Esclusa da un festival per le sue posizioni su Israele: 352 firme in difesa di Ariana Harwicz

Personaggi e Storie

di Nina Deutsch

La scrittrice ebrea argentina avrebbe dovuto partecipare al festival CULTUR-ALH di Granada. Dopo le proteste di alcuni attivisti universitari, l’invito è stato ritirato. L’Università di Granada prende le distanze dalla decisione e difende pluralismo e libertà di espressione.

Una notizia che non si dovrebbe più essere costretti a leggere. E che, ancora una volta, porta alla luce un clima culturale nel quale il dissenso rischia di diventare una colpa.

Succede in Spagna, dove la scrittrice ebrea argentina Ariana Harwicz, inserita nella longlist del Man Booker International Prize 2018, è stata esclusa dal CULTUR-ALH, il Festival Internacional de Arte, Literatura y Humanidades organizzato a Granada. Avrebbe dovuto partecipare il 26 settembre a un incontro dedicato alla sua opera. L’invito è stato però ritirato dopo le proteste di alcuni attivisti universitari per le sue posizioni su Israele.

La vicenda ha rapidamente superato i confini del festival. Sono infatti 352 le personalità del mondo della cultura che hanno firmato una lettera per chiedere chiarimenti agli organizzatori e un pubblico risarcimento per Harwicz, la scrittrice pubblicata in Italia da Ponte Alle Grazie. Tra i firmatari figurano il filosofo spagnolo Fernando Savater, l’ex primo ministro francese Manuel Valls e diversi scrittori premiati.

La questione, in fondo, non riguarda soltanto una scrittrice e un invito cancellato. Riguarda il confine, sempre più delicato, tra contestare un’opinione ed escludere chi la esprime.

Harwicz ha assunto pubblicamente posizioni molto nette. Si è dichiarata contraria ai boicottaggi culturali nei confronti di scrittori e artisti israeliani, che considera una forma di «antisemitismo», e ha respinto le accuse di genocidio rivolte a Israele. Posizioni che si collocano in un contesto politico particolarmente acceso: il governo spagnolo è tra i più critici nei confronti di Israele in Europa e il primo ministro Pedro Sánchez ha definito Israele uno «stato genocida». Sul piano internazionale, la Corte Internazionale di Giustizia sta esaminando le accuse di genocidio contro Israele e non ha ancora emesso una sentenza definitiva.

VIDEO: https://www.youtube.com/watch?v=Qlxr71I_7qc

Al centro della difesa di Harwicz c’è la libertà di espressione. È proprio questo il punto sottolineato dai 352 firmatari della lettera, diffusa dalla Federazione delle Comunità Ebraiche di Spagna. Il documento contesta infatti l’idea che una persona possa essere estromessa dalla vita culturale a causa delle proprie opinioni.

«Questa dichiarazione non pretende che nessuno condivida le opinioni di Ariana Harwicz», si legge nella petizione. «Richiede qualcosa di più fondamentale: che nessuno venga escluso dalla vita culturale per aver espresso le proprie idee e che nessun disaccordo si trasformi in una condanna personale».

Anche John Banville, il celebre scrittore irlandese che avrebbe dovuto essere ospite d’onore del festival, ha deciso di rinunciare alla propria partecipazione dopo la cancellazione dell’invito a Harwicz.

La scrittrice aveva raccontato per prima la vicenda attraverso un post su X, sostenendo che gli organizzatori avessero «ceduto alle pressioni dei militanti» e al «terrorismo».

A chiedere al festival di riconsiderare la sua partecipazione era stata la Rete Universitaria per la Palestina, una piattaforma che riunisce studenti e personale universitario spagnolo e che ha una sede anche a Granada. Il gruppo ha ammesso di aver presentato la richiesta, ma ha negato di avere rivolto minacce o incitato ad azioni contro la scrittrice.

«Critichiamo le posizioni pubbliche, non le identità», ha scritto la Rete su X, aggiungendo che «etichettare come antisemita qualsiasi critica allo Stato di Israele, al boicottaggio o alla denuncia del genocidio banalizza il vero antisemitismo».

Da parte sua, Ana Gallego Cuiñas, una delle direttrici del festival e docente dell’Università di Granada, ha confermato che l’invito è stato ritirato in seguito alle richieste provenienti dalla comunità universitaria.

Intervistata dal quotidiano argentino Infobae, ha spiegato che la decisione sarebbe maturata nel quadro degli «impegni istituzionali della scuola nei confronti della Palestina e dei diritti umani». E ha aggiunto: «È altamente improbabile che saremmo stati in grado di discutere dei suoi libri se ci fossero state delle manifestazioni».

Ma proprio sull’attribuzione della responsabilità della scelta interviene con chiarezza l’Università di Granada.

In un comunicato del 19 settembre, l’ateneo precisa che la decisione di ritirare l’invito è stata presa dalla direzione del festival «nell’esercizio delle proprie funzioni di programmazione» e che non è stata «adottata, approvata o avallata dal Consiglio di Amministrazione dell’Università di Granada».

L’Università aggiunge inoltre di non condividere la decisione e rivendica il ruolo dell’istituzione accademica come luogo nel quale anche le opinioni scomode devono poter essere discusse.

«Un’università pubblica deve essere uno spazio aperto al pensiero critico, allo scambio di idee e all’espressione di punti di vista diversi, anche quando dissenzienti o controversi», afferma l’ateneo, ribadendo il proprio impegno per «la libertà di espressione e di creazione, il pluralismo, il rispetto per la diversità di idee e il dialogo».

Comunicato dell’UGR sulla partecipazione di Ariana Harwicz al Festival CULTUR-ALH       

La vicenda spagnola riapre così una domanda che dovrebbe essere elementare, soprattutto quando si parla di università, letteratura e cultura: è davvero necessario condividere le idee di qualcuno per accettare che abbia diritto a esprimerle? Non è un interrogativo isolato. Anche in Italia non sono mancati episodi nei quali la posizione assunta da scrittori, artisti o associazioni sulla guerra di Gaza ha provocato esclusioni, contestazioni o richieste di esclusione.  È accaduto, in contesti molto diversi, con Erri De Luca e con Keshet. Non sono vicende identiche, né necessariamente sovrapponibili. Ma tutte riportano al medesimo punto: può un’opinione diventare una ragione per togliere a qualcuno il diritto di esserci e di parlare? È una domanda che non richiede di scegliere una parte per essere posta. Forse, anzi, il valore del pluralismo si misura proprio quando a parlare è qualcuno di cui non si condivide il pensiero.