Hillary o Donald? Il dilemma americano

Mondo

di Gabriele Grego

Quale impatto sui mercati se vincesse la Clinton o invece Trump? Un’analisi

A novembre sarà eletto il prossimo presidente degli Stati Uniti. Il cambio della leadership nella più grande economia del mondo ha un impatto inevitabile sulle prospettive dell’economia globale e, in misura ancora maggiore, in un momento precario caratterizzato da grande incertezza economica e geopolitica come quello che stiamo vivendo negli ultimi anni.
Le primarie, che hanno come esito finale la scelta di un solo candidato democratico e di uno repubblicano, non sono ancora terminate, ma è quasi certo che i contendenti saranno Hillary Clinton e Donald Trump. Entrambi costituiscono candidati anomali per ragioni diverse: la prima per essere una donna, il secondo per non essere una figura strettamente politica, con un background ben noto nel mondo degli affari e dei media, forse un po’ analogo a quello del nostro Silvio Berlusconi. Hillary sembra essere riuscita a prevalere contro Bernie Sanders, candidato ebreo e apertamente socialista, entrambi anomalie per un candidato alla presidenza. Donald Trump, invece, ha prevalso in maniera netta su tutti gli altri candidati repubblicani più vicini all’ortodossia del partito.
La situazione economica statunitense odierna è complessa. E, sebbene in gran forma relativamente al resto del mondo, deve comunque affrontare una situazione difficile. Il problema apparentemente più acuto è il tasso di crescita dell’economia, piuttosto anemico e ben al di sotto della media a lungo termine del 3.5% annuo. Inoltre, l’economia soffre di un debito pubblico in aumento, di investimenti ridotti, di stipendi bassi e ristagnanti e di una crescente disparità di reddito tra le classi. Prima tra le economie occidentali, l’economia americana è in fase di transizione, con il settore manifatturiero, in continua diminuzione, rimpiazzato dai servizi e soprattutto dalla cosiddetta “knowledge economy”.
Tra i due possibili scenari, la vittoria della Clinton costituirebbe forse quello più vicino alla continuazione dello status quo, con il proseguimento dell’approccio progressista del Presidente Obama. La Clinton ha però una visione più benigna del capitalismo, vedendolo come una forza sostanzialmente positiva, ma soggetto ad eccessi e quindi da controllare. Per esempio, Hillary è favorevole all’aumento della regolamentazione del settore finanziario e si è schierata nettamente contro le grande case farmaceutiche con l’intento di controllarne la capacità di imporre i prezzi dei farmaci.
La Clinton si è dichiarata anche a favore di un aumento della pressione fiscale a scapito dei redditi più alti per finanziare l’espansione dei cosiddetti programmi di “entitlement” ovvero sanità e pensioni. Infine, tende a essere favorevole all’immigrazione, alla preservazione dell’ambiente e a una politica estera relativamente moderata.
Quale sarebbero le conseguenze di una “politica Clinton”? L’aumento delle tasse, della regolamentazione e del salario minimo avrebbero l’effetto immediato di prolungare il il ristagno della crescita, tuttavia, poiché le fasce di reddito più basse tendono a spendere di più, i consumi potrebbero risentirne positivamente. Eventuali interventi sul settore farmaceutico, potrebbero aver successo nell’abbassare il prezzo dei farmaci, ma solo a scapito di una riduzione considerevole della capacità di innovazione dell’industria: quindi medicine più economiche, ma meno efficaci. Infine, dubito che la politica della Clinton riesca ad intaccare sensibilmente la disparità di reddito che ha origine non tanto dalla politica economica, quanto dal livello di specializzazione dell’economia, ormai in costante aumento.
Una vittoria di Trump, invece, avrebbe conseguenze più difficili da prevedere, dal momento che il suo approccio all’economia non sembra essere quello ortodosso della destra americana. Trump possiede un’esperienza considerevole come uomo d’affari, ma il suo track record è controverso. Il miliardario newyorkese è riuscito ad accumulare una ricchezza considerevole, ma lo ha fatto partendo da capitali già importanti ricevuti in eredità dal padre. Sono da notare anche i notevoli progetti intrapresi nei settori immobiliare e nel gioco d’azzardo, molti dei quali hanno avuto esito fallimentare.
In sintonia con l’establishment repubblicano, Trump si dichiara a favore di una riduzione fiscale, ma contemporaneamente appoggia una politica estera più aggressiva e il mantenimento di pensioni e sanità. Ridurre le tasse e aumentare le spese contemporaneamente avrebbe l’effetto ovvio di incrementare il deficit e il debito pubblico, quando questi sono già a livelli record.
Contrariamente al suo partito, Trump sembra favorire una politica commerciale protezionista, per esempio tassando le importazioni dalla Cina. Inoltre, sembra aver preso una posizione molto dura nei confronti dell’immigrazione clandestina. Tale linea politica potrebbe avere un effetto destabilizzante sui prezzi e generare inflazione.
Tuttavia, una legislazione di Trump presumibilmente “pro business” potrebbe stimolare la crescita e rompere l’impasse degli ultimi anni.
Difficile dunque prevedere quale candidato risulti il “migliore” per l’economia statunitense. Certamente la Clinton rappresenta una scelta più a basso rischio, mentre Trump potrebbe migliorare la situazione, ma anche causare seri danni data la sua notoria impulsività e imprevedibilità.
Dal punto di vista strettamente ebraico, alcuni potrebbero sostenere che la Clinton rappresenti la scelta più sensata, considerando la sua propensione a sostenere i più deboli senza necessariamente intaccare le basi del capitalismo. Infatti, ci aspettiamo che il “voto ebraico” la sostenga a spada tratta…

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