di Pietro Baragiola
Frutto di decenni di ricerche accurate, la nuova mostra ripercorre la storia della Alfred W. Fleischer Memorial Synagogue, edificata nel 1929 grazie al contributo della comunità ebraica locale e degli stessi detenuti, e approfondisce il tema della libertà religiosa nelle carceri degli Stati Uniti.
I primi di luglio l’Eastern State Penitentiary di Philadelphia, l’ex penitenziario che ha ospitato anche il gangster Al Capone, ha inaugurato la mostra permanente “Freedom through Faith: Judaism at Eastern State and Beyond”, un’esposizione dedicata alla nascita della prima sinagoga costruita all’interno di una prigione americana.
Frutto di decenni di ricerche accurate, la nuova mostra ripercorre la storia della Alfred W. Fleischer Memorial Synagogue, edificata nel 1929 grazie al contributo della comunità ebraica locale e degli stessi detenuti, e approfondisce il tema della libertà religiosa nelle carceri degli Stati Uniti.
La storia della sinagoga

Fondato nel 1829 dai quaccheri, l’Eastern State Penitentiary è nato come il primo vero penitenziario moderno, basato sull’idea della riabilitazione attraverso la fede e l’isolamento. Sebbene l’istituto sia stato profondamente legato alla tradizione cristiana, già nell’Ottocento ospitava numerosi detenuti ebrei, molti dei quali immigrati, arrivati da poco negli Stati Uniti.
Secondo i curatori della mostra, è stato proprio il timore che questi prigionieri potessero essere convertiti durante la detenzione a convincere la comunità ebraica di Philadelphia a promuovere la costruzione di una sinagoga. Fino a quel momento, infatti, le funzioni religiose si erano svolte solo nell’ospedale del carcere.
La nuova esposizione prende il nome dal filantropo Alfred W. Fleischer, morto nel 1928 dopo aver sostenuto il progetto della sinagoga. Oltre ai finanziamenti arrivati dall’esterno, sono stati gli stessi detenuti a partecipare alla costruzione di questo luogo di culto e, negli anni Sessanta, anche alla sua ristrutturazione.
Dopo la chiusura del penitenziario nel 1971 e decenni di abbandono, la sinagoga è stata riscoperta durante alcuni scavi nel 2004 e restaurata cinque anni più tardi grazie a una raccolta fondi.
Gli ebrei che l’hanno visitata

La nuova esposizione non si limita però a raccontare la nascita di questo luogo di culto. Attraverso fotografie, documenti e lettere, ricostruisce anche le vicende dei numerosi detenuti ebrei che l’hanno frequentato.
“Volevamo raccontare la loro umanità più che i crimini per cui erano stati incarcerati” ha spiegato la curatrice Elizabeth Tinker alla Jewish Telegraphic Agency, sottolineando come la sinagoga rappresentasse uno dei pochi spazi di confronto all’interno di un carcere fondato sull’isolamento.
Tra le storie riportate emerge quella di Joseph Paull, forzuto circense ebreo che ha visitato il carcere negli anni Venti come intrattenitore e che, una volta terminati gli spettacoli, ha continuato a mantenere i contatti con molti detenuti, aiutandoli a trovare lavoro dopo la scarcerazione, sostenendoli nelle richieste di libertà vigilata e persino procurando loro carne kosher.
La ricerca ha anche riportato alla luce altri episodi poco conosciuti della vita ebraica all’interno del penitenziario: nel 1893 il rabbino italiano Sabato Morais è diventato il primo rabbino dell’istituto; inoltre, verso la metà dell’Ottocento in questo luogo è stato celebrato anche il primo brit milah dopo la nascita del figlio di una detenuta ebrea.
Secondo Josh Perelman, consulente scientifico del progetto del Weitzman National Museum of American Jewish History, la mostra dimostra come l’Eastern State Penitentiary abbia avuto un ruolo pionieristico nello sviluppo della libertà religiosa all’interno delle carceri americane, grazie anche alla collaborazione tra la comunità ebraica di Philadelphia e i detenuti.
“Il significato di questa esposizione non dovrebbe essere un tema controverso” ha concluso Perelman nella sua intervista rilasciata al sito Algemeiner. “È la storia di persone che cercavano semplicemente di conservare la propria identità e la propria dignità in un luogo dove era estremamente difficile farlo.”



