La forza del Bene comune (quando è negli altri che vedo me stesso)

di Rav Alfonso Arbib

Rosh haShanà 2018 Il “Giorno del Giudizio”. Un’occasione per riflettere sui nostri comportamenti attraverso la teshuvà. Che cosa ci insegna questo percorso? Che solo assumendosi la responsabilità personale verso il Bene collettivo possiamo realizzare il nostro compito nel mondo. E avere un futuro

Il primo del mese di Tishrì – dice una Mishnà di Rosh Hashanà – Kol baè olam ovrìm lefanàv kivnè Meron: tutti coloro che vengono al mondo passano davanti a Dio “come a Meron”. Che cosa significa? Io penso che Rosh Hashanà sia molto attuale anche per il modo in cui il Talmùd commenta quel passo della Mishnà: “Tutti coloro che vengono al mondo passano davanti a Lui come Bené Meron. Che cosa viene descritto? Chiaramente, un giudizio. Che riguarda, e questa è una novità rispetto a quanto siamo abituati a vedere nella tradizione ebraica, non gli ebrei, ma il Mondo. Tutti coloro che vengono al Mondo. Non è quindi un giudizio particolare per il popolo ebraico. Da questo punto di vista, Rosh Hashanà è la festa più universalistica tra quelle ebraiche.

L’immagine che viene usata per descrivere il modo in cui avverrà il Giudizio è “come Bené Meron”. Il Talmud dà qui tre interpretazioni diverse. La prima è Meron come “gregge”, dalla radice della parola meri. Ma il gregge si considera qui in una condizione particolare, cioè quando viene contato per calcolare la decima; e per farlo, le pecore vengono fatte passare una ad una, da una porticina. Che senso può avere questa prima interpretazione? Sembra semplice: il giudizio è individuale. “Io non mi posso nascondere dietro gli altri”. Non posso nascondermi dietro le responsabilità altrui, la società, il gruppo, la comunità… tutti coloro dietro i quali abitualmente ci nascondiamo. Questo, credo sia un elemento importante e di attualità, in un mondo in cui assumersi una responsabilità individuale è raro e problematico. Tendiamo a scaricare la responsabilità sempre su qualcos’altro: lo Stato, il governo, l’Europa, il mondo, entità internazionali, “personaggi” che guiderebbero il pianeta… Intendiamoci, non è sempre tutto sbagliato, ma in realtà questo è spesso un modo molto forte per scaricare la propria responsabilità. Nella tradizione ebraica la responsabilità è individuale. Un grande Maestro contemporaneo, Rav Soloveitchik, diceva che il detto di Cartesio Cogito ergo sum, nell’ebraismo dovrebbe essere declinato “Sono responsabile, quindi sono”.

La seconda interpretazione è “(Verremo giudicati) Ke-Aliyàt bet Meron”, “come nella Salita che porta a Meron”. Meron è un monte della Galilea, oggi attraversato da strade asfaltate e meta di pellegrinaggio alla tomba di Rabbi Shimòn Bar Yochai. Ma ai tempi del Talmud, la salita a Meron non era per nulla agevole. C’era uno stretto sentiero, sul quale occorreva procedere lentamente, in fila indiana, uno alla volta, concentrati per non scivolare e precipitare. L’immagine è quella di un posto dove, per salire, bisogna essere soli. Il concetto è lo stesso dell’interpretazione precedente: si va da soli, il giudizio è individuale. Ma ora ci sono due elementi in più. Il primo è la “salita”, nel senso che “andare da soli” ti può portare in alto; se riesci ad assumerti una responsabilità, riesci a “salire”, ad andare avanti. La responsabilità fa crescere. Il secondo elemento è la “pericolosità”. Se tu non vai da solo, rischi di cadere. Quindi assumersi la responsabilità non solo è giusto moralmente, è un dovere, ma è anche vitale. Se non mi assumo le mie responsabilità, il rischio è quello di perdermi. Faccio un danno alla società, ma soprattutto a me stesso. Ho la necessità personale, umana e vitale di assumermi le mie responsabilità.

La terza interpretazione è quella più difficile e strana. “Tutti coloro che vengono al mondo passano davanti a Dio come l’esercito del Re”. Qui “Meròn” è letto come Mar, “Signore”. Che cosa significa? È controverso, ma ho trovato una possibile interpretazione in una regola che riguardava l’esercito del Re David; quando si partiva in battaglia, i soldati stipulavano una sorta di “divorzio condizionato”, per proteggere la moglie che in questo modo, in caso il marito fosse disperso in battaglia, poteva risposarsi. Quindi, nel momento in cui si partiva, si era completamente soli, nel senso che ci si separava da tutti, anche dalla propria famiglia. Anche qui l’idea è che nel momento del giudizio si è soli. Ma in questo caso vedo anche un’altra cosa. L’elemento che viene sottolineato non è la responsabilità individuale, ma proprio la “solitudine”. Il fatto è che l’uomo, in certi momenti della sua vita, in certe situazioni, è sempre solo. La solitudine è una delle cose più terribili che si possano sperimentare, ma in certi casi è anche qualcosa di positivo. Quando siamo soli possiamo concentrarci su noi stessi, riflettere sulla nostra vita, il nostro mondo. In genere non lo facciamo. Attenzione, per l’ebraismo la dimensione sociale è fondamentale, anche lo studio avviene per lo meno in due. Ma in alcuni momenti della vita è necessario anche essere soli, isolarsi.

Il concetto alla base di Rosh Hashanà è la Teshuvà: mettersi davanti alla propria coscienza, assumersi le proprie colpe. Non abbiamo il confessore. Davanti alla Teshuvà siamo soli. Questo elemento, la solitudine, che normalmente è estraneo alla vita ebraica, come ogni aspetto della vita umana ha un suo lato positivo. Ogni tanto dobbiamo essere capaci di isolarci, meditare. La solitudine è necessaria alla meditazione, per approfondire qualcosa di me stesso e forse anche degli altri. Il passo della Mishnà, poi, si conclude in modo paradossale. Nel momento del Giudizio, dice: “Tutti vengono guardati con un unico sguardo”. Rosh Hashanà è l’unica festa ebraica che dura due giorni in tutto il mondo: secondo una interpretazione, il primo giorno siamo soli e veniamo giudicati personalmente; il secondo giorno – che è sempre un giorno di giudizio individuale – veniamo giudicati nella nostra relazione con gli altri. E il giudizio cambia se in qualche modo noi siamo utili agli altri. Quindi è vero che veniamo giudicati da soli, ma allo stesso tempo, nel nostro giudizio, entra la relazione con gli altri. Diventa un “giudizio unico”.

La comunità vivrà solo se tutti si impegnano per realizzare un grande sogno

Rav Haim Freidlander dice: “Noi veniamo giudicati come parte della collettività”. Io credo che questo sia un punto centrale per tutti, oggi, qui, nella Comunità di Milano. Abbiamo una tendenza fortissima a non assumerci responsabilità; è un atteggiamento generalizzato che in qualche modo riguarda la modernità. L’uomo dell’Ottocento aveva meno welfare, quindi era più responsabile di sé e della propria famiglia, per tutto, dal cibo alla salute. Oggi ci siamo abituati a vivere in un mondo in cui facciamo sempre riferimento a qualcos’altro, ci sono una serie di organismi che si occupano di noi. Quindi si è sviluppata una tendenza a delegare, ad appoggiarsi alle istituzioni; ma rischiamo davvero di esagerare. Non ci assumiamo responsabilità individuali e riteniamo che ogni nostro desiderio sia legittimo; si è perso il senso del dovere.
Inoltre, c’è un passo della Torà che presenta uno scambio di frasi tra Ya’akòv e Esàv; Ya’akov porta dei doni ad Esàv che li rifiuta, dicendo “Non ne ho bisogno, ho tanto”. Il fratello insiste “No, prendili, io ho tutto, Iesh li Kol”. In realtà, in questo scambio di parole ci sono due visioni del mondo: “tanto” significa tante cose, tanti beni materiali rispetto ai quali non c’è un limite, si può desiderare sempre di più. “Tutto” invece significa per Ya’akòv “tutto quello che mi è necessario per realizzare ciò che devo fare nel mondo, gli strumenti che mi servono per assolvere alla mia missione nel mondo”. La differenza è tra credere di avere un dovere da compiere per il mondo e, dall’altra parte, ritenere che il mondo mi debba dare qualcosa. Ho tanto, ma non ho mai abbastanza. Ho il diritto di avere di più.

Secondo un Maestro contemporaneo, Rav Dessler, le due concezioni rappresentano la differenza tra Doveri e Diritti. Ya’akòv rappresenta la concezione del dovere, Esàv quella dei diritti. La nostra società segue la concezione di Esàv, molto più di quella di Ya’akòv. E il pensare di avere solo dei diritti non prevede la responsabilità. Credo che questo sia pericoloso, perché in questo modo non si costruisce nulla. Tutto ciò che abbiamo esiste perché alcune persone pensarono di avere dei doveri nei confronti del mondo. Costruirono ospedali, istituzioni, grandi opere. Pensarono che, avendo avuto tanto, “dovevano” restituire alla società.
La ricchezza è una responsabilità. Questo è vero sempre – perciò Rosh Hashanà è una festa per tutti, – ma è vero in maniera particolare in una Comunità. È un elemento “vitale”, nel senso che se le persone non sentono un dovere verso la Comunità, allora è finita. Le Comunità, semplicemente, smettono di esistere. Attenzione, questa responsabilità dei singoli verso la Comunità c’è stata e c’è ancora, ci sono ancora ebrei che continuano a pagare i contributi e a mandare i figli a Scuola. Ma non bisogna mai smettere di sentire questa responsabilità, che ha anche un altro aspetto, quello dell’autocritica.

Teshuvà significa, in fondo, capacità di autocritica. Ed è, questa, una delle cose più difficili di questo mondo. Ma visto che, dal senso di colpa giudaico-cristiano alla psicanalisi, l’autocritica l’abbiamo inventata noi, evidentemente serve. Ma c’è anche l’altra faccia della medaglia, la critica feroce verso gli altri. Spesso la critica agli altri è sproporzionata rispetto alla nostra capacità autocritica, e se non sono capace di mettere in discussione me stesso, con quale autorità morale metto in discussione gli altri? La tradizione ebraica su questo è molto netta: “giudicare le persone secondo il loro merito”, “dal lato del merito”. Che cosa significa? “Giudicare le persone nella loro complessità”. Lo dice un grande maestro del Chassidismo, Rav Yehuda Leib Alter di Gur nello Sefat Emet, commentando il relativo passo dei Pirké Avot; non dice “giudica un uomo”, ma “l’uomo nel suo complesso”. Io credo che questi siano oggi insegnamenti fondamentali per la nostra Comunità, in un momento molto difficile, in cui se non ci si assume la propria responsabilità, non sappiamo dove andremo a finire. È il momento del “se non ora, quando?”. Essere in grado di capire i nostri difetti, concentrandoci più sui nostri che su quelli degli altri. Ma anche essere in grado di vedere ciò che di positivo c’è, sia in noi, sia negli altri.

La nostra è una comunità in cui ci sono tantissime cose belle, e spesso questo non viene valorizzato, anzi: 18 sinagoghe non ci sono a Vienna, a Bordeaux… Abbiamo una quantità di istituzioni, associazioni; un Servizio Sociale che funziona, che assiste le persone. C’è dietro uno sforzo enorme, e la Comunità non resta indifferente.
E poi abbiamo la Scuola, il Bet Hamidràsh, il Kolèl. Dobbiamo valorizzarli. Spesso presentiamo queste cose come “problemi”, invece dobbiamo essere capaci di dire: sono grandi cose che facciamo. È vero che vanno al di là delle nostre forze, ma attenzione: se non si vuole costruire e lottare per mantenere un sogno, una cosa enorme come la Scuola, finiremo per perdere tutto.
Coloro che hanno costruito qualcosa, lo hanno fatto scommettendo su un sogno. Una Comunità si costruisce solo scommettendo sul futuro, ma questo è possibile solo se tutti e ciascuno partecipano a questo progetto. Solo se tutti, soprattutto chi ha maggiori possibilità, sono capaci di assumere delle responsabilità verso il bene comune. Shanà tovà.

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