Appunti Parashà a cura di Lidia Calò
Nella preghiera non ci limitiamo a parlare: siamo anche destinatari di parole e diventiamo strumenti attraverso cui esse vengono pronunciate. Dio — e le tradizioni della fede ebraica — parlano attraverso di noi. Le stesse parole che utilizziamo non sono nostre, ma appartengono a migliaia di anni di storia del nostro popolo, nel corso dei quali esso ha incontrato Dio e ha espresso la propria risposta.
In memoria di rav Hillel Moshè Sermoneta zl
Una scena della parashà di questa settimana ha lasciato un segno nella legge ebraica. Abramo ha mandato il suo servo a cercare una moglie per Isacco. Il servo trova Rebecca e la conduce con sé al ritorno. Il primo sguardo che Rebecca rivolge al suo futuro marito è significativo. Isacco è «uscito nel campo, verso sera, per meditare». È un’immagine appropriata.
Isacco è la figura silenziosa tra gli eroi del Tanach. Giacobbe e Mosè incontrano le loro future mogli presso un pozzo, dove compiono gesti di coraggio e gentilezza. Nel caso di Isacco, è Rebecca a compiere il gesto di gentilezza presso il pozzo — e Isacco stesso non è nemmeno presente. È invece sul posto il servo di suo padre che è stato mandato a cercarla.
Isacco è riservato, introverso, portato all’introspezione. Nel loro matrimonio è più spesso Rebecca la parte attiva. Meditare in un campo: questo è il gesto caratteristico di Isacco. È un uomo dalla psicologia complessa. Come potrebbe essere altrimenti? Legato e quasi ucciso quando era un giovane uomo, possiamo soltanto immaginare il segno che quel momento ha lasciato nella sua anima. Il risultato (poiché la Torà di solito ci offre soltanto indizi indiretti sui sentimenti interiori delle persone) è che egli rimane stranamente enigmatico. Sappiamo meno di lui che di quasi ogni altra figura della Genesi.
Il Talmud, più interessato all’halachà che alla psicologia, trae dal versetto una propria conclusione. La «meditazione» di Isacco era una preghiera. «Verso sera» significa nel pomeriggio. Se il comportamento di Isacco aveva implicazioni normative, significava che egli aveva istituito la preghiera di Minchà, la preghiera pomeridiana. Qual è il legame tra i patriarchi e la preghiera?
Il Talmud riporta un famoso disaccordo tra i Maestri sull’origine delle tre preghiere quotidiane. Erano state istituite come sostituzione dei sacrifici che un tempo venivano offerti nel Tempio? Oppure le loro origini risalivano ancora più indietro nella storia del popolo d’Israele?
È stato affermato: Rabbi Yose figlio di Rabbi Hanina disse: «Le preghiere furono istituite dai patriarchi». Rabbi Yehoshua figlio di Levi disse: «Le preghiere furono istituite per sostituire i sacrifici quotidiani».
È stato insegnato secondo l’opinione di Rabbi Yose figlio di Rabbi Hanina, ed è stato insegnato anche secondo l’opinione di Rabbi Yehoshua figlio di Levi.
È stato insegnato secondo l’opinione di Rabbi Yose figlio di Rabbi Hanina: Abramo istituì la preghiera del mattino, come è scritto: «E Abramo si alzò presto al mattino e andò nel luogo dove si era fermato»; e «fermarsi» significa pregare, come è scritto: «Allora Pinchas si alzò e pregò».
Isacco istituì la preghiera del pomeriggio, come è scritto: «E Isacco uscì a meditare nel campo verso sera»; e «meditare» significa pregare, come è scritto: «Una preghiera dell’afflitto quando viene meno e riversa davanti al Signore la propria meditazione».
Giacobbe istituì la preghiera della sera, come è scritto: «E incontrò [vayifga] un luogo»; e pegiah significa preghiera, come è scritto: «Perciò non pregare per questo popolo, non innalzare preghiere o suppliche per loro e non intercedere [tifga] presso di Me».
È stato insegnato secondo l’opinione di Rabbi Yehoshua figlio di Levi: Perché i Maestri hanno stabilito che la preghiera del mattino può essere recitata fino a mezzogiorno? Perché il sacrificio quotidiano del mattino poteva essere offerto fino a mezzogiorno. Rabbi Yehuda, tuttavia, afferma che può essere recitata fino alla quarta ora, perché il sacrificio quotidiano del mattino poteva essere offerto fino alla quarta ora.
E perché hanno stabilito che la preghiera del pomeriggio può essere recitata fino a sera? Perché l’offerta quotidiana del pomeriggio poteva essere presentata fino a sera. Rabbi Yehuda, tuttavia, afferma che può essere recitata soltanto fino alla metà del pomeriggio, perché l’offerta pomeridiana poteva essere presentata soltanto fino alla metà del pomeriggio.
E perché hanno stabilito che per la preghiera della sera non vi sia un limite? Perché le membra e il grasso degli animali sacrificati, che non erano stati consumati sull’altare durante la sera, potevano essere offerti per tutta la notte.
In questo disaccordo è in gioco qualcosa di più dell’halachà e della storia. La questione riguarda la natura stessa della preghiera.
Nell’ebraismo biblico esistevano due distinte tradizioni spirituali. Da una parte c’erano i patriarchi e i profeti. Erano, se possiamo esprimerci in questo modo, persone comuni dotate di doni straordinari — soprattutto il dono di poter parlare e ascoltare la voce di Dio. I patriarchi erano pastori. Anche Mosè lo era. Non indossavano abiti che indicassero una carica ufficiale. Vivevano lontano dalle città del loro tempo. Da soli — lontano dal rumore della civiltà urbana — ascoltavano e seguivano la parola di Dio. Pregavano secondo ciò che la situazione richiedeva. Non esistevano due preghiere uguali. Parlavanо dal profondo del loro essere a Colui che è la profondità di tutto l’Essere. Questa è la preghiera patriarcale e profetica.
Esisteva un altro tipo di personalità religiosa: il sacerdote. Egli indossava effettivamente abiti speciali che indicavano la sua funzione. Era un «uomo santo», separato dagli altri (questo è il significato originario della parola kadosh, «santo», nell’ebraismo). Per lui, avodà, il «servizio» divino, significava principalmente l’offerta di un sacrificio. Ogni aspetto dei sacrifici era soggetto a regole dettagliate e precise. I temidim, ovvero i sacrifici quotidiani, avevano il loro orario (mattina e pomeriggio), il loro luogo (il Santuario, e successivamente il Tempio) e un rituale definito con precisione, che non cambiava mai ed era sempre lo stesso.
La spontaneità, essenziale per il profeta, è disastrosa per il sacerdote. I due figli di Aronne, Nadav e Avihu, trascinati dall’impulso del momento, presentarono una propria offerta durante l’inaugurazione del Santuario e morirono per questo. Se il profeta rappresenta il «presente» della vita religiosa, il sacerdote rappresenta l’eternità. Essi parlano ad aspetti diversi dell’anima e a bisogni diversi della società. Senza spontaneità, lo spirito appassisce; senza struttura, precipita nel caos.
Senza i profeti, la fede d’Israele sarebbe invecchiata; senza i sacerdoti, non sarebbe mai riuscita a diventare il codice di una nazione.
La questione al centro del confronto tra Rabbi Yose figlio di Rabbi Hanina e Rabbi Yehoshua figlio di Levi era dunque questa: a quale di queste tradizioni apparteneva la preghiera? Ai patriarchi o ai sacerdoti? Alla supplica o al sacrificio? Al dialogo personale dell’anima o al culto collettivo della nazione?
Uno degli aspetti più straordinari e meno osservati dell’ebraismo è che ancora oggi manteniamo entrambe queste pratiche, perché recitiamo ogni Amidà (preghiera in piedi) due volte: una prima volta individualmente e in silenzio, e poi una seconda volta pubblicamente e collettivamente, come comunità (la «ripetizione dello Shaliach Tzibbur», cioè di colui che guida la preghiera).
La preghiera silenziosa appartiene al mondo di Abramo, Isacco e Giacobbe, di Rachele e Channà: è privata, personale e può includere (entro determinati limiti halachici) richieste individuali. La ripetizione dello Shaliach Tzibbur segue la logica dei sacrifici (ed è per questo che non esiste una ripetizione nel caso del Maariv, il servizio serale, perché nel Tempio non c’era un sacrificio notturno). In questo modo conserviamo entrambe le tradizioni, quella patriarcale e quella sacerdotale.
Altrettanto significativo è il diverso carattere delle preghiere, dovuto alle diverse personalità e alle diverse storie dei patriarchi.
Il mio predecessore, il compianto Lord Jacobovits, di benedetta memoria, era solito far notare che la posizione del sole nelle diverse fasi della giornata rispecchiava quella dei patriarchi stessi. Al mattino il sole si trova a est — e Abramo iniziò la sua vita a est, a Ur dei Caldei, cioè in Mesopotamia. Nel primo pomeriggio il sole è alto, al centro del cielo — e questo ci ricorda Isacco, che trascorse tutta la sua vita nella terra di Canaan, che in seguito sarebbe diventata Israele. Alla sera il sole si trova a ovest, proprio come Giacobbe, che terminò la sua vita a ovest, in esilio in Egitto.
Anche l’atmosfera caratteristica dei diversi momenti della giornata si riflette nelle vite dei tre padri. Abramo è il mattino: l’alba di una nuova fede. Fu lui a distruggere gli idoli di suo padre, riconoscendo le contraddizioni interiori del politeismo e del paganesimo. La sua esperienza religiosa cominciò con un viaggio lontano da casa, dal luogo in cui era nato e dalla casa di suo padre, verso una destinazione nuova e sconosciuta. Abramo rappresenta l’inizio: un nuovo capitolo nella storia religiosa dell’umanità.
Isacco è il pomeriggio. Non c’è nulla di spettacolare nel pomeriggio; non c’è alcun cambiamento qualitativo dal buio alla luce o dal giorno alla notte. C’è invece una transizione lenta, uno spostamento quasi impercettibile. Isacco è il ponte tra il giorno e la notte, e tra le vite di Abramo e Giacobbe, entrambe ricche di avvenimenti drammatici. La sua vita è relativamente tranquilla e passiva. Non è lui a determinare principalmente gli eventi. Eppure, senza un ponte, non possiamo passare da un territorio all’altro. Se Abramo è l’iconoclasta, Isacco rappresenta il tranquillo coraggio della continuità, senza il quale l’intero progetto dell’alleanza morirebbe.
Giacobbe è la notte. Di notte vede la sua grande visione della scala e degli angeli. Di notte lotta con un avversario sconosciuto. Termina i suoi giorni in esilio, all’inizio della lunga e oscura notte della schiavitù. La grande forza di Giacobbe è che non si arrende. Nasce tenendo il tallone di suo fratello. Si rifiuta di lasciare andare lo straniero che lotta con lui. Se Abramo rappresenta l’originalità e Isacco la continuità, allora Giacobbe rappresenta la tenacia.
Anche i verbi associati a ciascuno di loro sono diversi. Abramo «si alza presto al mattino» e «si ferma». Quando si tratta di pregare, è lui a prendere l’iniziativa. Pur riconoscendo di essere «polvere e cenere», pronuncia comunque la preghiera più audace di tutti i tempi: «Il Giudice di tutta la terra non farà forse giustizia?». Questa è la preghiera intesa come Amidà.
Giacobbe, al contrario, «incontra». Non è lui a cercare Dio durante la sua fuga da casa, ma è Dio che cerca lui. L’espressione che la Torà utilizza appena prima che Giacobbe abbia la visione della scala degli angeli è vayifga ba-makom, che nell’ebraico rabbinico potrebbe essere interpretata come: «Si imbatté in Dio». Ci sono esperienze spirituali che viviamo proprio quando meno ce le aspettiamo — quando siamo soli, impauriti, e stiamo pensando a tutt’altro.
Questa fu la visione di Giacobbe della preghiera.
Non tutto, nella vita dello spirito, è sotto il nostro controllo. Le grandi esperienze trasformative — l’amore, un’improvvisa percezione della bellezza, un’ondata di felicità — accadono in modo imprevedibile e ci lasciano, per usare la famosa espressione di Wordsworth (poeta inglese 1770-1850), «sorpresi dalla gioia». La grandezza dell’epifania di Giacobbe sta nel fatto che avvenne di notte, nel mezzo della paura e della fuga. Questa è la preghiera come pegiah.
Esiste un terzo tipo di preghiera. Isacco sta «meditando» nel campo, ma la parola sichà nell’ebraico moderno significa non soltanto meditazione, ma anche, e soprattutto, conversazione. Quando il Talmud afferma, nel contesto di Isacco, ein sichà ela tefillah, potremmo tradurre questa espressione così: «La conversazione è una forma di preghiera» — e, in un senso profondo, è proprio così.
La preghiera è una conversazione (tra il cielo e la terra). Ma anche la conversazione è una preghiera, perché in una vera conversazione io mi apro alla realtà di un’altra persona. Entro nel suo mondo. Comincio a vedere le cose da una prospettiva che non è la mia. Nel contatto tra due esseri, entrambi cambiano.
Una vera conversazione umana è quindi una preparazione all’atto della preghiera e, in piccolo, ne rappresenta una versione. Perché nella preghiera io mi pongo in ascolto della presenza di Dio, ascoltando oltre che parlando, aprendomi a una realtà altra e infinitamente più vasta della mia, e come risultato divento una persona diversa.
La preghiera non è un monologo, ma un dialogo. Prima di ogni Amidà diciamo: «O Dio, apri le mie labbra e la mia bocca proclamerà la Tua lode». In un senso reale, quindi, nella preghiera non ci limitiamo a parlare: siamo anche destinatari di parole e diventiamo strumenti attraverso cui esse vengono pronunciate. Dio — e le tradizioni della fede ebraica — parlano attraverso di noi. Le stesse parole che utilizziamo non sono nostre, ma appartengono a migliaia di anni di storia del nostro popolo, nel corso dei quali esso ha incontrato Dio e ha espresso la propria risposta.
La preghiera è come un collegamento elettrico. Finché dura, diventiamo un canale attraverso il quale fluisce l’energia dell’universo (la creazione) e della storia ebraica (la redenzione), energia che facciamo nostra. Questa è la preghiera come sichà.
Esistono dunque tre modalità di spiritualità, e le sperimentiamo tutte nel corso di una sola giornata. C’è la ricerca umana (Abramo, la preghiera del mattino), l’incontro divino (Giacobbe, la preghiera della sera) e il dialogo (Isacco, la preghiera del pomeriggio).
È così che tre eventi nella vita dei patriarchi — il risveglio mattutino di Abramo, la meditazione di Isacco in un campo e la visione notturna di Giacobbe — sono diventati non soltanto avvenimenti del passato, ma possibilità permanenti per noi che seguiamo le loro orme: guidati dal loro precedente, sollevati dal loro esempio, arricchiti dal loro spirito e chiamati a raggiungere le loro stesse altezze.
Di rabbi Jonathan Sacks zzl



