di Anna Balestrieri
Un secolo dopo l’inaugurazione, la sinagoga di Maputo non è soltanto una reliquia del passato coloniale. È un laboratorio di continuità, nel quale la tradizione viene affidata di volta in volta a chi è disposto a farsi carico di un servizio, di una lezione, di una festività o della manutenzione di un tetto.
Nel cuore di Maputo, in Mozambico, lungo un’arteria che porta nel nome le fratture della storia coloniale e dell’indipendenza mozambicana, sorge un edificio raccolto, quasi appartato rispetto al traffico della capitale. È la sinagoga Honen Dalim, inaugurata nel 1926 e divenuta, un secolo dopo, il centro simbolico di una comunità ebraica composta da poche decine di famiglie.
La celebrazione del centenario, avvenuta a giugno, ha riunito autorità civili, rappresentanti religiosi, diplomatici e membri della congregazione. Tra gli ospiti anche il presidente mozambicano Daniel Chapo, accanto a esponenti cristiani e musulmani. Più che l’anniversario di un edificio, la cerimonia ha ricordato la sopravvivenza di una presenza minoritaria capace di attraversare colonialismo, guerra, socialismo e globalizzazione.
Una piccola comunità sulle rotte dell’oro
La storia ebraica del Mozambico precede la costruzione della sinagoga. Nel cimitero ebraico di Maputo, non lontano da Honen Dalim, le sepolture più antiche risalgono alla fine dell’Ottocento, quando la città si chiamava ancora Lourenço Marques ed era parte dell’impero portoghese.
L’espansione di Johannesburg, alimentata dalla corsa all’oro del Witwatersrand, trasformò il porto mozambicano in uno snodo commerciale decisivo per l’Africa australe. Mercanti e professionisti ebrei arrivarono dal Sudafrica, dal Portogallo, dal Marocco, dalla Gran Bretagna e dall’Europa orientale. Nel 1906 si organizzarono in una congregazione chiamata Honen Dalim, espressione ebraica che richiama la carità verso i poveri.
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All’inizio le preghiere si svolgevano nelle abitazioni private. La costruzione di una sede stabile maturò anche grazie all’incoraggiamento di Joseph Herman Hertz, futuro rabbino capo del Regno Unito, che durante un periodo di esilio dal Sudafrica passò alcuni giorni nella città.
La sinagoga nacque così dall’incrocio tra migrazioni, commerci e reti religiose internazionali: una storia africana, ma fin dall’origine profondamente globale.
Rifugio, segregazione e partenze

Nel corso del Novecento, la consistenza della comunità cambiò più volte. Durante la Seconda guerra mondiale, il Mozambico portoghese, appartenente a un Paese rimasto neutrale, offrì riparo a numerosi ebrei europei in fuga. Quella protezione, tuttavia, non coincise con una piena integrazione: i rifugiati incontrarono restrizioni economiche e discriminazioni religiose.
La vita quotidiana poteva rivelarsi aspra anche per le famiglie già radicate nel territorio. Manuela Soeiro, figura centrale del teatro mozambicano e membro storico della congregazione, ha ricordato le punizioni subite da bambina in un collegio cattolico per avere manifestato affetto al nonno ebreo.
Dopo il conflitto mondiale, molti lasciarono il Paese diretti verso un Sudafrica in rapida crescita economica. Fu il primo di diversi ridimensionamenti. Honen Dalim imparò presto che la continuità di una comunità non dipende soltanto dal numero dei suoi membri, ma dalla loro disponibilità a ricominciare.
L’indipendenza e il lungo silenzio
Il passaggio più difficile arrivò dopo il 1975, con l’indipendenza dal Portogallo e l’instaurazione di un governo socialista guidato da Samora Machel. Gli edifici religiosi vennero nazionalizzati; chiese, moschee e sinagoghe furono sottratte alle rispettive comunità.
Honen Dalim cessò di essere un luogo di culto e venne utilizzata come magazzino della Croce Rossa. Molti cittadini di origine portoghese lasciarono il Mozambico, volontariamente o sotto pressione, e con loro partirono anche numerose famiglie ebraiche. Nel frattempo, la guerra civile tra il governo e le forze anticomuniste devastò il Paese per quindici anni.
La posizione stessa della sinagoga sembra condensare questa stratificazione politica. L’Avenida 24 de Julho ricorda infatti due eventi opposti avvenuti nello stesso giorno a un secolo di distanza: il consolidamento del dominio portoghese su Maputo, nel 1875, e le nazionalizzazioni promosse da Machel nel 1975.
Per anni il luogo della preghiera rimase in piedi senza poter assolvere alla propria funzione, custodito più dalla memoria delle persone che dalle istituzioni.
La restituzione inattesa
Alla fine degli anni Ottanta, il destino dell’edificio cambiò grazie a un intervento singolare. Alkis Macropolous, imprenditore greco non ebreo, sollecitato da alcuni colleghi di Johannesburg, contribuì a impedire la demolizione della sinagoga. Fece inoltre pubblicare un annuncio sui giornali per rintracciare gli ultimi membri della comunità e invitarli a rivendicare il bene.
Con il tramonto del sistema socialista e il ritorno della libertà religiosa, la congregazione poté riappropriarsi dello spazio. Ma riaprire le porte non significava automaticamente ricostruire la vita comunitaria.
Quando l’avvocato statunitense Samuel Levy arrivò a Maputo nei primi anni Novanta, non c’erano abbastanza fedeli per formare regolarmente un minyan, il quorum richiesto per alcune preghiere pubbliche. Il sabato pomeriggio, ebrei e non ebrei si riunivano comunque per cantare insieme.
Era una liturgia informale, nata dall’assenza di strutture. Eppure proprio quella fragilità produceva una forma intensa di partecipazione: quando non esistono istituzioni capaci di garantire la tradizione, ogni gesto religioso diventa una responsabilità personale.
Un ebraismo costruito a mano
Negli anni successivi furono soprattutto i laici a mantenere viva Honen Dalim. Larry e Diane Herman, arrivati dagli Stati Uniti alla fine degli anni Novanta, prepararono un libro di preghiere in ebraico, inglese e portoghese. Organizzarono celebrazioni, importarono alimenti kosher dal Sudafrica e ospitarono seder di Pesach per decine di persone.
Quando Samuel Levy si trovava lontano, inviava registrazioni delle preghiere delle festività o faceva ascoltare il suono dello shofar per telefono. La distanza geografica veniva compensata con mezzi semplici, molto prima che le cerimonie online diventassero abituali.
La scarsità di fedeli impose anche scelte pragmatiche. In una comunità segnata da matrimoni misti e dalla partecipazione di persone non ebree, fu necessario stabilire regole inclusive senza rinunciare all’identità religiosa. Non c’erano organismi centrali cui delegare le decisioni: erano gli stessi membri a discutere come organizzare le funzioni, educare i bambini e accogliere chi desiderava avvicinarsi all’ebraismo.
A Maputo, l’appartenenza non è mai stata un dato acquisito: è un’attività da organizzare, finanziare e trasmettere.
Il tetto che cade e la comunità che ricostruisce
All’inizio degli anni Duemila l’edificio mostrava chiaramente i segni dell’abbandono. Il tetto era sorretto da pali, le pareti erano instabili e, durante le funzioni, non erano rare incursioni di animali dalle travi.
Una bat mitzvah celebrata nel 2009, la prima nel Paese, riportò l’attenzione sulla necessità di rendere la sinagoga nuovamente sicura e funzionale. La comunità ottenne il riconoscimento giuridico e la titolarità dell’edificio. Poco dopo, in vista di un bar mitzvah, avviò una ristrutturazione che da intervento limitato divenne un’opera complessiva.
Il costo superò largamente le previsioni, ma donazioni locali e internazionali permisero di completare i lavori. Nel 2013 la sinagoga venne nuovamente consacrata e ricevette un Sefer Torah kasher, fino ad allora assente.
La ricostruzione fisica coincise con una nuova legittimazione pubblica. Autorità civili e rappresentanti di altre confessioni parteciparono alla cerimonia, confermando il ruolo di Honen Dalim nel mosaico religioso del Mozambico.
La tolleranza come pratica civile
I membri della congregazione descrivono Maputo come una città generalmente aperta alla pluralità religiosa. La sinagoga aderisce al Consiglio delle religioni del Mozambico e intrattiene rapporti con leader musulmani e cristiani. In passato ha ospitato anche gruppi islamici interessati a conoscere pratiche e simboli ebraici.
Questa cultura del dialogo si è consolidata dopo la guerra civile, quando le organizzazioni religiose contribuirono alla pacificazione. La convivenza, nel contesto mozambicano, non viene presentata come semplice sopportazione dell’altro, ma come conoscenza attiva delle differenze.
Il quadro nazionale resta tuttavia complesso. Nel Nord del Paese opera da anni un’insurrezione jihadista che ha prodotto vittime e sfollamenti. A Maputo, però, la rete di collaborazione tra le fedi continua a essere percepita come un argine sociale all’estremismo.
Una sopravvivenza ancora fragile
Il centenario non cancella le difficoltà. Alle funzioni del venerdì sera possono partecipare tre persone come dodici. Manca un rabbino stabile, non esiste un mikveh e l’educazione religiosa dei più giovani dipende dalle competenze di pochi volontari.
La pandemia ha interrotto parte delle attività e ridotto la scuola domenicale. Inoltre, una quota rilevante dei fedeli è formata da diplomatici, cooperanti e professionisti stranieri, presenti nel Paese solo per periodi limitati. Le crisi economiche e la riduzione dei programmi internazionali possono quindi tradursi direttamente in una diminuzione dei membri.
Esiste al tempo stesso un interesse crescente da parte di mozambicani non ebrei che desiderano studiare o intraprendere un percorso di conversione. Ma senza strutture rabbiniche, insegnanti e servizi rituali adeguati, molte di queste aspirazioni restano sospese.
Il paradosso di Honen Dalim è di essere abbastanza viva da suscitare nuove domande, ma troppo piccola per poter rispondere da sola.
Il futuro custodito dai presenti
Durante la celebrazione del centenario, i bambini correvano nel giardino mentre gli adulti si scambiavano ricordi, preghiere e progetti. Alcuni ex membri, ormai residenti negli Stati Uniti o altrove, continuano a raccogliere fondi e a offrire sostegno a distanza. Chi lascia Maputo, spesso, non interrompe davvero il legame con la congregazione.
Per i viaggiatori ebrei che giungono in Mozambico per pochi giorni, per chi vi lavora alcuni anni e per chi ha scelto di restare, Honen Dalim continua a rappresentare una casa religiosa e culturale. Non possiede le risorse delle grandi comunità della diaspora, ma proprio questa scarsità sembra intensificare il senso di appartenenza.
Un secolo dopo l’inaugurazione, la sinagoga di Maputo non è soltanto una reliquia del passato coloniale. È un laboratorio di continuità, nel quale la tradizione viene affidata di volta in volta a chi è disposto a farsi carico di un servizio, di una lezione, di una festività o della manutenzione di un tetto.
La sua storia mostra che una comunità può sopravvivere anche senza numeri, potere o stabilità, purché qualcuno continui ad aprire la porta.



