: la mancanza di una strategia complessiva, la mancanza di una pianificazione a lungo termine e la mancanza di sincronizzazione tra i vari rami del potere. La questione bruciante delle ultime 60 ore della guerra, quando fu sferrata un’offensiva terreste fino al fiume Litani, che secondo l’opposizione fu decisa da Olmert per bassi motivi politici personali, è stata affrontata dalla commissione e ha scagionato completamente il Primo ministro.

Affiora però ora, nelle rivelazioni dei generali, quanto l’esercito in verità non fosse pronto e soprattutto quanto i generali preferissero litigare fra di loro, piuttosto che dirigere le operazioni militari. Il Capo di Stato Maggiore, il Generale Dan Halutz, provenendo dall’aviazione militare, era prigioniero di ua concezione secondo la quale, al giorno d’oggi, si possano vincere le guerre stando davanti al computer, con le sole incursioni aeree.
Negli alti comandi dell’esercito manca evidentemente una cultura che permetta di ascoltare prima tutte le idee, anche quelle opposte, di arrivare ad una decisione collegiale e di eseguirla poi senza fallo. Poiché uno dei risultati positivi della guerra del Libano fu la Risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, sarebbe stato utile che ci fossero delle consultazioni intense fra Olmert e il Ministro degli Esteri Livni, che invece sono state quasi inesistenti.
Coloro che propendono per la politica dello sbeng vegamarnu (diamo un colpo e facciamola finita), dovranno ora abituarsi invece ad un processo decisionale più elaborato o semplicemente più intelligente.

Non si dimentichi però che, con le sue commissioni d’inchiesta, Israele rimane l’unica democrazia del Medioriente e l’unico paese che abbia il coraggio di esporre pubblicamente le proprie manchevolezze.

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