Gilad Shalit con il padre dopo la sua liberazione

Il ritorno di Gilad Shalit a casa: dieci anni dopo non cessano le polemiche

di David Zebuloni
Dieci anni fa, il 18 ottobre 2011, quando Gilad Shalit fu liberato dalla prigionia a Gaza, io avevo sedici anni. Ricordo molto bene quel giorno. Ricordo il senso di euforia contagiosa, l’atmosfera festiva che aveva superato i confini israeliani ed era arrivata fino a noi, in Comunità. Ricordo che il ritorno di Gilad fu celebrato da noi in aula magna, proiettato sul maxi schermo, scandito da un conto alla rovescia che è culminato in un brindisi collettivo. “Il figlio di noi tutti”, così ribattezzato dai media israeliani, era vivo, era finalmente a casa e non vi era ombra che potesse oscurare questo trionfo. In Italia così come in Israele. 

Tuttavia, a partire dal giorno successivo alla liberazione, il capitolo Gilad Shalit è diventato in un attimo il più discusso, forse, della storia dello Stato d’Israele. Il figlio dell’intera nazione era d’un tratto diventato il nemico dell’intera nazione. Gilad era diventato colui che si è fatto catturare, che non ha combattuto abbastanza contro Hamas per rimanere nei confini israeliani, che ha recato un danno strategico irrimediabile allo Stato Ebraico. Sopra a tutte le critiche, vi era il prezzo che il governo israeliano ha dovuto pagare per riportare a casa il soldato: liberare ben 1,027 prigionieri di Hamas. 

Il riscatto, che prima rappresentava  quasi l’essenza dell’ebraismo (“Chi salva una vita salva il mondo intero. Una sola vita ebraica vale più di mille vite palestinesi”, era stato dichiarato con orgoglio), è presto diventato secondo gli opinionisti “Il peggior accordo che sia mai stato fatto nella storia d’Israele”. Poi, negli anni, gli stessi opinionisti hanno continuano con grande costanza a contare le nuove vittime israeliane uccise da quei prigionieri di Hamas liberati nell’accordo della liberazione di Shalit. Come a dire: la vita che abbiamo deciso di salvare, ci è costata tante e troppe altre vite. 

Gilad Shalit durante la sua prigionia
Gilad Shalit durante la sua prigionia

Un silenzio lungo 10 anni rotto questa settimana

Shalit, a sua volta, non ha mai fatto molto per suscitare empatia nel popolo israeliano. In seguito alla liberazione, infatti, Gilad e i genitori si sono chiusi in un silenzio che non è passato inosservato. Gli israeliani si aspettavano grandi ringraziamenti, il soldato liberato invece non desiderava altro che un po’ di silenzio e privacy. Gli israeliani si aspettavano una vita dedicata al sociale, forse come riscatto del prezzo pagato per il suo rilascio, il soldato liberato invece desiderava una vita del tutto ordinaria, come se il capitolo Hamas non fosse mai esistito. 

Gilad Shalit quasi non ha mai rilasciato interviste, tanto che la giornalista israeliana Dana Weiss, nota per aver già intervistato i più grandi personaggi della nostra epoca, alla domanda “Chi sogni ancora di intervistare?”, ha risposto proprio Gilad Shalit. Il padre, Noam Shalit, invece, ha rotto il lungo silenzio questa settimana, rilasciando un’intervista inedita in onore del decimo anniversario dalla liberazione del figlio. Eppure, se ci si aspettava una qualche forma di riconoscenza da parte sua, essa è di nuovo tardata ad arrivare. 

Dopo aver raccontato dell’importanza di questa data per lui e per la sua famiglia (“Il 18 ottobre lo festeggiamo in casa come se fosse un secondo compleanno, una seconda nascita”, ha affermato), Noam è tornato ad attaccare lo stesso governo Netanyahu che ha firmato il celebre accordo che ha permesso il ritorno di Gilad a casa. “Avrebbero preferito che mio figlio tornasse in Israele morto, sdraiato in una bara”, ha dichiarato papà Shalit. Poi ha aggiunto: “Troppo peso è stato scaricato sulle spalle strette di Gilad, come se un solo soldato possa realmente aver influito tanto sulla sicurezza dello Stato. Io sono un padre e in quanto tale non mi preoccupo delle ripercussioni che l’accordo ha avuto sul paese. Io mi preoccupo solo della vita di mio figlio”. 

Gilad Shalit il giorno del suo matrimonio (Foto: Kan.org)
Gilad Shalit il giorno del suo matrimonio (Foto: Kan.org)

 

Da allora, dalla sua liberazione, “Il figlio di noi tutti” ha fatto in tempo  laurearsi e a sposarsi. Ora Gilad lavora in banca e vive la sua vita serenamente, lontano dai radar dei media e dell’opinione pubblica. Dieci anni dopo l’evento cruciale che ha stravolto per sempre la storia d’Israele, l’ex soldato sembra aver finalmente fatto i conti con i fantasmi del passato. Nelle poche fotografie pubblicate, infatti, ora Gilad Shalit sorride, eppure nessuno sa cosa egli provi ancora dentro. Quanto il suo spirito sia rimasto segnato dagli anni di prigionia. Ciò, rimarrà per sempre un mistero.