di Davide Cucciati
Nel gennaio 1945, mentre l’Armata Rossa avanzava verso Auschwitz, Josef Mengele lasciò il campo insieme al personale delle SS. Il medico che aveva partecipato alle selezioni dei deportati destinati alle camere a gas e condotto esperimenti sui prigionieri, sarebbe riuscito a sottrarsi alla giustizia per il resto della sua vita.
Negli ultimi mesi della guerra Mengele finì prigioniero degli americani. Nell’agosto 1945 venne rilasciato: le autorità statunitensi non si accorsero che il suo nome figurava già tra quelli dei criminali di guerra ricercati. Per alcuni anni visse sotto falso nome in Baviera, mantenendo i rapporti con la famiglia, che contribuì economicamente alla sua fuga. Nel luglio 1949 raggiunse l’Argentina.
A Buenos Aires la clandestinità divenne progressivamente meno necessaria. Nel 1956 ottenne la cittadinanza argentina con il nome di José Mengele. Tre anni dopo, quando seppe che la Germania occidentale lo stava cercando, si trasferì in Paraguay, dove ottenne un’altra cittadinanza. Nel maggio 1960 il rapimento di Adolf Eichmann in Argentina da parte dell’intelligence israeliana cambiò nuovamente la situazione: Mengele comprese di poter essere a sua volta un obiettivo e lasciò il Paraguay. Sarebbe riuscito a nascondersi in Brasile fino alla morte, avvenuta nel 1979.
È proprio in questi anni, mentre la caccia al medico di Auschwitz si spostava tra Europa e Sudamerica, che nella sua storia compare più volte la Svizzera.
Dal 10 settembre è possibile ricostruire alcuni di quegli episodi attraverso un dossier di 217 pagine conservato presso l’Archivio federale e pubblicato online dal Servizio delle attività informative della Confederazione (SIC). Il fascicolo raccoglie materiale di natura diversa: documenti della Polizia federale, corrispondenza tra uffici, segnalazioni, informazioni provenienti dall’estero e numerosi ritagli di stampa. Alcuni passaggi sono oscurati; a tal proposito, il SIC ha spiegato che gli omissis sono stati mantenuti per proteggere fonti e dati personali di terzi.
Il dossier era sottoposto a un termine di protezione archivistica fino alla fine del 2071. Nel febbraio 2026 il SIC aveva respinto una richiesta di consultazione presentata da uno storico. La decisione era stata impugnata davanti al Tribunale amministrativo federale e, nel corso della procedura, era emerso che il fascicolo faceva parte della documentazione esaminata dalla Commissione indipendente d’esperti Svizzera-Seconda guerra mondiale, la cosiddetta Commissione Bergier. Per quei documenti una decisione del Consiglio federale del 2001 prescriveva una politica di accesso liberale.
Dall’Argentina alla pista svizzera
Nel 1956 Mengele trascorse un periodo nel Comune elvetico di Engelberg insieme ad alcuni familiari.
Il 5 giugno 1959, la procura tedesca di Friburgo in Brisgovia aveva emesso un mandato d’arresto nei confronti di Mengele. Le nuove carte permettono di seguire più precisamente ciò che accadde in Svizzera nell’estate successiva.
Il 9 agosto 1960 venne redatta a Berna una nota relativa a una notizia apparsa pochi giorni prima sull’Allgemeine Wochenzeitung der Juden in Deutschland. Le informazioni indicavano come possibile rifugio del medico nazista il Brasile o, forse, proprio la Svizzera.
Due giorni dopo il Dipartimento politico federale trasmise alla Procura federale una comunicazione riservata proveniente dalla rappresentanza della Germania occidentale. Bonn, si legge nel documento, cercava da anni di ottenere dall’Argentina l’estradizione di Mengele. Durante il governo di Juan Domingo Peron le richieste non avevano ricevuto risposta; quando il nuovo governo argentino si era mostrato disposto a collaborare, era risultato che Mengele non si trovava più nel Paese.
L’informazione sulla possibile presenza in Svizzera veniva definita dagli stessi funzionari elvetici “estremamente vaga”. Fu comunque ritenuta abbastanza importante da essere verificata.
Il 15 agosto la Polizia federale propose di diramare una segnalazione volta a rintracciare Mengele qualora si trovasse effettivamente in territorio svizzero.
Kloten, 1961
Nel 1961 l’attenzione si spostò sui familiari.
Marta Maria Mengele, vedova di Karl Mengele, fratello di Josef, aveva sposato il cognato nel 1958. Nel 1961 risultava residente a Kloten, nei pressi di Zurigo. La presenza della donna in Svizzera alimentò il sospetto che attraverso di lei fosse possibile arrivare al marito.
Una nota della Polizia federale del 26 giugno 1961 ricostruisce le informazioni allora disponibili. Ricorda il mandato d’arresto tedesco del 5 giugno 1959 e registra diversi nomi legati alla latitanza di Mengele. Nelle carte compare inoltre una segnalazione secondo la quale il medico avrebbe potuto trovarsi ad Ascona sotto il nome di “Dr. Merck”.
Anche la posizione di Martha attirò l’attenzione delle autorità. I documenti indicano che avrebbe dovuto lasciare la Svizzera entro il 31 luglio 1961.
I documenti mostrano attività investigative e provvedimenti amministrativi intorno alla famiglia, ma non dimostrano che Josef Mengele fosse a Kloten. È un punto sul quale la stessa documentazione ufficiale svizzera invita alla prudenza: le verifiche condotte successivamente negli archivi non hanno permesso di stabilire che il medico si trovasse a Zurigo nel 1961 né che le autorità avessero avuto una concreta possibilità di arrestarlo.
La rete familiare svizzera sarebbe però tornata nelle indagini pochi anni dopo.
Il visitatore del Monte Rosa
Tra le 217 pagine del dossier, in larga parte composto anche da materiale di stampa, un episodio del 1964 è stato riportato all’attenzione dal giornalista Christoph Bernet, che il 12 settembre ne ha scritto sul quotidiano online svizzero Watson. Bernet ha individuato una nota della Polizia federale datata 2 giugno 1964 e il rapporto che vi era allegato. Le carte raccontano la comparsa, poche settimane prima, di un misterioso visitatore all’Institut Monte Rosa di Territet-Montreux.
L’esame diretto dei documenti consente di ricostruire l’episodio con numerosi particolari.
Al Monte Rosa studiava allora Karl-Heinz Mengele, nato nel 1944. Era figlio di Karl Mengele e di Martha. Dopo la morte di Karl, la madre aveva sposato Josef: Karl-Heinz era, quindi, allo stesso tempo nipote e figliastro dell’uomo ricercato.
La mattina del 14 maggio 1964 alla scuola si presentò senza appuntamento un uomo che disse di chiamarsi Socker. La successiva nota della Polizia federale lo indica come proveniente da Tel Aviv o Gerusalemme e lo descrive come un uomo di circa 33 anni, di media statura, magro, con capelli neri pettinati in avanti e capace di parlare tedesco. Si presentava come studente.
Non potendo essere ricevuto quella mattina, telefonò nuovamente. Alla segretaria che gli chiedeva quale fosse il motivo della visita rispose, dopo qualche esitazione, che si trattava di una “questione medica”.
Tornò nel pomeriggio, verso le 15.30. A quel punto, racconta il rapporto, “fece uscire il gatto dal sacco”, un modo di dire tedesco equivalente al nostro “vuotò il sacco”. La questione medica scomparve. Socker era lì per Josef Mengele. Disse che il medico di Auschwitz veniva cercato da diciannove anni e che ancora non si era riusciti a trovarlo.
Il visitatore aveva costruito intorno a sé una piccola biografia. Sosteneva di essere studente di Storia all’Università di Gerusalemme, di essere sposato e che la moglie fosse medico nella stessa città. Come proprio campo d’interesse storico indicò il periodo del dominio turco sulla Terra d’Israele. Aveva inoltre portato i saluti di Joseph Linton, che il rapporto indica come ex ambasciatore israeliano a Berna, allora residente a Londra.
Chi redasse il documento non sembra essere rimasto particolarmente impressionato dalla copertura. Al punto otto del rapporto compare un giudizio di appena due parole: “Cattivo bugiardo”.
“Servizio segreto israeliano”
La parte più interessante del colloquio arrivò quando all’uomo venne chiesto direttamente se appartenesse ai servizi segreti israeliani.
Socker inizialmente negò. Poco dopo, la conversazione riguardò quale rapporto avesse quello che nel documento viene chiamato “Congresso ebraico mondiale” con la ricerca di Mengele. La nota della Polizia federale del 2 giugno riassume l’accaduto in maniera ancora più esplicita: messo alle strette, Socker avrebbe ammesso di lavorare per il servizio segreto israeliano.
Il fascicolo non contiene una conferma indipendente dell’identità di Socker e non consente di identificarlo con certezza come agente del Mossad. Anche Bernet, nel ricostruire la vicenda su Watson, parla prudentemente di un’operazione “verosimilmente” riconducibile al servizio israeliano.
Che Israele stesse cercando Mengele in quegli anni è invece certo. La cattura di Eichmann nel 1960 aveva spinto lo stesso Mengele a lasciare il Paraguay per timore di essere raggiunto dagli israeliani. Il documento svizzero aggiunge a quella storia un episodio circoscritto e finora poco conosciuto: nella primavera del 1964 un uomo proveniente da Israele cercò di avvicinarsi alla famiglia di Mengele in Svizzera e, secondo il rapporto conservato dalla Polizia federale, finì per riconoscere un legame con l’intelligence israeliana.
Il suo obiettivo emerge con altrettanta chiarezza dal rapporto.
Socker sosteneva che Martha sapesse dove si trovava Josef, ma non volesse rivelarlo. Voleva perciò capire se interrogando Karl-Heinz fosse possibile ottenere dal ragazzo informazioni sul luogo in cui viveva il precedente patrigno. Le carte documentano il tentativo di verificare se il giovane potesse costituire una strada per arrivare a Mengele.
Gli interlocutori svizzeri gli fecero presente che qualsiasi attività di spionaggio e intelligence svolta nel Paese ricadeva nell’ambito della legislazione penale. Gli dissero inoltre che la vicenda Mengele a Montreux era già nelle mani della polizia di sicurezza di Losanna. Socker replicò che generalmente un’indagine condotta da terzi non avrebbe avuto successo e annunciò che avrebbe telefonato nuovamente entro sei-otto settimane.
Nessuna di queste strade portò a Mengele.
Il medico di Auschwitz trascorse il resto della sua vita nascosto nei pressi di San Paolo con l’aiuto della famiglia e sotto falsa identità. Il 7 febbraio 1979 fu colpito da un ictus mentre nuotava vicino a Bertioga e annegò. Venne sepolto sotto il nome di Wolfgang Gerhard. Solo nel 1985 le indagini portarono alla sua tomba; nel 1992 l’esame del DNA confermò definitivamente l’identificazione dei resti.



