Lavopri per estrarre la vasca del Mikveh a Kiriat gat

La città costruisce, il passato riemerge: un mikveh riscrive la storia ebraica del sud di Israele

Personaggi e Storie

di Anna Balestrieri
La vasca rituale, risalente a circa duemila anni fa, è larga quattro metri e pesa 25 tonnellate. Ma il suo peso storico è assai maggiore: la struttura costituisce la prima testimonianza conosciuta di un insediamento ebraico di epoca romana nell’area che oggi comprende Kiryat Gat e il margine settentrionale del Negev. Si tratta del primo insediamento ebraico di questo periodo identificato nella fascia compresa fra la Shephelah e il Negev settentrionale. (Foto: Emil Aladjem Israel Antiquities Authority)

 

Ci sono reperti archeologici che raccontano una storia già conosciuta. E ce ne sono altri che obbligano a riscriverla. Il mikveh emerso durante gli scavi preliminari alla costruzione di un nuovo quartiere a Kiryat Gat appartiene alla seconda categoria.

La vasca rituale, risalente a circa duemila anni fa, è larga quattro metri e pesa 25 tonnellate. Ma il suo peso storico è assai maggiore: la struttura costituisce la prima testimonianza conosciuta di un insediamento ebraico di epoca romana nell’area che oggi comprende Kiryat Gat e il margine settentrionale del Negev.

Il ritrovamento arriva in un momento emblematico. Mentre la città contemporanea si espande, il sottosuolo restituisce una comunità della quale fino a oggi non si aveva notizia.

L’archeologia come negoziazione con il presente

La scoperta nasce da uno dei contesti più ordinari dell’archeologia israeliana contemporanea: uno scavo di salvataggio condotto prima di una nuova opera edilizia.

La questione non era soltanto capire cosa fosse stato trovato, ma decidere cosa farne. Il mikveh si trovava infatti proprio nel percorso della trasformazione urbana. Distruggerla avrebbe significato perdere una testimonianza irripetibile; fermare indefinitamente il progetto edilizio avrebbe imposto un costo diverso.

La soluzione scelta dall’Israel Antiquities Authority è stata tanto semplice nella concezione quanto complessa nell’esecuzione: non demolire il reperto e non lasciare che il nuovo quartiere lo cancellasse, ma spostare l’intera struttura.

Quattro specialisti della conservazione hanno impiegato due settimane per liberare la vasca dal terreno. Sono state effettuate perforazioni sotto la struttura, attraverso le quali sono state inserite travi d’acciaio capaci di sostenerla durante il sollevamento. L’intonaco antico è stato consolidato con garze e adesivi e l’intero mikveh è stata protetta con materiale espanso.

Poi è entrata in scena una gru da 300 tonnellate. La vasca è stata sollevata come un unico blocco, caricata su un camion per trasporti eccezionali e trasferita a Beit Guvrin, dove resterà custodita durante i lavori.

Quando il nuovo quartiere sarà completato, l’intenzione è di riportarla nelle vicinanze del luogo originario.

Una geografia ebraica ancora incompleta

È però la geografia storica, più ancora dell’ingegneria, a rendere interessante questa vicenda. La presenza ebraica nel periodo del Secondo Tempio e in epoca romana è ampiamente documentata nelle regioni della Giudea e della Shephelah. Questo tratto di territorio, invece, appariva finora come una lacuna nella mappa degli insediamenti ebraici antichi.

Il mikve da solo sarebbe già un indizio significativo. Ma nello stesso sito gli archeologi hanno trovato anche recipienti e strumenti di misurazione in pietra, una classe di manufatti strettamente associata alla vita quotidiana delle comunità ebraiche della tarda epoca del Secondo Tempio.

La combinazione dei reperti permette di andare oltre l’ipotesi di una presenza occasionale. Secondo Elena Kogan-Zahavi, Maayan Margulis e Shira Lifshitz, responsabili dello scavo per l’Israel Antiquities Authority, si tratta del primo insediamento ebraico di questo periodo identificato nella fascia compresa fra la Shephelah e il Negev settentrionale.

Una città contemporanea, dunque, ha restituito una tessera mancante della propria storia.

Il significato di un piatto di pietra

Fra i reperti più eloquenti vi sono proprio quelli che, a prima vista, sembrerebbero meno spettacolari: i recipienti di pietra.

Il loro successo nella società ebraica dell’epoca è legato alle norme di purezza rituale. Diversamente dalla ceramica, che poteva essere considerata irrimediabilmente contaminata e quindi da eliminare, la pietra veniva trattata come un materiale che poteva essere utilizzato senza assorbire l’impurità.

Oggi sappiamo che anche il calcare è poroso, in misura variabile. Ma ciò che conta archeologicamente non è la correttezza scientifica dell’antica concezione della materia: è il modo in cui quella concezione modificò concretamente la cultura materiale di una società.

Per circa un secolo e mezzo, a partire dalla fine del I secolo a.C., recipienti di pietra entrarono così nella vita domestica ebraica. La loro diffusione permette oggi agli archeologi di riconoscere comunità che altrimenti potrebbero essere rimaste invisibili.

È un promemoria utile sul funzionamento dell’archeologia: spesso non sono i monumenti più imponenti a rivelare una società, ma gli oggetti che quella società utilizzava ogni giorno perché attribuiva loro un particolare significato.

La frattura del 135

La cronologia dei reperti suggerisce inoltre una possibile spiegazione per la scomparsa dell’insediamento.

L’uso dei recipienti di pietra declina dopo il 135 d.C., l’anno della conclusione della rivolta di Bar Kochba contro Roma. La repressione romana provocò una profonda trasformazione della società ebraica della regione e segnò la fine di numerosi insediamenti.

Gli archeologi ritengono che anche la comunità di Kiryat Gat possa essere stata travolta da quella frattura.

Il sito racconta quindi non soltanto la nascita di un insediamento, ma anche la sua possibile scomparsa: una comunità che emerge dall’archeologia proprio attraverso le tracce lasciate dal mondo che la distrusse.

L’area sarebbe tornata a essere abitata su scala significativa soltanto alcuni secoli più tardi, in epoca bizantina, quando il Negev vide svilupparsi nuove comunità agricole.

Quando un mikveh diventa un documento storico

La particolarità del ritrovamento è anche metodologica. Un mikveh non è soltanto una vasca. È un dispositivo sociale: presuppone norme religiose, infrastrutture, una comunità capace di costruirla e persone che la utilizzino.

Nel caso di Kiryat Gat, il reperto permette quindi di passare dall’architettura alla demografia, dalla pratica religiosa alla storia del territorio.

Dove gli archeologi vedevano finora una zona priva di insediamenti ebraici noti, oggi compare una comunità.

È questo il tipo di informazione che modifica una carta archeologica: non aggiunge semplicemente un punto sulla mappa, ma cambia la percezione dello spazio fra quelli già conosciuti.

Il futuro costruito sopra il passato

La vicenda pone infine una questione che riguarda Israele contemporaneo tanto quanto il mondo antico: come costruire nuove città in un Paese nel quale il patrimonio archeologico si trova spesso esattamente sotto i luoghi destinati allo sviluppo?

Kiryat Gat è una città in crescita e Carmei Gat è uno dei fronti della sua espansione. Il ritrovamento non ha quindi avuto luogo in un sito isolato, preservato nel paesaggio per millenni, ma nel punto d’incontro fra archeologia e urbanizzazione.

La scelta di trasferire il mikveh rappresenta una delle possibili risposte a questa tensione. Non lascia il reperto esattamente dove è stato trovato, ma evita che venga perduto e consente al progetto urbano di proseguire.

È una soluzione che comporta inevitabilmente una trasformazione del rapporto fra reperto e luogo: un monumento archeologico non è soltanto materia, ma anche contesto. Per questo il progetto prevede di mantenerlo il più vicino possibile alla sua collocazione originale.

Una storia che non era scomparsa: era sotto terra

Nel 2020 un altro mikveh, scoperta presso il kibbutz Hanaton in Galilea, era stata sottoposta a un’operazione analoga per salvarla dalla costruzione di una nuova intersezione stradale. Anche in quel caso la struttura venne estratta e trasferita.

Ma il caso di Kiryat Gat aggiunge qualcosa di diverso. Qui non è soltanto una struttura religiosa a essere stata salvata: è un’intera comunità a essere stata resa visibile.

Il mikveh non restituisce nomi, volti o racconti individuali. Restituisce qualcosa di più silenzioso e, proprio per questo, prezioso: la prova materiale che in questo territorio, duemila anni fa, vivevano ebrei che organizzavano la propria vita secondo pratiche religiose riconoscibili.

Oggi sopra quel passato sta per sorgere un quartiere nuovo. La gru che ha sollevato la vasca ha compiuto, in senso letterale, un’operazione di traslazione. Ma il significato dell’intervento è più ampio: la città contemporanea non ha dovuto scegliere fra il proprio futuro e il proprio passato; almeno in questo caso, ha scelto di farli convivere.