di Anna Balestrieri
Per decenni ha esplorato l’induismo, il sufismo e il buddhismo, alla ricerca di una verità spirituale. Poi, quasi per caso, ha scoperto che i genitori, sopravvissuti alla Shoah, le avevano nascosto le proprie origini ebraiche per proteggerla. Oggi, trasferitasi a Gerusalemme, la pittrice americana Barbara Hines racconta attraverso le proprie opere il ritorno a un’identità familiare rimasta a lungo nell’ombra.
La storia di Barbara Hines comincia con un segreto. Un segreto custodito per decenni da due genitori che, dopo essere riusciti a sopravvivere alla persecuzione nazista, avevano scelto di non raccontare alle figlie la propria appartenenza ebraica. Non per rinnegare le proprie origini, ma nella convinzione che nasconderle fosse l’unico modo per garantire alle bambine un futuro al riparo dall’antisemitismo.
Oggi, a Gerusalemme, Hines ha trasformato quella vicenda familiare in una ricerca artistica e spirituale. La sua nuova mostra, Jerusalem in My Soul, allestita al Museo Moshe Castel di arte ebraica e israeliana a Ma’ale Adumim e visitabile fino alla fine dell’anno, raccoglie opere dedicate a Israele, alla città santa e alle narrazioni bibliche. Un percorso che racconta non soltanto il rapporto con una terra, ma anche la riscoperta di un’appartenenza che sembrava perduta.
«Non avrei permesso a Hitler di decidere il mio futuro, la mia religione e il mio percorso di vita», ha raccontato Hines al Times of Israel. Una frase che riassume il significato di una scelta maturata lentamente, dopo un’esistenza trascorsa a esplorare tradizioni religiose diverse e a interrogarsi sul senso della spiritualità.
Una famiglia ebrea nascosta dietro una facciata cristiana

Nata in Germania, Hines è figlia di Rolf Otto Julius Fritzsche e Ursula, entrambi sopravvissuti alla persecuzione nazista. Il padre era stato espulso dalla Luftwaffe quando le autorità avevano scoperto che sua madre era ebrea. Arrestato insieme ad altri sei uomini e rinchiuso in una cella angusta, aveva raccontato alla famiglia di essere stato imprigionato per aver criticato pubblicamente Adolf Hitler. La sua identità ebraica era rimasta fuori dal racconto.
La fuga dalla prigione fu rocambolesca. Mentre un gruppo di detenuti veniva condotto nel bosco per essere fucilato, Fritzsche riuscì a sottrarsi ai nazisti. A nasconderlo e aiutarlo fu Ursula, che sarebbe diventata sua moglie e che aveva a sua volta origini ebraiche per parte materna. In pubblico, i due si presentavano come cristiani, cercando di non attirare l’attenzione.
Dopo la guerra la famiglia emigrò in Australia. Le figlie crebbero in un ambiente prevalentemente cristiano, frequentando la scuola domenicale metodista e le lezioni bibliche. La madre disseminava la casa di croci, benché la famiglia non fosse particolarmente praticante.
La verità emerse soltanto quando Barbara, dopo la laurea all’Università di Sydney, decise di tornare in Germania per visitare alcuni parenti. Prima della partenza, il padre volle raccontarle le proprie origini, affinché non fosse qualcun altro a farlo al suo posto. Le disse di avere una madre ebrea e di essere quindi per metà ebreo. La giovane, tuttavia, non comprese immediatamente il significato di quella rivelazione. La storia familiare era stata nascosta così a lungo che persino la sua prima comunicazione non riuscì a trasformarsi subito in una consapevolezza identitaria.
Dall’induismo al buddhismo, una ricerca senza approdo
Nel frattempo, Hines aveva intrapreso un percorso intellettuale e spirituale molto diverso. Durante gli studi universitari si era interessata alla religione comparata, maturando una crescente insoddisfazione nei confronti del cristianesimo. Le sue domande l’avevano condotta prima allo yoga e all’induismo, poi al sufismo, la corrente mistica dell’Islam, che aveva approfondito per diversi anni.
Il passaggio successivo era stato il buddhismo, al quale aveva dedicato oltre vent’anni. Aveva studiato il tibetano, collaborato con organizzazioni legate al Dalai Lama e partecipato a progetti destinati alle comunità buddhiste dell’India settentrionale.
In quegli anni aveva conosciuto Gerald, il futuro marito, durante una vacanza a Montecarlo. Trasferitasi con lui negli Stati Uniti, aveva condiviso una vita internazionale, scandita dagli spostamenti legati all’attività immobiliare del marito. La famiglia si era successivamente stabilita a Londra, dove i due figli, Trevor e Serena, avevano frequentato la Westminster School, un istituto situato nel cuore della tradizione anglicana britannica.
Fu proprio attraverso il figlio che il passato ebraico della famiglia tornò a manifestarsi.
Trevor, dopo aver approfondito alcune questioni teologiche a scuola, annunciò un giorno alla madre di voler diventare ebreo. Hines accolse la decisione con apertura: ciò che le importava era che il ragazzo trovasse una propria relazione con il divino. Cominciò così ad aiutarlo concretamente, organizzando cene di Shabbat, accompagnandolo in sinagoga e mettendolo in contatto con una comunità Chabad locale.
La sua conoscenza del tedesco si rivelò particolarmente utile quando il figlio iniziò a studiare testi in ebraico, inglese e yiddish. La madre lo aiutava a tradurre, avvicinandosi progressivamente a pratiche e tradizioni che fino a quel momento aveva considerato estranee.
Un giorno, entrando nella stanza di Trevor, lo trovò con i tefillin (gli astucci contenenti i brani della Torah che gli uomini ebrei indossano durante la preghiera). La scena la sorprese al punto da indurla a chiedersi, scherzando con il marito, che cosa avrebbero dovuto fare di fronte a quella nuova situazione. Gerald le rispose che forse sarebbe toccato proprio a lei diventare ebrea.
La rivelazione della nonna: 86 parenti uccisi nella Shoah
La svolta arrivò quando Trevor telefonò alla nonna materna in Australia per comunicarle la propria intenzione di convertirsi all’ebraismo. La risposta della donna, pronunciata in un tedesco ancora molto marcato, fu inattesa: anche sua madre e sua nonna erano ebree.
A quel punto, il figlio si rivolse alla madre facendole notare che, in realtà, anche lei era ebrea.
La nonna raccontò allora una parte della storia che aveva tenuto nascosta per tutta la vita. Ottantasei suoi parenti erano stati assassinati durante la Shoah. Lei stessa era sopravvissuta a un bombardamento perché, caduta tra le prime vittime, era rimasta protetta dai corpi dei morti e dei feriti che le erano precipitati sopra.
Era la prima volta che parlava apertamente di quella tragedia.
Per Hines, la rivelazione significò finalmente comprendere il senso delle parole del padre, pronunciate tanti anni prima. Ma soprattutto comportò una scelta personale: non lasciare che la persecuzione nazista continuasse a determinare, attraverso il silenzio e la paura, l’identità delle generazioni successive.
«Ho deciso che non avrei lasciato che Hitler scegliesse il mio futuro, la mia religione e il mio cammino», racconta. «Mi sono voltata e ho abbracciato completamente l’ebraismo».
Anche i figli intrapresero il proprio percorso nella vita ebraica. Il marito, invece, rimase legato alla tradizione unitariana, una confessione religiosa liberale fondata sulla ricerca di valori condivisi. La sua partecipazione alla nuova dimensione familiare fu tuttavia costante e affettuosa. Il venerdì sera, quando la moglie e i figli si recavano a piedi alla cena di Shabbat, Gerald li accompagnava in automobile, illuminando loro la strada con i fari. Era un modo discreto di condividere una scelta che non era la sua, senza trasformarla in una distanza. La sorella di Barbara, intanto, aveva cominciato a ricostruire la genealogia familiare e oggi è legata a una comunità Chabad in Australia.
La pittura come forma di appartenenza
La riscoperta delle origini ebraiche ha modificato profondamente anche il linguaggio artistico di Hines. La pittura era stata una presenza costante nella sua vita, attraverso studi e atelier a Londra, in Texas, in Colorado e persino a bordo dell’imbarcazione sulla quale viaggiava con la famiglia.
Inizialmente i suoi soggetti erano soprattutto paesaggi, fiori e ritratti. Con il passare degli anni, tuttavia, l’attenzione si è progressivamente spostata verso Israele, Gerusalemme e le storie della Bibbia.
Uno dei progetti più originali nacque quando l’artista viveva ancora negli Stati Uniti e desiderava dipingere i paesaggi israeliani. Chiese ad alcuni conoscenti di inviarle della terra raccolta nei giardini di Gerusalemme, che avrebbe poi mescolato ai colori. Non voleva soltanto rappresentare Israele, ma incorporarne materialmente una parte nelle proprie opere. La terra diventava così pigmento e materia pittorica, un modo per rendere tangibile un legame che fino a quel momento era esistito soprattutto nella memoria familiare.
Tra i suoi lavori figurano una mostra dedicata a Giuseppe e ai suoi fratelli, un progetto sul ciclo della vita presentato alla Biennale di Gerusalemme del 2019 e un’esposizione di lunga durata al Dallas Holocaust and Human Rights Museum. In ciascuna di queste esperienze, il racconto biblico e la memoria storica si sono intrecciati con la ricerca di un linguaggio visivo personale.
Gerusalemme, l’ultima tappa di un lungo viaggio
Dopo la morte di Gerald, nel 2020, Hines si era trasferita temporaneamente in Florida. La decisione di stabilirsi a Gerusalemme è arrivata in seguito, come un nuovo capitolo di una storia personale che sembrava condurre verso un luogo rimasto a lungo sullo sfondo.
Anche la sua vita affettiva ha trovato una nuova direzione nella città. In occasione del primo appuntamento con il rabbino e studioso Natan Ophir, Hines gli aveva chiesto di accompagnarla in una galleria d’arte a Ma’ale Adumim, dove lui viveva. Ophir aveva organizzato una visita al Museo Moshe Castel, durante la quale l’artista era stata accolta calorosamente dai responsabili dell’istituzione. Da quell’incontro è nata la collaborazione che ha portato alla nuova mostra. I due si sono sposati a Gerusalemme nel maggio 2026.
Ophir, che da tempo si occupa di meditazione e yoga ebraici, condivide con la moglie un interesse per la filosofia religiosa e la riflessione spirituale. Un terreno di confronto che sembra riunire, in una sintesi originale, alcune delle esperienze che hanno accompagnato Hines durante tutta la sua vita.
La mostra Jerusalem in My Soul rappresenta così molto più di una raccolta di dipinti dedicati alla città. È il punto d’arrivo di un itinerario che attraversa la storia familiare, la persecuzione, la ricerca religiosa e la riscoperta di un’identità.
Hines descrive il proprio trasferimento in Israele con un’espressione che unisce ironia e commozione: anche i suoi dipinti, dice, hanno fatto aliyah, il termine ebraico che indica l’immigrazione in Israele.
Dopo una vita trascorsa a cercare la propria strada attraverso le tradizioni spirituali del mondo, la pittrice ha trovato nell’ebraismo non una nuova religione da scegliere, ma una storia da recuperare. E oggi, attraverso la pittura, quella storia ha finalmente trovato casa a Gerusalemme.



